Dalle auto ai robot militari, la scommessa europea passa anche da Torino

La prossima vulnerabilità della difesa occidentale potrebbe trovarsi dentro un componente grande pochi centimetri. Non necessariamente in un missile o in un caccia, ma nel magnete che fa funzionare il motore di un drone. È uno dei problemi messi in evidenza dal think tank britannico Royal United Services Institute for Defence and Security Studies (Rusi) in un’analisi dedicata al prossimo «China shock», che potrebbe investire anche il settore della difesa.
La Cina produce tra il 90 e il 98% dei magneti permanenti utilizzati nei motori dei droni e negli attuatori, secondo il think tank britannico. E il problema non riguarda soltanto i sistemi senza pilota: più di 80.000 componenti impiegati in circa 1.900 sistemi d’arma americani dipendono direttamente da minerali controllati da Pechino.
Il punto è che la sovranità industriale non si misura soltanto dal luogo in cui un’arma viene assemblata. Un drone può essere progettato in Europa, prodotto in una fabbrica europea e avere software europeo, ma restare esposto a una decisione presa dall’altra parte del mondo. Se manca un magnete, una batteria, un sensore o un semiconduttore, la linea di produzione si ferma.
La questione diventa ancora più rilevante guardando all’evoluzione della guerra in Ucraina. Kyjiv ha prodotto circa quattro milioni di droni e sistemi robotici nell’ultimo anno. La guerra ha trasformato gli apparecchi senza pilota in materiali di consumo: vengono impiegati, persi e sostituiti a una velocità che l’industria militare tradizionale fatica a sostenere. Per questo, sostiene il Rusi, la capacità di una potenza militare dipenderà sempre più dalla possibilità di produrre sistemi autonomi «a milioni», a costi sostenibili e con cicli di innovazione molto rapidi.
È qui che l’industria automobilistica può diventare strategica. Il Rusi indica Torino, insieme a Wolfsburg, Detroit e alle Midlands britanniche, tra i grandi poli industriali che possono offrire competenze e catene di fornitura utili allo sviluppo della robotica militare. Motori elettrici, batterie, attuatori, sensori ed elettronica sono componenti che appartengono già alla filiera dell’auto e che possono trovare applicazioni nei sistemi autonomi militari.
Non è però una semplice conversione delle fabbriche. L’industria dell’auto lavora su cicli produttivi che durano anni; quella dei droni deve imparare a progettare, produrre e modificare sistemi nell’arco di settimane. È una differenza che l’Ucraina ha imparato sulla propria pelle e che l’Europa deve ancora tradurre in un modello industriale.
Il vantaggio cinese, del resto, non nasce soltanto dalla produzione di componenti. Pechino ha installato nel 2024 circa 295.000 robot industriali, contro i 32.200 degli Stati Uniti e i 26.982 della Germania. Nel settore della robotica umanoide, le aziende cinesi hanno conquistato quasi il 90% del mercato mondiale nel 2025. E la stessa industria dell’auto elettrica ha contribuito a costruire quell’ecosistema di fornitori, competenze e capacità produttiva che oggi può essere trasferito alla difesa.
La dimensione militare si intreccia così con quella industriale. La Cina dispone della capacità manifatturiera e della componentistica; la Russia sta accumulando un’esperienza operativa senza precedenti nell’impiego dei droni e una quantità enorme di dati raccolti sul campo. Mosca ha bisogno dei componenti cinesi, mentre Pechino può osservare ciò che funziona e ciò che non funziona in una guerra reale.
Per il Rusi, in uno scenario di crisi sul fianco orientale della Nato, l’Occidente potrebbe trovarsi davanti non a una Russia isolata, ma a un ecosistema militare-industriale che si estende idealmente da San Pietroburgo a Shenzhen.
La risposta europea non può quindi limitarsi a stabilire che una certa percentuale di un sistema d’arma debba essere prodotta dentro l’Unione. La domanda da porsi è cosa c’è sotto il cofano. Dove vengono prodotti i magneti? Dove vengono lavorate le terre rare? Chi produce batterie, motori e sensori? E soprattutto: quanto tempo servirebbe per sostituire un fornitore cinese se Pechino decidesse di interrompere le esportazioni?
Il «China shock» della difesa è, in questo senso, anche una questione di scala. L’Europa può costruire droni e robot militari. Il problema è riuscire a produrne centinaia di migliaia o milioni senza dipendere da una filiera che, nei suoi punti più delicati, resta fuori dal suo controllo.
Ed è qui che Torino torna a essere interessante. Non soltanto come città dell’auto, ma come parte di quella base industriale europea che potrebbe essere chiamata a trasferire nella difesa competenze, fornitori e capacità produttiva costruite in decenni. La partita della nuova sovranità militare potrebbe cominciare molto più in basso del logo sulla scatola: nella distinta base di un robot.
L'articolo Dalle auto ai robot militari, la scommessa europea passa anche da Torino proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)