Moda sostenibile, il grande bluff: il 42% ignora l'ambiente quando compra

29 Maggio 2026 - 12:29
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lentepubblica.it

La sostenibilità è sempre più presente nel dibattito pubblico, nelle campagne delle aziende e nelle dichiarazioni dei consumatori. Eppure, quando arriva il momento di acquistare un capo d’abbigliamento, le buone intenzioni sembrano spesso lasciare spazio ad altri criteri, come il prezzo, la convenienza o le tendenze del momento.


È questa la principale evidenza emersa da una ricerca promossa da Legambiente nell’ambito del progetto VERDEinMED, iniziativa internazionale nata per affrontare il crescente problema dei rifiuti tessili nel Mediterraneo e favorire modelli di produzione e consumo più responsabili. Lo studio, realizzato coinvolgendo centinaia di cittadini in Italia, Spagna e Grecia, fotografa un fenomeno ormai noto agli esperti: il cosiddetto “Value-Action Gap”, ovvero il divario tra ciò che le persone dichiarano di considerare importante e ciò che effettivamente fanno nella vita quotidiana.

I risultati mostrano come la maggioranza degli intervistati esprima una forte attenzione ai temi ambientali e si dichiari disponibile a modificare le proprie abitudini per ridurre l’impatto della moda sul pianeta. Tuttavia, nella pratica, una parte consistente dei consumatori continua a non considerare la sostenibilità un elemento determinante durante gli acquisti.

Il fast fashion continua a influenzare le scelte

Uno degli aspetti più interessanti emersi dall’indagine riguarda il peso esercitato dal modello del fast fashion. Secondo i ricercatori, non si tratta necessariamente di una mancanza di sensibilità ambientale, quanto piuttosto dell’effetto di un sistema che spinge verso il consumo frequente, rende meno evidenti i costi ambientali della produzione e limita la comprensione delle conseguenze generate lungo tutta la filiera.

I numeri sono significativi: il 42,4% degli intervistati ammette di prestare poca o nessuna attenzione agli aspetti legati alla sostenibilità quando acquista prodotti tessili. Parallelamente, però, gli stessi partecipanti si dichiarano favorevoli all’utilizzo di fibre sostenibili e manifestano la volontà di adottare comportamenti più responsabili.

Questa apparente contraddizione suggerisce che tra la consapevolezza teorica e le decisioni concrete esiste ancora una distanza importante. In altre parole, molte persone riconoscono il problema, ma faticano a tradurre questa consapevolezza in comportamenti coerenti.

Etichette poco chiare e informazioni insufficienti

Un altro elemento critico riguarda la trasparenza delle informazioni fornite ai consumatori.

Sebbene circa il 69% del campione dichiari di leggere le etichette dei capi d’abbigliamento, la fiducia nei contenuti riportati appare limitata. Oltre un terzo degli intervistati ritiene infatti che le informazioni disponibili siano incomplete, poco chiare o comunque insufficienti per comprendere realmente l’impatto ambientale e sociale del prodotto acquistato.

La situazione appare ancora più complessa tra i più giovani. Con il diminuire dell’età, infatti, cala sensibilmente anche l’attenzione dedicata alla lettura delle etichette. Un dato particolarmente rilevante se si considera che circa la metà del campione analizzato è costituita da persone con meno di 18 anni.

Dalla ricerca emerge una richiesta precisa: i cittadini vogliono conoscere con maggiore chiarezza l’origine delle materie prime, le modalità produttive adottate dalle aziende, le condizioni di lavoro lungo la filiera e l’effettivo impatto ambientale dei prodotti che acquistano.

Da dove arrivano i nostri vestiti?

La conoscenza della provenienza dei capi rappresenta un ulteriore punto debole.

Secondo i dati europei, oltre il 30% delle importazioni tessili provenienti da Paesi extra UE arriva dalla Cina, seguita da Bangladesh, Turchia, India e Cambogia. Nonostante ciò, circa un quarto delle persone coinvolte nell’indagine non sa indicare da dove provengano i propri vestiti.

