Nel Donbas la guerra è ovunque, ma la vita deve andare avanti

I raggi del sole sbattono contro le reti anti-drone sopra le nostre teste, facendole brillare. È come viaggiare dentro una gigantesca ragnatela. Una ragnatela che si estende per oltre cento chilometri, fatta di fili intrecciati. Se un drone russo provasse a colpirci, rimarrebbe impigliato nella ragnatela. Ma le reti non rendono questa strada sicura. Siamo in Kill Zone. E qui, qualunque cosa può ucciderti prima ancora che tu ti accorga da che lato arriva il pericolo.
Mentre il veicolo accelera, noi guardiamo istintivamente la Chuyka – il rilevatore di droni – pregando in silenzio che non emetta alcun suono, che non trasmetta alcuna immagine. Il compito del rilevatore è individuare le frequenze degli Fpv in volo. Se ne trova uno, ti avverte del pericolo, per poi agganciarsi alla telecamera del drone e mostrarti ciò che vede il soldato russo che lo sta pilotando. Se nello schermo vedi il tuo veicolo, il bersaglio sei tu e dovrai iniziare a scappare, cercando di evitare di essere preso in pieno dalla carica di esplosivo che quel drone trasporta.
Le reti coprono ogni lato della strada che stiamo percorrendo, ma c’è un problema: le reti si bucano. E se un drone riesce a trovare l’accesso, può infilarsi nel tunnel e volare contro le auto, oppure fermarsi a terra e aspettare, immobile, per ore, fino a che non decide che è arrivato il momento di colpire. Non puoi vederlo. Non puoi sentirlo. C’è ed è fatto per distruggere e per uccidere. Per questo, si corre. Centoventi, centotrenta, centoquaranta chilometri orari, cercando di rimanere esposti agli attacchi per il minor tempo possibile.
Lungo la strada, oltre la banchina, ci imbattiamo in svariati relitti di automobili distrutte e carcasse di animali morti. Cani soprattutto, ma anche uccelli che, a causa delle reti, non trovano una via d’uscita e restano bloccati sull’asfalto, esposti alla velocità letale delle automobili. Altri restano intrappolati tra le maglie di plastica e lì muoiono, come crocifissi, dopo giorni di agonia.
D’un tratto, il blindato su cui viaggiamo rallenta, e così l’ambulanza di fronte a noi e i veicoli dei volontari alle nostre spalle. Il Donbas si avvicina e, con un cenno del capo, ci viene comunicato che è arrivato il momento di indossare i giubbotti antiproiettile e gli elmetti. Il fronte, dalla città di Sloviansk – dove siamo diretti – dista all’incirca una quindicina di chilometri, dunque il pericolo non è che un soldato russo ci spari addosso, ma che un’esplosione sprigioni una pioggia di schegge che sfrecciano come lame, penetrando il corpo.
Se un’arteria viene recisa, l’emorragia uccide un essere umano in pochi minuti. Dunque è essenziale proteggersi con attrezzatura adeguata e avere sempre a portata di mano almeno un tourniquet (ossia una cinghia emostatica) e un kit medico di emergenza, fatto di garze, bende e tutto l’occorrente per salvare la propria vita o quella degli altri, in presenza di un sanguinamento grave.
Il posto in cui ci fermiamo per indossare i giubbotti, fino al mese scorso, era stata la stazione di benzina in cui la squadra di volontari si fermava a fare rifornimento e a prendere il caffè. Al suo posto, adesso, ci sono soltanto macerie.
Il tempo qui si è fermato. Nel parcheggio sono ancora posteggiate le automobili dei civili che si trovavano qui al momento dell’attacco. Automobili carbonizzate. Al centro della stazione c’è un gigantesco cratere, circondato dai resti di quello che, appena qualche settimana prima, era stato l’interno della stazione di benzina.
«È stato un KAB?», chiediamo. «Un razzo d’artiglieria», ci rispondono. Un razzo. Contro una stazione di servizio. «Morti?». La risposta è un dito che indica un piccolo memoriale al centro delle macerie. Una foto di due persone, un uomo e una donna, con sotto un mazzo di fiori rosa. Stavano facendo benzina.
