Michele Mari vince lo Strega, sconfitte la polizia morale e Temptation Island

09 Luglio 2026 - 05:40
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Michele Mari vince lo Strega, sconfitte la polizia morale e Temptation Island

Bisogna pensare anche alle vittime, mica solo ai carnefici: mentre noi ci sollazzavamo con la turpe vicenda del furgone di Bisceglie, Stefano Petrocchi ha passato alcune settimane invero faticose, dovendosi barcamenare tra il bisogno di avere un premio Strega animato, e quello di non far fuggire i letterati che, di fronte all’ipotesi d’un autore processato sui giornali e punito nei voti per aver detto che qualcuna è una cessa, minacciavano di rinunciare al diritto di voto. 

Certo, puoi tenerti poi uno Strega in cui non votano più gli italianisti ma votano quelle che fanno i caroselli su Instagram, uno Strega da polizia morale, uno Strega sempre più emulazione fallita di “Temptation Island”; programma in cui, mentre in Campidoglio si votava il libro dell’estate, Filippo Bisciglia redarguiva il porocristo che aveva osato dire «La mia Saretta» riferendosi alla fidanzata: «Non è di tua proprietà». 

Riassunto provvisorio dei fatti. Lo Strega è alla sua ottantesima edizione, e quindi la finale ieri era in Campidoglio e non nella solita valle Giulia, quella parte di Roma con un clima da lidi ferraresi. Alla finale ci si doveva arrivare con la tranquillità di quasi sempre, senonché: la turpe vicenda. 

Tre settimane fa, sul furgone che porta i finalisti dello Strega da un punto della profonda provincia all’altro, Michele Mari direbbe cose sgradevoli di Michela Murgia, Teresa Ciabatti ci baccaglierebbe, e i giornali che pur di non parlare di libri farebbero proprio di tutto ci si buttano. 

Nota: la prima persona a raccontarmi la conversazione a bordo me ne riferisce come originata non da considerazioni di Mari ma di Elena Rui, cui lui si sarebbe precipitato a dare man forte. La stessa persona – avendo Mari, nella versione accreditata, detto che la Murgia era brutta, cioè: quelle cose che una parte del pubblico sbuffa non si possano più dire, come non fossero sempre state delle cafonate – conclude la cronaca con le parole: «Insomma, lo Strega lo vince Vannacci». 

I fatti poi vai a sapere quali siano davvero, nel “Rashomon” che ci possiamo permettere mi accontenterò d’una ricognizione minima dei personaggi e degli interpreti. 

Stefano Petrocchi (che, se si stufasse del furgone di Bisceglie, sarebbe perfetto per sostituire Filippo Bisciglia) è il signore che, tenendolo in faticoso equilibrio tra cafonata che diverte i giornali e più-prestigioso-premio-letterario-italiano, gestisce il premio Strega. Premio che quest’anno aveva sei finalisti; seguono identikit sommari. 

Michele Mari: venerato maestro, notoriamente scorbutico (la leggenda dice che una volta picchiò Antonio D’Orrico, il che ci dice sì del brutto carattere di Mari ma soprattutto del fatto che una volta i critici contavano abbastanza da incomodarsi a menarli), candidato da Einaudi con un libro «ti prego faccelo meno ipotattico del solito così possiamo mandarlo allo Strega», vincitore annunciato. 

Teresa Ciabatti: nella catalogazione arbasiniana, età da solita stronza, ma mi pare più adatta la definizione di agnella sacrificale o capra espiatoria; precettata a stare in cinquina da Petrocchi per, a seconda di chi racconta, due diverse ragioni: perché il libro scelto a scopo di cinquina da Mondadori (quello di Leonardo Colombati) non viene considerato potabile, o perché ci-vuole-una-donna. Del primo libro di Ciabatti – c’era ancora la lira – l’allora rilevante D’Orrico scrisse che era il più brutto mai pubblicato; la settimana scorsa, passato da solito stronzo a irrilevante maestro, ha scritto su Domani un pezzo lungo come “Ben Hur” in cui diceva che l’unica vera grande scrittrice sul turpe furgone era Ciabatti. 

Matteo Nucci: anche lui come catalogazione anagrafica solito stronzo, impossibile vincitore giacché il suo editore (Feltrinelli) ha vinto lo Strega l’anno scorso, tentato capro espiatorio mondadoriano quando l’affaire turpe furgone diventa così ridicolo che si spera di poter dare la colpa a chi l’abbia raccontato ai giornali (invece che darla ai giornali che sono tre settimane che si occupano di queste stronzate; quorum ego, direi se avessi fatto il classico). 

