Luciano Tavazza, 26 anni dopo: che cosa resta della sua idea di volontariato

Maggio 04, 2026 - 17:51
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Luciano Tavazza, 26 anni dopo: che cosa resta della sua idea di volontariato

Sono trascorsi 26 anni dalla morte di Luciano Tavazza. È un anniversario che cade dentro un altro più grande: il centenario della sua nascita, che ricorderemo per tutto il 2026 insieme al Comitato presieduto da Silvia Costa. Il primo appuntamento è tra pochi giorni: martedì 12 maggio, alla Camera dei Deputati, in Sala Matteotti, con un convegno dal titolo che è già una dichiarazione – Il volontariato tra memoria e futuro, nel segno di Luciano Tavazza – e con una tavola rotonda parlamentare dedicata proprio a Volontariato e Codice del Terzo settore. Seguiranno Verona in ottobre e di nuovo Roma il 5 dicembre. Tre date che, messe insieme, fanno una sola domanda: cosa è rimasto della sua idea di volontariato? Cosa è rimasto, soprattutto, della stagione che Tavazza ha attraversato e in larga parte costruito?

Non sono domande retoriche. Molti dei suoi compagni di strada non ci sono più. Ci ha lasciato Giuseppe Cotturri, il sociologo che lo ricordò appena scomparso chiamando lui e i suoi amici «cercatori di arcobaleni». Ci ha lasciato Enrico Gastaldi, l’amico di una vita che ne tracciò un profilo bellissimo su Proposta Educativa poco dopo la sua morte. E ci ha lasciato Nicolò Lipari, padre giuridico della legge 266 del 1991, quello che del pensiero di Tavazza sulla gratuità diede la formulazione più precisa: il dono come «momento costitutivo del sistema istituzionale», una libertà che è tanto più libera quanto più si fa dovere. Sono andati via uno dopo l’altro. Con loro è andata via la possibilità di chiedergli ancora come stiamo. Oggi tocca a chi resta – a chi ha camminato un po’ di strada con loro – provare a rispondere.

La lunga marcia

Tavazza aveva 16 anni quando, nel Piemonte della Resistenza, dentro la Gioventù Cattolica clandestina, prese la prima scelta della sua vita: stare dalla parte della libertà. Carlo Carretto lo portò a Roma nel 1948. Sarebbero venuti dopo la Giac, le Acli, i 30 anni in Rai come dirigente, e – dalla fine degli anni Settanta – la stagione del volontariato come «forma moderna e futura della cittadinanza attiva». Una formula che inventò lui, e che oggi suona come venuta da un altro mondo.

Luciano Tavazza.

Tavazza non si è limitato a presiedere il Mo.V.I. o a fondare la Fondazione italiana per il Volontariato. Ha tradotto in concetti operativi un’intuizione semplice e difficilissima: la gratuità non è un sentimento, è una struttura. È il modo in cui una società decide di stare insieme. È il modo in cui le persone scelgono di vivere il rapporto con gli altri e con le istituzioni. Tolto questo, il volontariato diventa un’altra cosa.

Cosa dice oggi la ricerca

Che la sua intuizione fosse fondata, e non solo un’ansia profetica, lo dice oggi la ricerca. Il Quaderno del Centro Servizi Volontariato Toscana – Cesvot n. 101, appena pubblicato e dedicato al volontariato in Toscana (ma le cui diagnosi valgono ovunque, da Aosta a Reggio Calabria), fotografa una vera crisi d’identità del volontariato organizzato. Una crisi che ha tutta l’aria di essere una conseguenza, non un caso. E che ha nella Riforma del Terzo settore, percepita più come una gabbia che come un riconoscimento, uno dei suoi acceleratori principali.

La ricerca mette in fila alcuni problemi che molti di noi vedono da tempo, ma che pochi hanno il coraggio di nominare.

C’è troppa burocrazia. Ogni passaggio della vita associativa – anche il più piccolo gesto – è soffocato da regole, scadenze, registri, controlli. Le persone che dovrebbero stare accanto agli ultimi passano una parte sempre più grande del loro tempo a compilare moduli. Per molti volontari è una sopraffazione. Ed è anche, dice la ricerca, una delle cause della loro stanchezza e della loro voglia di mollare.

C’è il rischio di diventare copia. Le organizzazioni più grandi, soprattutto, finiscono per assomigliare a ciò che dovrebbero invece criticare o affiancare: copia delle pubbliche amministrazioni, copia delle imprese. Stesso linguaggio, stesse procedure, stessi indicatori di performance. Si fa sempre più fatica a distinguere chi fa volontariato da chi gestisce un appalto. In alcuni casi, la differenza è già sparita.

