Mai sfruttare l'uniforme per fare politica. Parla Gianfranco Paglia, medaglia d’oro al valor militare
Gianfranco Paglia non si considera un eroe. Un patriota, quello forse sì, ma un eroe no. Gianfranco Paglia ha cinquantasei anni, è un militare importante, è stato a lungo nel famoso 186° Reggimento paracadutisti “Folgore”, e la sua vita è cambiata il 2 luglio del 1993, quando a Mogadiscio, durante una missione umanitaria delle Nazioni Unite, il suo plotone intervenne per liberare alcuni mezzi italiani rimasti intrappolati in un’imboscata orchestrata dai miliziani somali. Sono pochi istanti. Sono alcuni flash. I feriti evacuati con il suo blindato. La scelta di tornare nella zona degli scontri per sostenere il ripiegamento degli altri reparti. Le donne e i bambini che improvvisamente compaiono davanti a lui. La scelta di non rispondere subito al fuoco dell’imboscata per evitare una strage. Lo scatto con cui si sporse dal mezzo per dirigere meglio l’azione e salvare gli altri militari. Il momento in cui venne colpito ripetutamente dai cecchini. Le ferite che gli causarono la perdita permanente dell’uso delle gambe. I compagni salvati. Quelli che morirono. Gianfranco Paglia non si considera un eroe: “Gli eroi sono gli amici che quel giorno morirono, non io”. Ma un patriota, quello forse sì, forse quello lo accetta, e quando ne parla, quando dice patrioti, quando ragiona sul patriottismo, non ha in testa un menù demagogico. Ha in testa un’idea precisa di che cosa significhi essere pronti a morire per la propria patria. Gianfranco Paglia ci riceve a Roma al numero 14 di viale dell’Amba Aradam, una lunga striscia d’asfalto che collega piazza San Giovanni con Porta Metronia. Sono gli uffici dei decorati con medaglia d’oro al valor militare. Piccoli, sobri, silenziosi. Lunghi corridoi con cimeli, documenti, testimonianze, immagini, storie. Paglia ci accoglie nella sua stanza. Ha lo sguardo vispo, allegro, immerso in un volto preoccupato. Paglia sa perché siamo lì e ha accettato di parlare con noi per ragionare su un tema che è insieme politico, culturale e militare. Cosa vuol dire essere patrioti, oggi. Cosa vuol dire riconoscere i nemici, oggi. Cosa vuol dire difendere il nostro paese, oggi. Cosa vuol dire combattere il patriottismo degli impostori. Di uno in particolare. Che di nome si chiama Roberto. E di cognome si chiama Vannacci. “Non è difficile capirlo. Essere patrioti significa servire il paese. C’è chi lo fa in uniforme, c’è chi lo fa con la penna, c’è chi lo fa con il camice. Noi lo facciamo con il nostro lavoro. Non siamo migliori degli altri, siamo solo diversi dagli altri perché siamo pronti a dare la vita per onorare quel giuramento. Essere patrioti significa questo: amare la patria, rispettarla, non tradirla”. Sorride Paglia, sa che ci stiamo girando intorno, ma non ha paura di esporsi. Glielo chiediamo, senza malizia: come si riconosce un non patriota che si definisce tale? “Io penso che per riconoscerlo ci siano molti modi. Tanti, infiniti. Il modo più semplice è concentrarsi su un punto: quando dovresti fare qualcosa per il prossimo e non lo fai. Scegliere di non fare qualcosa per il prossimo significa mancargli di rispetto. Lo si può vedere dalle piccole cose. Un non patriota è chi evita di fare il proprio dovere, chi parcheggia nel posto da disabile quando disabile non è, chi fa dichiarazioni gratuite contro le donne, contro gli omosessuali, chi manca di rispetto al prossimo, chi non onora l’uniforme che indossa e che ha indossato”.