Si tratta di un elemento che evidenzia quanto il consumatore finale sia spesso distante dalle dinamiche produttive che stanno dietro a un semplice acquisto. La globalizzazione delle catene di approvvigionamento ha infatti reso sempre più difficile seguire il percorso di un capo dalla produzione fino alla vendita.

Il problema dei rifiuti tessili resta poco conosciuto

Tra i risultati più significativi emerge anche una diffusa incertezza sul destino degli indumenti una volta terminato il loro ciclo di utilizzo.

Il 41,1% degli intervistati dichiara infatti di non sapere come vengano raccolti, trattati o recuperati i rifiuti tessili nel proprio territorio. Un dato che evidenzia una carenza informativa non soltanto sugli acquisti, ma anche sulla fase finale del ciclo di vita dei prodotti.

La questione assume una rilevanza crescente se si considerano le dimensioni del fenomeno. Ogni anno, nell’Unione Europea, vengono eliminati circa 5 milioni di tonnellate di tessuti e capi d’abbigliamento, pari a circa 12 chilogrammi per abitante. Ancora più significativo è il dato relativo al recupero dei materiali: soltanto l’1% viene effettivamente riciclato per dare vita a nuovi prodotti tessili.

Un settore che pesa su ambiente e risorse naturali

L’industria della moda continua a rappresentare una delle attività economiche con il maggiore impatto sulle risorse naturali.

Secondo le stime citate nello studio, il comparto tessile occupa il terzo posto in Europa per consumo di acqua e suolo e il quinto per utilizzo di materie prime e produzione di gas serra. Numeri che fotografano una pressione significativa sugli ecosistemi.

Nel solo 2020, il consumo medio di prodotti tessili da parte di ogni cittadino europeo ha richiesto circa 9 metri cubi d’acqua, 400 metri quadrati di terreno e quasi 391 chilogrammi di materie prime.

Valori che contribuiscono a spiegare perché le istituzioni europee stiano progressivamente rafforzando gli strumenti normativi dedicati all’economia circolare e alla sostenibilità del settore.

Il ruolo del Passaporto Digitale del Prodotto

Tra le possibili soluzioni indicate dalla ricerca emerge il Passaporto Digitale del Prodotto (DPP), previsto dalla normativa europea sull’ecodesign.

L’obiettivo di questo strumento è creare una sorta di carta d’identità digitale per ogni capo, contenente informazioni standardizzate sulla provenienza dei materiali, sui processi produttivi, sull’impatto ambientale, sulla conformità alle norme e sulle modalità di gestione a fine vita.

Uno strumento che potrebbe contribuire a contrastare fenomeni di greenwashing e consentire ai consumatori di effettuare scelte più informate.

Accanto al DPP viene inoltre richiamata l’importanza della Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), meccanismo che attribuisce a produttori, importatori e distributori la responsabilità economica e organizzativa della gestione del prodotto anche dopo la sua dismissione.

VERDEinMED e il coinvolgimento dei territori

In Italia il progetto ha trovato il proprio centro operativo in Umbria, dove sono stati organizzati laboratori partecipativi che hanno coinvolto imprese, studenti e cittadini.

L’iniziativa ha favorito il confronto tra diversi soggetti della filiera, con l’obiettivo di individuare soluzioni innovative capaci di ridurre l’impatto ambientale del comparto e promuovere modelli produttivi più sostenibili.

Dopo quasi tre anni di attività e grazie a un finanziamento vicino ai 3 milioni di euro nell’ambito del programma Interreg Euro-MED, VERDEinMED si conclude con una conferenza internazionale dedicata alla condivisione dei risultati raggiunti e delle prospettive future.

La sfida, tuttavia, resta aperta. Se da un lato cresce la sensibilità ambientale, dall’altro il passaggio dalle intenzioni ai comportamenti concreti continua a rappresentare il vero nodo da sciogliere. Per gli esperti, il prossimo decennio sarà decisivo: solo una maggiore trasparenza lungo tutta la filiera, accompagnata da informazione e coinvolgimento dei cittadini, potrà ridurre la distanza tra ciò che le persone dichiarano di voler fare e ciò che realmente fanno quando acquistano un capo d’abbigliamento.

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