Missile cinese nel Pacifico, cresce l’allarme: sarebbe caduto vicino alle acque di Nauru e Tuvalu
Il missile a capacità nucleare lanciato dalla Cina nel Pacifico sarebbe caduto nei pressi delle zone economiche esclusive di Nauru e Tuvalu. Taiwan parla di provocazione destabilizzante, Australia e Nuova Zelanda criticano Pechino, Angus Taylor chiede più investimenti nella difesa e anche il premier delle Isole Salomone Matthew Wale cita con preoccupazione i test ICBM nel suo discorso per l’Independence Day.
Il test che scuote il Pacifico
La tensione strategica nel Pacifico sale di livello dopo il lancio di un missile cinese a capacità nucleare, che secondo le prime ricostruzioni sarebbe caduto in mare vicino alle zone economiche esclusive di Nauru e Tuvalu.
Il test, effettuato dalla Cina nel Pacifico, ha provocato reazioni da parte di Australia, Nuova Zelanda, Taiwan, Stati Uniti e Giappone. Pechino sostiene che si sia trattato di un’esercitazione militare ordinaria, condotta con testata fittizia e nel rispetto del diritto internazionale. Ma per diversi governi della regione il segnale è tutt’altro che rassicurante.
Secondo ABC, il missile avrebbe sorvolato le zone economiche esclusive di almeno tre Stati insulari del Pacifico — Stati Federati di Micronesia, Nauru e Kiribati — per poi cadere vicino alle acque di Tuvalu e Kiribati, circa 1.000 chilometri a nord-est delle Isole Salomone.
Taiwan: “Una provocazione che destabilizza l’Indo-Pacifico”
A rilanciare l’allarme è stato Joseph Wu, capo del Consiglio di sicurezza nazionale di Taiwan, che ha pubblicato sui social un’immagine della presunta traiettoria del missile.
Secondo Wu, l’impatto sarebbe avvenuto circa 1.000 chilometri a nord-est delle Isole Salomone. Il funzionario taiwanese ha definito il test “una provocazione che destabilizza l’Indo-Pacifico”, accusando Pechino di comportarsi ancora una volta da potenza intimidatoria nella regione.
Le parole di Taiwan si inseriscono in un quadro già teso. Taipei osserva con crescente preoccupazione l’espansione militare cinese e considera ogni dimostrazione di forza nel Pacifico come parte di una strategia più ampia di pressione regionale.
Australia e Nuova Zelanda criticano Pechino
Anche Australia e Nuova Zelanda hanno reagito con fermezza.
Canberra ha espresso preoccupazione per il test e ha sollevato la questione con la Cina sia a Canberra sia a Pechino. Il vicepremier e ministro della Difesa Richard Marles ha sottolineato il carattere destabilizzante dell’episodio, evidenziando la portata del missile, il lancio da sottomarino e la capacità potenziale di trasportare armamenti nucleari.
La ministra degli Esteri australiana Penny Wong ha criticato la mancanza di trasparenza e rassicurazione da parte cinese, ricordando che i leader del Pacific Islands Forum hanno più volte indicato il Pacifico come un “oceano di pace”.
La Nuova Zelanda ha assunto una posizione analoga. Il ministro degli Esteri Winston Peters ha definito il test profondamente preoccupante, anche perché il Pacifico meridionale è legato al Trattato di Rarotonga, che istituisce una zona libera da armi nucleari. Anche se il missile aveva una testata fittizia, il fatto che fosse potenzialmente capace di trasportare armamenti nucleari solleva interrogativi politici e strategici.
Angus Taylor: “Una provocazione sgradita”
Nel dibattito australiano è intervenuto anche il leader dell’opposizione Angus Taylor, che ha definito il test cinese una “provocazione sgradita” e un atto di “intimidazione”.
Taylor ha sottolineato che l’Australia dovrebbe essere profondamente preoccupata dalla gittata del missile balistico intercontinentale lanciato da Pechino e ha chiesto al governo federale di registrare le proprie preoccupazioni con la Cina ai massimi livelli diplomatici.
Il leader dell’opposizione ha anche rilanciato il tema della spesa militare, sostenendo che il Paese debba aumentare gli investimenti nella difesa e rafforzare la cooperazione con gli alleati.
“Questi non sono gli atti di un amico”, ha detto Taylor, aggiungendo che la strada migliore per garantire la pace passa attraverso la forza. Una posizione che inserisce il test cinese anche nel confronto politico interno australiano, dove sicurezza, deterrenza e difesa del Pacifico stanno diventando temi sempre più centrali.
Taylor ha comunque espresso sostegno all’Ocean of Peace Alliance, l’accordo firmato tra Australia e Fiji, riconoscendolo come un passo importante per rafforzare la sicurezza regionale.
Anche le Isole Salomone rompono il silenzio
Il test missilistico cinese è entrato anche nel discorso del primo ministro delle Isole Salomone, Matthew Wale, durante le celebrazioni per l’Independence Day a Honiara.
Nel suo intervento, dopo aver parlato delle sfide interne del Paese, Wale ha elencato alcune delle minacce alla sicurezza regionale, citando il cambiamento climatico, le tensioni strategiche e, con una frase breve ma significativa, anche i test missilistici intercontinentali.
“Adesso abbiamo persino test ICBM, mio Dio”, ha detto il premier, facendo riferimento ai missili balistici intercontinentali.