E’ un patriota chi, di fronte alle minacce esterne, di fronte alla minaccia russa, sceglie di voltarsi dall’altra parte? “Non lo è”. Pausa. “Vede, nella fase storica che viviamo, la difficoltà maggiore è spiegare ai giovani ciò che sta accadendo. Mi capita spesso di andare nelle scuole, di parlare con gli studenti, di confrontarmi con loro. E mi capita spesso di leggere nei loro occhi non paura ma incredulità: come è possibile continuare a parlare di guerre? Io, quando ho l’occasione di farlo, cerco di parlare in modo semplice. Provo a spiegare che oggi difendersi non vuol dire prepararsi alla guerra: vuol dire non dare un vantaggio a chi vuole aggredirci. Provo a spiegare che, se si crede nella pace, bisogna imparare a difendersi, che da soli non si va da nessuna parte, che per difendersi serve più Europa. E che per difendersi bisogna investire non nella cultura della bandiera bianca ma nella cultura della responsabilità. Come si fa a non capire che per evitare le guerre bisogna rafforzare la Nato? Come si fa a non capire che, se ci sono pericoli, non ci si può girare dall’altra parte? Come si fa a non capire quanto sia ipocrita appaltare la difesa della pace alle Nazioni Unite? Come si fa a non capire che, se si vuole avere un’Europa più autonoma da Trump, bisogna investire di più nelle difese europee, non in una difesa europea alternativa alla Nato, perché l’unico modo per avere un’Europa più forte è avere una Nato più forte in Europa?”. Paglia scuote la testa, guarda verso il basso, si accarezza le guance come a darsi conforto e poi prosegue. “A me dispiace che qualche ex militare, ora sceso in politica, faccia dichiarazioni pesanti sul fatto che non sia corretto difendersi, che non sia corretto considerare la minaccia di Putin come tale, che sia sbagliato usare i fondi europei per la difesa, lo strumento Safe, e che dica che non c’è pericolo che la Russia possa attaccare. Mi dispiace, mi addolora. Come si fa a cedere a questa propaganda? Come si fa a contrapporre le spese militari alle spese per il welfare? Come si fa a non capire che la sicurezza è l’ombrello che permette di proteggerci da tutte le intemperie del mondo?”. Stiamo parlando di Vannacci? “Parliamo di Vannacci, d’accordo. Guardi, io ho rispetto per tutti. Ho rispetto persino per chi mi ha sparato alla schiena: eravamo in guerra, in guerra le imboscate esistono, sono cose che si mettono nel conto, e non ho mai rimpianto di aver sacrificato le mie gambe per non uccidere quelle donne e quei bambini dietro i quali si nascondevano le milizie, in Somalia. Rispetto per tutti, davvero. Trovo solo incredibile che chi ha indossato l’uniforme possa giocare con il patriottismo solo per raggranellare qualche voto. E trovo incredibile, se posso essere sincero fino in fondo, che chi ha indossato a lungo l’uniforme possa permettere che passi un messaggio pericoloso: l’esercito la pensa come me. Non è così. E’ un falso. Ho scelto di rompere il silenzio per ricordare che chi oggi parla forte del proprio grado parla per sé e per chi lo sostiene, non per chi queste divise le onora ogni giorno della sua vita”. A proposito di falsi: quanto dipende dalla propaganda russa il fatto che qualcuno neghi che la Russia sia un problema? “Non penso che sia soltanto propaganda. Penso che contino anche la furbizia, l’ignoranza e la scarsa conoscenza dei fatti. La guerra in Ucraina è iniziata nel 2014, quando la Russia ha occupato e annesso illegalmente la Crimea e alimentato il conflitto nel Donbas. L’occidente crea le condizioni per far proliferare le guerre quando arretra, quando chiude gli occhi, quando crea vuoti. E’ valso, purtroppo, in Ucraina, dove era già chiaro dal 2014 cosa avrebbe potuto fare una Russia lasciata libera di invadere i paesi vicini. E’ valso purtroppo in medio oriente, dove le Nazioni Unite, come purtroppo abbiamo visto anche in Libano, non sono state in grado di fermare altre guerre. Il pacifismo della bandiera bianca, come lo chiama lei, non direi che è pericoloso. Io rispetto tutti: i pacifisti, gli obiettori, le ong, i portatori di pace nel mondo. E non mi stancherò mai di togliermi il cappello davanti a realtà incredibili come Medici senza frontiere. Il mio è un semplice ragionamento. A nessuno piace fare la guerra. Ma, se si vuole la pace, a volte è necessario usare la forza. E se sappiamo che per difendere la pace occorre usare la forza, dobbiamo anche sapere che, per avere la forza di difenderci, occorre investire nella sicurezza e nella difesa”.
