La ricetta di Draghi per una nuova Europa dei volenterosi

Signor Sindaco Dr. Ziemons,
Signor Cancelliere Merz,
Signor Primo Ministro Mitsotakis,
Signor Presidente Laschet,
Presidente Lagarde,
Illustri premiati degli anni precedenti,
Eminenze ed Eccellenze,
Gentili ospiti, Signore e Signori,
Non fingerò che ciò che attende l’Europa sia facile. La pressione sul nostro continente è profonda e si fa più pesante di mese in mese.
Ma questo non è soltanto un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione.
Le forze che oggi mettono alla prova l’Europa stanno infatti realizzando qualcosa che decenni di pace e prosperità non erano riusciti a ottenere: stanno costringendo gli europei a riconoscere nuovamente ciò che condividono e ciò che sono disposti a costruire insieme.
Questo dovrebbe darci fiducia. Ma dovrebbe anche renderci pienamente consapevoli della portata del compito che abbiamo davanti.
Dal 2020, uno shock esterno ha seguito l’altro, ciascuno aggravando il precedente, ciascuno restringendo il margine per l’esitazione. Stiamo ancora assorbendo l’impatto di dazi imposti dal nostro principale partner commerciale a livelli mai visti in un secolo. Ora la guerra in Medio Oriente ha riportato inflazione nelle nostre economie e ansia nelle nostre famiglie. Anche quando lo Stretto di Hormuz verrà riaperto, le fratture inflitte alle catene di approvvigionamento potrebbero protrarsi per mesi o anni.
Questi shock sarebbero difficili da affrontare in qualsiasi circostanza. Ma arrivano proprio mentre i bisogni di investimento dell’Europa sono diventati immensi. Quella che era già stimata in circa 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva è salita, con gli impegni sulla difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media.
La crescita è dunque la condizione per tutto ciò che oggi l’Europa afferma di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che stanno invecchiando.
E il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista.
Al di là dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine del dopoguerra restino impegnati a preservarlo. Decisioni con conseguenze profonde per le economie europee vengono prese sempre più unilateralmente, in spregio alle regole che gli Stati Uniti un tempo sostenevano. E per la prima volta dal 1949, gli europei devono confrontarsi con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che avevamo dato per acquisite.
Nemmeno la Cina offre un ancoraggio alternativo. Sta generando surplus industriali su una scala che il mondo non può assorbire senza svuotare la nostra stessa base produttiva. E sostiene direttamente il nostro avversario, la Russia.
In un mondo di alleanze mutevoli, ogni dipendenza strategica deve ora essere riesaminata. Per la prima volta nella memoria vivente, siamo davvero soli insieme. L’Europa sta rispondendo a questa nuova realtà. Ma lo sta facendo all’interno di un sistema che non è mai stato progettato per sfide di questa portata.
Il progetto europeo fu costruito, deliberatamente e saggiamente, per impedire la concentrazione del potere. Dopo le catastrofi della prima metà del Novecento, gli europei decisero che nessuno Stato membro avrebbe dominato sugli altri.
Al suo posto crearono un diverso modello di governance, condiviso e diffuso. Agenzie indipendenti, processi vincolati da regole e mercati finanziari furono incaricati di svolgere funzioni che altrove avrebbero richiesto scelte politiche esplicite. Laddove era necessario trovare accordi tra governi, la governance europea li avvolgeva in strati procedurali tali da privarli della loro carica politica. Decisioni che in un altro contesto sarebbero state divisive finivano per apparire amministrative.
I risultati di quel sistema furono straordinari. La pace in un continente un tempo definito dalla guerra. Il ritorno delle nazioni che avevano trascorso generazioni dietro la Cortina di ferro in una comunità di popoli liberi. Il mercato unico. L’euro. La libertà di muoversi attraverso confini che per secoli avevano diviso gli europei gli uni dagli altri.
Per settant’anni, questa architettura ha portato avanti l’Europa. Ci ha consentito di realizzare qualcosa di storicamente raro: integrazione senza subordinazione. Ma poggiava su due assunti fondamentali.
Il primo era che l’Europa avesse costruito un’economia davvero aperta, nella quale lo Stato non avesse bisogno di dirigere la crescita: libero scambio interno attraverso il mercato unico e libero scambio esterno attraverso un ordine internazionale fondato su regole.
Il secondo era che l’Europa non avrebbe mai più dovuto affrontare le questioni più dure del potere e della sicurezza, perché altri le avrebbero risolte per noi.
Entrambi questi assunti si sono ora rivelati vuoti. E, mentre vengono meno, le questioni politiche che l’Europa aveva cercato di attenuare stanno tornando al centro del progetto europeo.
In nessun luogo questo è più visibile che nelle contraddizioni del modello economico europeo stesso.
