L’italiano che ha fatto carriera restando sé stesso

Maggio 19, 2026 - 12:28
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L’italiano che ha fatto carriera restando sé stesso

Nato a Campobasso nel 1969, Fabrizio Brienza ha studiato graphic design a Firenze prima di iniziare a lavorare come modello a Milano, dove ha sfilato per Armani, Valentino, Versace e Dolce & Gabbana. Nel 1997 si è trasferito a Miami, entrando presto nel mondo della nightlife di South Beach, e l’anno successivo ha debuttato come attore in The Versace Murder. Da lì sono arrivati ruoli in produzioni hollywoodiane come I guardiani del destino, con Matt Damon ed Emily Blunt, Duplicity, con Clive Owen, e La preda perfetta, con Liam Neeson. Oggi interpreta Nico, il sottocapo del personaggio di Chazz Palminteri, in Godfather of Harlem su MGM+. Tra un set e l’altro lavora come doorman al Paul’s Casablanca, uno dei club più noti e selettivi di New York. Di recente è stato inserito nella Louis Vuitton City Guide di New York ed è apparso sulla copertina del New York Times. Con il suo accento riconoscibile, le pellicce Versace e un’idea molto netta di cosa significhi non svendersi, Brienza è uno di quegli italiani che New York tende a ricordarsi.

Attore, modello, icona della nightlife: chi sei oggi?

Vengo dal Sud Italia, dal Molise. E secondo me, noi italiani abbiamo un talento naturale enorme. Ci siamo fatti da soli, abbiamo imparato vivendo, osservando, arrangiandoci. Per questo anche recitare, in un certo senso, viene naturale: perché la vita te la sei già dovuta studiare addosso. Essere italiani a New York, poi, è un vantaggio pazzesco. È come arrivare su Park Avenue guidando una Ferrari: ti notano prima ancora che tu dica qualcosa. Quando vivi in Italia non ci pensi, perché sei circondato da italiani. Ma quando viaggi e ti confronti con il resto del mondo capisci che l’italianità ha un peso, un fascino, una qualità percepita che gli altri riconoscono subito.

Com’è cominciato il tuo rapporto con l’America?

Da bambino scrivevo lettere all’ambasciatore italiano alle Hawaii perché volevo diventare surfista e trasferirmi lì. Mi rispose davvero, e conservo ancora quella lettera. Alle Hawaii non ci sono mai arrivato, ma l’America ce l’ho sempre avuta in testa. Sono cresciuto con i film americani, con quell’energia lì, con l’idea che tutto potesse succedere. In Italia, se vuoi fare qualcosa e non sei figlio di qualcuno o nipote di qualcun altro, spesso ti fanno sentire che non devi provarci nemmeno. In America, se hai coraggio e ti giochi bene le tue carte, qualcuno può anche decidere di puntare su di te. Per me la differenza è questa.

Essere italiano è stato più una leva o un ostacolo?

Una leva, sempre. Quando sei in Italia non te ne accorgi, perché ti sembra normale. Poi esci, viaggi, incontri persone di altri paesi, e capisci che essere italiano ti dà subito un’immagine precisa. L’italiano viene associato a qualità, stile, gusto, riconoscibilità. È come un marchio premium. Per molto tempo ho pensato che il mio accento potesse essere un limite. Poi ho guardato Sean Connery: ha fatto cinquant’anni di carriera con il suo accento scozzese, interpretando qualsiasi personaggio. A un certo punto ho capito che il mio accento non era un difetto da correggere. Era parte del personaggio. Era il mio marchio.

Hai rifiutato L’Isola dei Famosi. Perché?

Mi hanno contattato e ho detto subito di no. Non mi piacciono i reality, non mi sono mai interessati. Se parliamo di una competizione in cui devi dimostrare davvero qualcosa, come Top Chef, o di un progetto con un senso alla Anthony Bourdain, allora lo capisco. Ma chiudere persone insieme per farle litigare, spettegolare e creare scandali non fa per me. Ti dà popolarità, certo. Ma poi cosa te ne fai? Io voglio fare cose che mi interessano davvero, non accettare qualunque cosa solo perché porta visibilità. Non mi svendo per farmi vedere.

Quanto conta la reputazione a New York rispetto al talento puro?

Ho vissuto in molte città americane: Los Angeles, San Francisco, Las Vegas, Miami, New York. E ogni città funziona a modo suo. A Miami, una volta che ti sei costruito una reputazione, puoi fare il tuo prezzo e spesso te lo riconoscono. New York invece è diversa: ogni giorno sembra il primo giorno di scuola. Non importa troppo chi eri ieri, cosa hai fatto, chi conosci o quanto eri forte prima. Qui devi dimostrarlo di nuovo, ogni giorno. Puoi essere il migliore nel tuo campo, ma oggi si ricomincia. È una cosa dura, però ti tiene sveglio.

Social media: come ci sei arrivato e cosa ti hanno dato?

All’inizio non volevo saperne. Pensavo fossero roba da ragazzini che fanno balletti. Poi durante il Covid ho girato quel video. Il governatore Cuomo aveva detto che si poteva mangiare solo all’aperto. C’era una bufera di neve, erano le nove e mezza di sera ed ero già in pigiama. Un amico mi chiamò e mi disse: “Fabrizio, guarda fuori”. All’inizio gli dissi di lasciar perdere. Poi mi convinsi. Mi misi la pelliccia, apparecchiammo un tavolo fuori dal ristorante, il pizzaiolo preparò una pizza e io mi sedetti lì, in mezzo alla neve, con una birra in mano, dicendo più o meno: “Grazie, signor governatore, questa idea di mangiare fuori è fantastica”. Fece trenta milioni di visualizzazioni in tre giorni. Da lì sono diventato virale altre volte. I social sono una vetrina enorme: mi pagano per essere me stesso. Ed è difficile immaginare un lavoro migliore.

Cosa diresti al Fabrizio arrivato in America con 300 dollari in tasca?

Gli direi che forse sarei dovuto arrivare a New York prima, invece di restare a Miami sette o otto anni. A Miami ho passato alcuni degli anni più belli della mia vita, questo sì. Però quando HBO mi scelse per un film con Andy Garcia e i produttori mi dissero: “Vieni a Los Angeles, vogliamo aiutarti”, io non ci andai. Rimasi a Miami, tra club, feste e divertimento. Se devo indicare un rimpianto, è quello. Però poi non credo davvero nei rimpianti, perché alla fine impari solo passando dalle cose, anche dagli errori. Se qualcuno ti dice di non fare una cosa, probabilmente la fai lo stesso. Devi sbatterci la testa. E per un attore anche quello conta: ogni esperienza ti aggiunge qualcosa, ti rende più preciso, più interessante.

A cosa stai lavorando adesso?

Ho appena finito Zips, un cortometraggio prodotto da australiani: è una storia di mafia e girerà nei festival. Poi sono in Godfather of Harlem su MGM+, con Forest Whitaker, Vincent D’Onofrio, Giancarlo Esposito e Chazz Palminteri. Interpreto il suo sottocapo. La serie racconta gli anni Sessanta e Settanta, il rapporto tra la mafia italiana e la comunità nera nella lotta per il controllo di Harlem. Di recente sono stato inserito nella Louis Vuitton City Guide di New York, sono apparso sulla copertina del New York Times e forse farò qualcosa con John Turturro. Ci sono diverse cose che si stanno muovendo, e sono molto carico.

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