Gianfranco Paglia parla con lo sguardo di chi conosce il mondo delle divise, l’esercito, ma parla anche con lo sguardo di chi conosce il mondo della politica e il mondo della Difesa. Paglia – che nel 1997 nonostante l’invalidità è tornato a prestare servizio nell’esercito e che nel 2013 è rientrato in servizio da tenente colonnello alla Brigata bersaglieri “Garibaldi” – venne candidato nel 2008 alle politiche, per la Camera dei deputati, con il Popolo della libertà. Nel 2010 aderì al gruppo parlamentare Futuro e libertà per l’Italia. Alle elezioni del febbraio 2013 fu ricandidato con FlI alla Camera, senza essere rieletto. Nel 2013 è diventato consulente del ministro della Difesa Mario Mauro, poi è stato scelto come consigliere dal ministro Roberta Pinotti, poi nel 2019 è stato scelto come consigliere dal ministro Lorenzo Guerini, oggi è consigliere del ministro della Difesa Guido Crosetto. E alla luce della sua esperienza dice, senza mezzi termini, che l’Italia deve rendersi conto di quanto sia ancora impreparata ad affrontare le grandi sfide poste dai nemici della libertà. “Mi chiedo se coloro che criticano i parametri posti dalla Nato per investire nella difesa sappiano che l’Italia, in caso di attacco, avrebbe scorte di munizioni sufficienti per una sola settimana. Una settimana. Mi chiedo se chi critica i parametri Nato sappia quanto l’Europa sia indietro nella battaglia sui droni. Mi chiedo poi se chi gioca con la demagogia sulla difesa sappia che investire nella difesa significa anche investire nella sicurezza delle Forze armate. Io, nel 1993, avevo il giubbotto antischegge. Se avessi avuto un giubbotto antiproiettile, oggi camminerei. Aumentare le spese militari significa anche questo: non prepararsi alla guerra, ma prepararsi a difendersi meglio rispetto a come lo facciamo oggi. L’anno scorso ho avuto il piacere di incontrare il creatore del Vtlm, il famoso Lince, denominato ‘San Lince’ perché ha salvato una marea di ragazzi. E’ una persona in pensione e ha più di settant’anni. Piangeva quando mi raccontava quello che ha visto durante la sua vita. E piangeva quando mi raccontava che fu l’aumento della spesa per la Difesa a permettergli di costruire un mezzo dotato di un guscio capace di proteggere chi si trova a bordo quando esplode una mina”. Gianfranco Paglia sfoglia i ricordi; quando parla del tempo che fu, inclina la testa all’indietro, come se stesse recuperando con lo sguardo un fotogramma del passato dalla pellicola della sua vita. Mescola pensieri, idee, fatti, soluzioni, spunti di riflessione. Ma quando torna a parlare del passato e dell’Italia non può che tornare a parlare di Roberto Vannacci. E quella di Paglia, in un certo modo, è una missione. Smascherare l’impostore. Dimostrare che quando il generale parla non parla a nome dell’esercito. “Per come le conosco io, le Forze armate italiane non sono rappresentate dal pensiero di Vannacci. Chi lavora nelle Forze armate non giudica le persone per chi amano, per il colore della pelle o per il loro orientamento sessuale, non insulta le donne, non tratta il prossimo e lo straniero come un nemico da cui proteggersi. Bisogna spiegare che le Forze armate sono diverse da come vorrebbe rappresentarle un generale che oggi fa politica e non rappresenta le Forze armate. Può succedere, è successo anche a me, che si passi dalle Forze armate alla politica. Ma quando si fa questo salto non si deve sfruttare il proprio status militare, come sta facendo Roberto Vannacci”.
E’ un patriota Roberto Vannacci? “In questo momento ha la libertà di dire e pensare quello che crede. Il mio compito, però, con la divisa che indosso, è spiegare che è patriota chi difende la propria patria, non chi si muove per renderla più vulnerabile rispetto alle minacce esterne. Per non parlare poi della storia della X, della Decima Mas”. In che senso? “Credo che l’uso strumentale della Decima sia stato una mancanza di rispetto nei confronti di coloro che hanno dato la vita per il paese. Per tutti quei soldati che hanno ereditato quelle tradizioni, come gli incursori del Comsubin, il reparto d’élite della Marina militare italiana. Quando gli incursori del Comsubin gridano ‘Decima!’, prima di lanciare rose rosse verso l’altare della Patria durante la sfilata del 2 giugno, lo fanno esclusivamente per ricordare il coraggio dei palombari e dei sommergibilisti del periodo 1940-1943. Non c’è nulla di fascista, come qualcuno ha voluto far credere: è un segno di rispetto nei confronti dei caduti, di chi è morto per dare oggi a noi la libertà che abbiamo. Fa male vedere che una persona che ha servito a lungo il proprio paese in uniforme dimentichi la storia”. Malizia: quando il generale