All’esterno abbiamo smantellato le barriere commerciali, accolto le catene globali del valore e costruito la più aperta tra le grandi economie del mondo. Ma all’interno non abbiamo mai praticato pienamente l’apertura che predicavamo: abbiamo lasciato incompiuto il mercato unico, frammentati i mercati dei capitali, insufficientemente connessi i sistemi energetici e ampie parti della nostra economia intrappolate in strati di regolamentazione.
Vi è un’ironia in tutto questo. L’Europa ha fatto affidamento sui mercati affinché svolgessero compiti che un’autorità politica comune non era autorizzata a svolgere. Ma a quei mercati abbiamo negato la scala continentale necessaria per avere successo. Il risultato non è stata una vera economia di mercato, ma un’economia asimmetrica. Ed è da questa asimmetria che derivano molte delle vulnerabilità che oggi l’Europa si trova ad affrontare.
La prima vulnerabilità è la nostra esposizione alla domanda esterna. Le imprese europee sono state spinte verso l’esterno alla ricerca di quella crescita che l’Europa stessa non era in grado di offrire. Dal 1999, il commercio in rapporto al PIL è passato dal 31% al 55% nell’area euro. Negli Stati Uniti e in Cina, al contrario, è rimasto pressoché invariato. Entrambi restano molto meno esposti al commercio.
La nostra sensibilità ai cambiamenti della politica americana e cinese non è quindi semplicemente una sfortuna imposta dall’esterno. È il riflesso del nostro stesso fallimento nel costruire un mercato interno sufficientemente profondo.
La seconda vulnerabilità è la nostra crescente dipendenza strategica. Nessuna economia avanzata può eliminarla completamente. Gli Stati Uniti stessi hanno proprie esposizioni, anche nei minerali critici. Ma la posizione dell’Europa è di tutt’altro ordine.
Se avessimo compiuto i passi necessari per integrare la nostra economia, i mercati dei capitali avrebbero indirizzato una quota maggiore del risparmio europeo verso investimenti produttivi e rischiosi all’interno dell’Europa. L’energia circolerebbe più liberamente attraverso i confini, sostenuta da reti, interconnessioni e sistemi di stoccaggio. La decarbonizzazione sarebbe più vicina a portata di mano e le nostre economie sarebbero meno sensibili agli shock dei combustibili fossili: dall’inizio del conflitto con l’Iran, i cittadini dei paesi con quote più elevate di energia pulita hanno pagato, in media, circa la metà dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità rispetto ai paesi con quote inferiori.
Ma l’Europa ha scelto una strada più difensiva. Abbiamo cercato di tenere lontana la discontinuità. Abbiamo limitato il consolidamento, contenuto il rischio e rinviato gli investimenti transfrontalieri. Ma il risultato non è stato un maggiore controllo. È stata la dipendenza.
Oggi, metà del capitale investito attraverso fondi europei rifluisce negli Stati Uniti, dove rischi e rendimenti sono maggiori. Dipendiamo dall’America per il 60% delle nostre importazioni di GNL. Persino nelle tecnologie pulite, l’Europa non può ancora attuare su larga scala la propria transizione verde senza aumentare la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi.
La terza debolezza – e forse la più importante – è il deterioramento della posizione europea nelle tecnologie che definiranno il prossimo decennio.
Dal 2019, il divario di produttività oraria tra Europa e Stati Uniti si è ampliato di 9 punti percentuali, a parità di potere d’acquisto e a prezzi costanti. Questo non misura, di per sé, le differenze negli standard di vita. Ma segnala una crescente divergenza nella capacità produttiva, che riflette non soltanto il più ampio settore tecnologico americano, ma anche la più profonda digitalizzazione delle imprese e dei processi di lavoro negli Stati Uniti.
L’intelligenza artificiale si aggiunge ora a questo divario.
Gli scenari dell’OCSE suggeriscono che circa metà della crescita della produttività nel prossimo decennio potrebbe derivare dall’intelligenza artificiale e dalla sua diffusione nell’economia. In nessun altro momento della memoria recente una quota così ampia del nostro futuro economico è dipesa da una singola trasformazione tecnologica.
Ma l’intelligenza artificiale non è semplicemente un altro strumento digitale da adottare. Richiede una mobilitazione industriale di una scala che non si vedeva da generazioni: enormi investimenti in energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e capitale. Ed è qui che l’Europa sta restando indietro.
Gli Stati Uniti sono sulla traiettoria per spendere entro il 2030 circa cinque volte più dell’Europa nella costruzione di data center. La Cina si sta mobilitando su una scala analoga. Se l’Europa volesse eguagliare tale ambizione, la domanda di energia potrebbe aumentare del 20–30% rispetto a oggi.
L’Europa possiede il risparmio, il talento e il potenziale energetico latente per competere in questa trasformazione. Ma le stesse barriere e gli stessi vincoli che hanno prodotto le nostre esposizioni e dipendenze oggi ci impediscono di mobilitarci sulla scala richiesta dal momento storico.