Alcide Pierantozzi: fascia d’età stolida promessa, autore di dolentissimo memoir da catalogazione libraria CMT (Cazzi Miei Tristi), ripescato da Petrocchi che gli avrebbe dirottato voti una volta vista la cinquina del Campiello alla quale non voleva lasciare l’esclusiva del caso umano. Petrocchi ci vede lunghissimo: prima che la turpe vicenda del furgone di Bisceglie gli scippasse i riflettori, Pierantozzi era star assoluta del tour, durante le tappe del quale illustrava tentativi di suicidio e altre amenità, e il pubblico del ceto medio complessato correva ad abbracciarlo in lacrime. 

Bianca Pitzorno: veneratissima maestrissima, quasi ottantaquattrenne epperciò assente giustificata da molte tappe, comprese quelle tra le quali viaggiava il turpe furgone, autrice subito dopo la pubblicazione della turpe vicenda di articolo in cui ricordava che anche lei è donna, anche lei è sarda, anche lei era in buoni rapporti con la Murgia. Anche unica dei sei che abbia venduto quasi ottantamila copie, una cifra dei tempi in cui oltre che i libri esistevano anche i lettori. 

Elena Rui: anche lei fascia stolida promessa, ripescata in quota editoria indipendente (la pubblica L’orma), coi voti dell’editoria non esattamente indie; Einaudi, che l’ha messa sotto contratto per il prossimo libro, avrebbe dirottato su di lei i secondi e terzi voti delle schede di coloro che per la cinquina votavano come prima scelta Mari. L’orma avrebbe, in queste settimane in cui si votava per passare da sei finalisti a un vincitore, chiesto per lei il voto appellandosi alla sobrietà dalla signora dimostrata nel corso della turpe vicenda. 

Ogni anno ci sono filmati dedicati a ogni finalista, quest’anno meno dilettanteschi del solito. Quello di Mari ha un picco di bullismo quand’egli rivela di averci messo meno di un mese a scrivere “I convitati di pietra” (in questi giorni Nicola Lagioia ha raccontato degli anni in cui si svegliava alle quattro del mattino per scrivere “La ferocia”). 

Quello di Ciabatti ha un picco da ancella del patriarcato quand’ella racconta di aver comprato un ferro da stiro da viaggio per rendersi utile agli altri finalisti. 

Quello di Nucci è quasi rivoluzionario in quell’«io non credo che uno scrittore debba parlare dei suoi libri in pubblico». Si smezza il trofeo di più sovversivo della serata con Pierantozzi che si chiede cosa si parli a fare di libri d’estate, che le spiagge sono devastate dalla musica ed è impossibile leggere. Dovrebbero dar retta alla Rui, che nel suo filmato dice che neanche lei ama promuovere i libri, ma «bisogna sforzarsi, sviluppare altre competenze». 

Il filmato di Bianca Pitzorno contiene – prevedibilmente, essendo lei della generazione che per ultima ha avuto bisogno di conquistare diritti per le donne – la più femminista delle affermazioni: «Una donna può essere libera solo se ha soldi suoi». 

Pierantozzi, sul palco, è il più murgiano di tutti: come lei diceva di rispondere a chi la criticava non per stizza personale ma per insegnare alle altre a non stare zitte, Pierantozzi dice che, nel secolo in cui «salute mentale» viene pronunciato più spesso di «caffè macchiato», non si parla abbastanza di malattia mentale, e quindi conclude «È importantissimo che io sia qui». 

Tra gli svantaggi di essere un uomo, non c’è solo che se dici che la tua fidanzata è tua arriva un Filippo Bisciglia a farti il cazziatone, mentre nessuna donna è mai stata redarguita per aver usato un possessivo sentimentale. C’è anche il permettersi gli intervistatori cose che, se le azzardassero con una donna, ci sarebbero settimane d’indignazione. Mentre intervista Mari sul palcoscenico, Pino Strabioli gli fa notare che non sorride mai. 

Quello, esasperato come le ragazze che sui social classificano come ingerenza del patriarcato chiunque dica loro che sono più belle quando sorridono, risponde che è una vita che glielo dicono, ma lui non è capace. Sapesse sorridere a comando, sarebbe a “Temptation Island”, mica allo Strega. 

Ah, poi ha vinto come da programma Mari, e con lo stesso esatto distacco da Nucci che aveva avuto in semifinale: tanti giorni di speculazioni, tante fantasie sugli spostamenti di voti e su Petrocchi che avrebbe punito i litiganti, tanto furgone per nulla. 

L’hanno proclamato vincitore dopo la mezzanotte, ma era ufficiale dalle undici e venti, quando la regia è uscita dal filmato in cui il Vannacci dei presentabili raccontava che i suoi ex compagni di scuola gli avevano detto che se vinceva doveva offrir loro la cena, e Pino Strabioli ha chiesto se quindi ora dovesse offrirgliela; e quel bullo, a un quarto sì e no dei voti scrutinati, aveva risposto: «Temo di sì». 

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