Paglia sente Roberto Vannacci parlare di difesa non ha l’impressione di sentire parlare il leader del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte? “La frase ‘Una borsa di studio in più e cinque fucili in meno’ temo possa essere attribuita indifferentemente a entrambi gli esponenti politici”. Paglia sorride, si ferma, riavvolge il nastro e ricorda un episodio del 2013. Dice che è da allora che ha costruito un rapporto speciale con Giorgia Meloni. Dice che fu allora che Giorgia Meloni gli disse che uno come Paglia è un patrimonio dell’Italia. Ma dice che da allora molte cose sono cambiate e che oggi, in un mondo immerso nella demagogia, dare il proprio contributo potrebbe diventare una scelta obbligata. “Giro tanto nelle scuole, vedo i giovani, vedo come si pongono nei nostri confronti, vedo il rischio che le parole di un ex generale vengano scambiate per il pensiero delle forze armate. Ho sentito molti ragazzi e molti insegnanti chiedere: come potete permettere che passi l’idea che il pensiero di un ex generale sia il pensiero dell’esercito?”. Se le chiedessero di candidarsi, per dare un segnale, per riportare ordine, per provare a fare nel paese quello che fa nelle scuole, ci penserebbe? “Sarebbe un dovere pensarci. Se mai dovesse arrivare una proposta, la valuterò”. Paglia ci guarda, fa una pausa, cerca con lo sguardo l’addetta stampa, riceve un segno di approvazione per le parole usate, niente paura, niente mezzi termini, niente ambiguità. Poi guarda l’orologio, si chiede come diavolo sia possibile che un giornale abbia lo spazio per raccogliere tutte le sue parole, gli facciamo cenno di non preoccuparsi, siamo abituati, siamo un po’ logorroici quando scriviamo, lui riprende il filo e torna sul tema. Sempre lui. Il generale. Dice Paglia: “E non abbiamo parlato della remigrazione”. In che senso? “E’ una parola che non definirei neppure fascista. E’ una parola che definirei senza paura figlia di un’idea nazifascista del mondo. Le parole hanno un peso. Se tu scegli di utilizzare quella parola, remigrazione, stai utilizzando una parola che rimanda alla deportazione, la deportazione ai rastrellamenti e i rastrellamenti a quello che sappiamo. Un cittadino italiano che ha origini straniere non può essere trattato con meno diritti di un cittadino italiano senza origini straniere. Parlare di rimpatri è un conto, parlare di come rafforzarli è un altro, parlare della necessità di governare l’immigrazione illegale è un altro conto ancora. Parlare di remigrazione è una scelta precisa. Significa ammiccare a un mondo. Un mondo in cui l’unico ‘-ismo’ che ha cittadinanza è l’estremismo, non il patriottismo. I militari non ragionano così. I militari ragionano in un altro modo. Se io ti dico che rispetto colui che mi ha sparato, come faccio a dire che non rispetto colui che viene qui in cerca di lavoro?”
Il tempo è scaduto. Chiediamo a Paglia se ci sia qualcosa che non ha mai raccontato dell’imboscata. Risponde di sì, ma aggiunge che non lo racconterà mai. Gli chiediamo allora cosa racconta quando incontra i ragazzi nelle scuole, cosa gli dice, come glielo spiega. Lui dice che nelle scuole, quando parla dell’imboscata in Somalia, insiste soprattutto su una scelta. Davanti ai militari italiani, quel giorno, si trovarono donne e bambini che lanciavano pietre, mentre uomini armati, nascosti dietro di loro, aprivano il fuoco. Gli italiani, ricorda ancora Paglia, non reagirono subito, perché rispondere avrebbe significato provocare una strage. Paglia lo spiega ai ragazzi usando l’esempio di Call of Duty: se non spari, perdi; nella realtà, però, sparare può voler dire tradire i propri valori. Quell’attesa ebbe un prezzo altissimo. Paglia dice che, reagendo immediatamente, forse oggi camminerebbe, ma aggiunge che facendo altrimenti non avrebbe saputo parlare di valori alla propria famiglia né guardarsi allo specchio. I colpi arrivarono prima frontalmente e poi da ogni direzione, anche se inizialmente sarebbe stato possibile sganciarsi. Per Paglia è proprio questa la differenza del soldato italiano: non scegliere la via più semplice, ma restare fedele ai propri princìpi anche quando costa. “Credo che un patriota possa soltanto fare del bene, perché ciò che conta è non dimenticare il senso del proprio ruolo nel mondo. Lo deve ricordare anche quando cambia ruolo, quando non è più militare. Un patriota non è mai estremo. Un patriota combatte per gli altri. Un patriota combatte per la libertà. E chi oggi ama la libertà e questa divisa non può non chiedersi se ci sia qualcosa da fare per difendere la nostra libertà smascherando gli impostori del patriottismo”.
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