Il passaggio è politicamente rilevante perché le Isole Salomone sono uno dei Paesi più sensibili nella competizione tra Australia e Cina nel Pacifico. Nel 2022, il governo dell’allora premier Manasseh Sogavare firmò con Pechino un controverso accordo di sicurezza che provocò forte preoccupazione a Canberra, Washington e tra diversi partner regionali.
Wale, eletto primo ministro nel maggio 2026, era stato a lungo critico verso quell’intesa. ABC ha ricordato che in passato aveva chiesto persino di revocarla, salvo poi sostenere la necessità di renderla pubblica e valutarla nel merito una volta arrivato al governo.
Il premier ha anche affermato che le Isole Salomone non devono diventare una fonte di “ansia” per la sicurezza della regione. Una frase che sembra richiamare proprio il precedente accordo con la Cina e il timore che Honiara possa essere trascinata in una competizione strategica più ampia.
Il riferimento di Wale conferma che il lancio cinese non è stato percepito soltanto come un test militare isolato. Per molti Paesi del Pacifico, anche quando evitano condanne pubbliche dirette, il messaggio è chiaro: la regione non vuole diventare il campo di prova della rivalità tra grandi potenze.
La Cina parla di test “di routine”
La risposta cinese è stata netta: nessuna provocazione, nessun messaggio politico, solo una normale attività militare.
Pechino ha invitato i governi stranieri a non “sovrainterpretare” il lancio, sostenendo che l’esercitazione fosse conforme al diritto internazionale e non diretta contro alcun Paese.
Ma la spiegazione non convince molti osservatori. Il test arriva infatti in un momento di forte competizione strategica nel Pacifico e poche ore dopo la firma dell’accordo di sicurezza tra Australia e Fiji, un’intesa che rafforza l’architettura difensiva regionale promossa da Canberra.
Le autorità australiane hanno evitato di stabilire un collegamento diretto tra i due eventi. Il ministro Pat Conroy ha dichiarato che è più probabile si tratti di una coincidenza, pur precisando che il dispiegamento cinese era monitorato da tempo e che il preavviso dato da Pechino è stato giudicato insufficiente.
Il nodo Nauru, Tuvalu e Kiribati
Il possibile punto di caduta del missile, vicino alle zone economiche esclusive di Tuvalu e Kiribati e non lontano da Nauru, rende il caso ancora più sensibile.
I piccoli Stati insulari del Pacifico sono spesso al centro della competizione tra potenze: da una parte l’Australia e i suoi alleati, dall’altra la crescente influenza cinese attraverso investimenti, infrastrutture, diplomazia e accordi di cooperazione.
Finora, alcuni funzionari del Pacifico avrebbero espresso disagio in privato, ma pochi Paesi insulari hanno scelto la condanna pubblica frontale di Pechino. Questo silenzio racconta la delicatezza della situazione: molti Stati del Pacifico dipendono da relazioni economiche e diplomatiche con più potenze e preferiscono evitare prese di posizione che possano compromettere equilibri già fragili.
Una dimostrazione di capacità militare
Il test segnala anche un elemento militare preciso: la Cina vuole mostrare la propria capacità di proiettare forza nucleare a lunga distanza dal mare.
Secondo Reuters, esperti hanno ipotizzato che il missile potesse essere un JL-3, un missile balistico lanciato da sottomarino e potenzialmente capace di raggiungere il territorio continentale degli Stati Uniti. Pechino non ha confermato il modello utilizzato.
Questo dettaglio è centrale. Un lancio da sottomarino non è soltanto un test tecnico: è un messaggio sulla capacità di deterrenza cinese, sulla sopravvivenza del suo arsenale nucleare e sulla possibilità di colpire a lunga distanza anche in caso di crisi.
Il fatto che il lancio sia avvenuto da una piattaforma navale, e non da terra, accresce il peso strategico del test. Significa che Pechino sta mostrando non solo la gittata dei propri missili, ma anche la mobilità e la profondità della propria capacità nucleare.
Il Pacifico sempre più militarizzato
Il lancio conferma una tendenza ormai evidente: il Pacifico non è più soltanto uno spazio di cooperazione, commercio e diplomazia climatica. È diventato uno dei teatri principali della competizione tra grandi potenze.
Australia, Stati Uniti, Cina, Nuova Zelanda, Giappone, Taiwan e le nazioni insulari osservano ogni movimento militare con crescente attenzione. Missili, basi, porti, cavi sottomarini, trattati di difesa e accordi di sicurezza sono ormai parte dello stesso mosaico strategico.
Il test cinese arriva mentre Canberra sta rafforzando i suoi legami militari nella regione, in particolare con Fiji, Papua Nuova Guinea, Vanuatu e Isole Salomone. Per Pechino, questa rete può apparire come un tentativo di contenimento. Per l’Australia, invece, è una risposta alla crescente pressione cinese.
Un segnale che non può essere ignorato
La Cina insiste nel definire il lancio una normale esercitazione. Ma in geopolitica, il contesto conta quanto l’atto.
Un missile a capacità nucleare che cade vicino alle acque di piccoli Stati del Pacifico, in una regione già segnata da tensioni diplomatiche e nuove alleanze militari, non può essere letto come un episodio neutro.
Per Nauru, Tuvalu, Kiribati, le Isole Salomone e gli altri Paesi insulari, il rischio è di ritrovarsi sempre più vicini a una competizione strategica che non hanno scelto ma che si gioca sulle loro rotte, nei loro mari e attorno alle loro zone economiche.
Il Pacifico chiede stabilità. Le grandi potenze, invece, sembrano prepararsi a misurare la propria forza.
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