Vannacci è quel nemico di Meloni che la sinistra s’illude sia suo amico

05 Settembre 2026 - 08:05
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Vannacci è quel nemico di Meloni che la sinistra s’illude sia suo amico

Roberto Vannacci

Roberto Vannacci non si tocca. Non conviene. È un problema loro. Siamo al trionfo della tattica, intesa come giochetto da ragazzini: il nemico del mio nemico è mio amico. Insomma, il campo largo e la sinistra non parlano mai del generale, il capo dei camerati di Futuro Nazionale. L’antifascismo solo quando serve, à la carte. Lui è un impaccio per Giorgia Meloni, dunque un’opportunità per Elly Schlein e compagni, dei quali in questi giorni non si trova una riga di attacco all’uomo nero della politica italiana.

Eppure, gli allarmi sono diventati estremamente seri: il Financial Times ha definito Vannacci una sorta di «cavallo di Troia» russo nella politica italiana, mentre la Procura militare di Roma ha aperto accertamenti preliminari dopo un esposto relativo anche alla partecipazione di militari alla struttura di Futuro Nazionale. Dunque, non si tratta dell’ennesimo pazzerello della politica italiana ma di un fenomeno appiattito ideologicamente sulla linea del Cremlino, al di là di legami più stretti tutti da provare, che potrebbe diventare addirittura un problema per la sicurezza nazionale.

In altri tempi, da Botteghe Oscure si sarebbe levato un allarme: questo è un pericolo per la democrazia. Mentre oggi nemmeno la sinistra più antifa ha emesso un fiato.

Il ragionamento – frutto di un cinismo machiavellico da quattro soldi – è banale: più è forte il generale e peggio è per la presidente del Consiglio. Non che non sia vero, al punto che molti ipotizzano che alla fine, di riffa o di raffa, un accordo tra centrodestra e Futuro Nazionale si troverà (e quindi altro che danno alla destra). E, tuttavia, ci dovrebbe essere un limite anche al cinismo elettorale. Soprattutto il Partito democratico, considerate le sue origini, dovrebbe fare una battaglia per denunciare il fenomeno Vannacci, per circoscriverlo, anche a costo di aiutare indirettamente il governo. Dovrebbe farlo per evitare un prossimo Parlamento pieno di fascisti e fascistoidi che non si vergognano di esserlo, cosa che non è esattamente un balsamo per la democrazia chiunque governi.

Peraltro, non tutti quelli che guardano al generale sono fascisti. Molti sono semplicemente arrabbiati, disamorati, qualunquisti, ostili alla politica tradizionale, desiderosi di mandare un segnale di rottura. Giovani soprattutto.

È lì che bisognerebbe dare risposte, prosciugando il mare in cui il generale pesca, andando alla radice del malessere. Dicendo che il fascismo non è una risposta alla crisi della società, ma è il trionfo di quella crisi. E in ogni caso le cose vanno dette a viso aperto. L’unico che lo sta facendo – è inutile che i campolarghisti se la prendano – si chiama Carlo Calenda. Che, tra l’altro, si è giustamente scandalizzato per l’invito a Vannacci da parte del Forum Ambrosetti, grazie al quale oggi egli a Cernobbio dialogherà con Mario Monti (presidente, una persona come lei però poteva rifiutarsi!), un fatto che la dice lunga sulla povertà morale dell’attuale classe dirigente del mondo economico.

Come al solito, si guarda al domani e non al dopodomani, avrebbe detto Aldo Moro. Qui si cambia un vantaggio con un disastro. La sinistra rischia ancora una volta di combattere l’avversario aiutando il nemico. Più o meno come è accaduto cento anni fa. A Weimar.

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