E c’è un terzo fenomeno, più sottile. Il volontariato – nato come fenomeno libero, spontaneo, irriducibile – viene oggi assorbito dentro la cornice rigida della legge. Inquadrato, classificato, omologato. Quando esce dalla legge non esiste più; quando entra nella legge perde la sua specificità. È una trappola che Tavazza aveva visto arrivare, e contro cui ha costruito gran parte della sua battaglia culturale.

C’è poi un dato che mi commuove più di tutti e che la ricerca segnala con onestà. Si sta aprendo una frattura tra le «visioni» di chi dirige il Terzo settore (che ragiona di nuovi ruoli politici, di tavoli istituzionali, di co-programmazione) e l’esperienza quotidiana dei volontari, che sopravvivono giorno per giorno e quei tavoli non li vedono nemmeno. È esattamente la frattura che Tavazza, camminatore instancabile da un capo all’altro d’Italia, aveva passato la vita a ricucire.

E infine c’è una parola che, da sola, dice tutto. Il vocabolario delle leggi non parla più di gratuità. Parla di non lucratività. Una qualità positiva – la gratuità – è stata sostituita da una negazione: il divieto di guadagnarci sopra. Il volontariato non è più definito da quello che è, ma da quello che non può fare. Tavazza le cose le chiamava con i loro nomi propri. Noi le abbiamo chiamate per sottrazione.

Il discrimine

Tavazza distingueva – con una nettezza che oggi pochi hanno il coraggio di riprendere – il volontariato vero da quello che chiamava «banalmente alla moda»: la beneficenza televisiva, le partite del cuore, i casi lacrimevoli buoni per fare audience. Il volontariato vero, scriveva, è un’altra cosa. È quello fondato sulla gratuità dell’azione, sul riconoscimento dell’altro, sul dono, sulla condivisione. È quello che sa, come diceva lui, «dare voce a chi non ne ha».

A cento anni dalla sua nascita, quel discrimine è il nodo politico del nostro tempo. Quando una Regione – è il caso recente della Lombardia con la sua «Leva Civica Senior» – istituisce per legge un servizio retribuito ma lo chiama volontariato; quando il Terzo settore si misura sull’efficienza degli appalti prima che sulla qualità dei suoi verbi (incontrare, accompagnare, condividere, restituire); quando la co-programmazione, nata come strumento di partecipazione, diventa il luogo in cui le organizzazioni perdono la loro voce critica e diventano cogestori silenti delle politiche pubbliche, siamo dentro la confusione che Cesvot fotografa e che Tavazza aveva visto arrivare. Il volontariato, nato come voce dei senza voce, rischia di diventare l’ultimo erogatore di servizi a basso costo per conto dello Stato.

Il metodo, e il perimetro

Tavazza, al contrario, ha sempre letto il volontariato come prefigurazione della politica sociale, non come sua supplenza. Tantomeno come suo terminale a basso costo. Il suo continuo richiamo alla Costituzione, il suo lavoro per quella «costituzione morale» senza la quale la Carta resta lettera, oggi appaiono profetici. Non era un nostalgico. Era un costruttore. La sua lunga marcia, scriveva Gastaldi, non si è conclusa nei luoghi del potere – come è accaduto a molti che con lui partirono nel dopoguerra – ma nella libertà. Libertà dal conformismo, dal compromesso. Libertà di donare, e di sperare anche quando la stagione lo sconsigliava.

Ecco il punto di questo centenario. Non un’agiografia, non un pantheon. Tavazza ci ha lasciato un metodo – tenere insieme le parti che oggi continuiamo a separare – e un perimetro: la gratuità non è negoziabile. Quando la negozi, si chiama altro. E oggi, leggendo Cesvot, sappiamo come si chiama.

Il 2026 è l’anno in cui torneremo a leggere Tavazza: si comincia il 12 maggio alla Camera dei Deputati, si prosegue a Verona in ottobre e a Roma il 5 dicembre. Sarà anche, lo speriamo, l’anno in cui torneremo a domandarci se siamo ancora capaci di camminare con la sua postura. Cercatori di arcobaleni, come ci aveva chiamato Cotturri, in un tempo che ha smesso di guardarli.

A chi gli chiedeva cosa fosse il volontariato, Tavazza rispondeva con una frase che oggi suona come un programma: «Il nuovo nome dell’impegno civile». Ventisei anni dopo, mentre l’impegno civile cerca un nome nuovo per non disperdersi, è il caso di tornare al suo. E di rimettersi in cammino.

In apertura, fotografia di Vitaly Gariev su Unsplash

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