Di loro non sono rimasti neppure i cadaveri. Persone uccise e disintegrate dall’impatto. In quello stesso attacco ha perso la vita anche un ragazzo di diciannove anni che lavorava lì. Il nostro viaggio prosegue. La ragnatela di reti sembra non finire mai. Il rilevatore di droni acceso e sotto carica. I giubbotti antiproiettile che premono contro il corpo e rendono difficoltosi i movimenti. Ogni tanto ci ricordiamo di bere un sorso d’acqua.
A un certo punto, l’ambulanza italiana che viaggia di fronte a noi rallenta. Non capiamo immediatamente il perché, ma il motivo diventa chiaro non appena in lontananza, al centro della strada, scorgiamo i resti di un veicolo militare carbonizzato. La radio gracchia. «Fuori», dice uno dei volontari ucraini. Freniamo e ci catapultiamo fuori dal furgone. Il resto della squadra è già in piedi sulla strada. «Forza, correte!», urla Tolik in ucraino. E noi obbediamo, allontanandoci dalle auto. La situazione in cui ci troviamo è pericolosa. C’è ancora del fumo intorno ai rottami del veicolo militare: deve essere stato colpito da poco, il che significa che potremmo trovarci sotto tiro dei russi.
Noi viaggiamo su un blindato, un ex portavalori italiano, concepito per trasportare in sicurezza denaro o gioielli, e che è stato donato agli ucraini per il trasporto di civili durante le evacuazioni. Se venissimo colpiti da un Fpv durante il viaggio, il veicolo potrebbe riportare gravi danni, ma, la blindatura aumenterebbe sensibilmente le nostre possibilità di sopravvivere. È accaduto un paio di mesi fa a Druzhkivka (ad appena mezz’ora di strada da dove ci troviamo noi ora): un mezzo blindato italiano, portato in Ucraina da La Memoria Viva e Liberi Oltre le Illusioni, è stato colpito da un drone russo durante un’operazione di evacuazione come questa, ma i volontari al suo interno e i due civili che trasportava (insieme a due animali domestici) sono sopravvissuti. Tuttavia anche la blindatura non è infallibile: contro attacchi ripetuti o munizionamenti più potenti, quella protezione potrebbe non bastare. I volontari ucraini che viaggiano con noi sono ancora meno al sicuro, perché loro non hanno mezzi blindati. Sono due auto civili e un’ambulanza. E la presenza di quest’ultima non ci protegge affatto, dal momento che l’esercito russo prende deliberatamente di mira anche i mezzi di soccorso. Per questo motivo, si cerca sempre di evitare l’effetto “convoglio”. Si viaggia a distanza di sicurezza gli uni dagli altri, separandosi quando è possibile.
Ora ci troviamo nella situazione peggiore. Siamo in campo aperto. Le nostre auto sono una dietro l’altra e noi ci troviamo all’esterno, disarmati e del tutto esposti agli attacchi russi.
In questa situazione, è pericoloso stare fermi, fuori dalle auto ed è ancora più pericoloso stare fermi, dentro i veicoli. Dunque, propendiamo per la prima opzione, tenendoci il più possibile vicino alla vegetazione, mentre due volontari ucraini corrono verso i resti del mezzo distrutto per capire se e in che modo si riesca a passare.
A un certo punto, che sembra durare un’eternità, riceviamo il via libera. «Avanti, cazzo», urla Sasha, spronandoci a muoverci più in fretta. Il viaggio prosegue. Un’altra comunicazione radio. «La vostra Chuyka vede qualcosa?», ci chiede Sasha. Abbiamo a portata di mano due rilevatori di droni diversi. Una Chuyka e un Sirko. Entrambi tacciono. Eppure il suo vede un Fpv. Capita spesso: questo perché i rilevatori hanno sensibilità, antenne e tempi di scansione diversi. Se poi sta volando un drone a fibra ottica (che dunque non comunica con il proprio operatore via radio, ma tramite un filo che si srotola per decine di chilometri), nessuno dei nostri rilevatori lo vedrà arrivare. Dunque il silenzio di un rilevatore non significa mai che il pericolo non c’è: significa soltanto che gli occhi del dispositivo sono ciechi e devi quindi utilizzare i tuoi. Significa tentare l’impossibile: scansionare ogni millimetro di cielo sopra la tua testa, di lato, per terra. Significa identificare in pochi millisecondi ogni cosa che si muove, a volte sobbalzando quando dagli alberi sbuca un uccello in volo.
Finalmente, raggiungiamo la periferia di Sloviansk. I russi sono a pochi chilometri da noi e ciò che vediamo fa gelare il sangue nelle vene.
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