Questo non è un divario che possiamo permetterci di lasciare aumentare. A differenza dell’elettricità o di Internet, l’intelligenza artificiale migliora con l’uso. Ogni ciclo di implementazione genera dati e capacità che rendono il ciclo successivo ancora più potente. Le economie che riusciranno per prime a costruire questi vantaggi prenderanno permanentemente il largo.
Tutte e tre queste conseguenze riconducono alla stessa origine. L’Europa si è aperta al mondo senza completare il mercato interno. È diventata troppo dipendente dalla domanda estera, troppo dipendente da capacità controllate altrove e troppo frammentata per mobilitare la propria scala.
La domanda ora è come correggere questo squilibrio. In tutta Europa stanno emergendo risposte differenti.
Per alcuni, la risposta è non cambiare: mentre altri arretrano rispetto all’apertura, l’Europa dovrebbe cogliere le opportunità che essi lasciano dietro di sé, espandere il commercio con il resto del mondo e diventare il principale difensore del sistema fondato su regole.
L’Europa può ancora trarre beneficio da un’ulteriore liberalizzazione commerciale. Ma dovremmo essere onesti riguardo ai suoi limiti. Secondo una stima, anche se l’Europa riuscisse a concludere con successo tutti i negoziati commerciali attualmente in corso, l’incremento di lungo periodo del nostro PIL sarebbe inferiore allo 0,5 per cento.
Il problema più profondo è politico. Nuovi accordi commerciali sono più facili da raggiungere che affrontare il lavoro incompiuto in patria, perché quel lavoro costringe a compiere scelte che l’Europa ha a lungo preferito evitare: confrontarsi con le rendite di posizione consolidate e con gli interessi costituiti che traggono vantaggio da un mercato unico incompleto e da mercati energetici frammentati. Se l’apertura resta la nostra unica risposta, essa diventa l’assenza stessa di una decisione.
Per altri, la risposta è reintrodurre uno Stato strategico nei mercati. In tutta Europa si registra un rinnovato interesse per la politica industriale: orientare il capitale verso tecnologie che non siamo riusciti a sviluppare, proteggere settori strategici dalle pressioni esterne e utilizzare dazi e sostegno pubblico per difendere internamente quella crescita che stiamo perdendo all’estero.
Queste posizioni sono comprensibili. Per molti aspetti, sono necessarie. Ogni grande economia del mondo sta ormai adottando politiche industriali su una scala tale da rendere una caricatura l’idea di condizioni di concorrenza globali realmente paritarie. L’Europa deve orientarsi tra dipendenze sempre più complesse sia dagli Stati Uniti sia dalla Cina. Non possiamo permetterci rigidità ideologiche.
Ma questi strumenti non produrranno ciò che i loro sostenitori sperano, a meno che l’Europa non risolva anche l’incoerenza al cuore del proprio modello economico.
Consideriamo cosa accade se l’Europa adotta una postura commerciale più assertiva. La ritorsione invita alla contro-ritorsione – costi che l’Europa, nella sua forma attuale, è poco attrezzata ad assorbire. Stiamo già assistendo agli effetti dei dazi americani: dal “Liberation Day”, le esportazioni europee verso gli Stati Uniti sono diminuite di circa il 17%.
Eppure, guardando oltre l’Atlantico, vediamo un’economia capace di preservare la propria crescita nonostante le perturbazioni che essa stessa contribuisce a creare. Nonostante l’aumento delle tensioni commerciali, dell’inflazione e del conflitto in Medio Oriente, il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita degli Stati Uniti per il prossimo anno, mentre ha rivisto al ribasso quelle europee.
La lezione è che la fermezza esterna richiede profondità interna. All’interno dell’Europa, gli Stati membri differiscono significativamente nel grado della loro integrazione. Ricerche della BCE suggeriscono che, se tutti si avvicinassero al livello già raggiunto dai paesi più avanzati, i guadagni di benessere di lungo periodo potrebbero superare il 3 per cento – circa quattro volte l’impatto stimato sulla crescita derivante dall’aumento dei dazi americani.
Anche il “Made in Europe” dovrebbe essere visto in questa luce: come un modo di utilizzare la domanda europea in maniera più deliberata. Dovrebbe offrire alle industrie con lunghi orizzonti di investimento – semiconduttori, tecnologie pulite, difesa – un mercato sufficientemente ampio e stabile da giustificare investimenti qui. Senza una domanda propria, l’Europa non può sostenere una postura credibile all’estero.
La politica industriale affronta una diversa versione dello stesso problema.
Se gli Stati membri dell’Europa tenteranno politiche industriali su larga scala all’interno dell’attuale struttura del mercato unico, falliranno. Sprecheranno risorse, frammenteranno gli investimenti lungo linee nazionali e imporranno costi gli uni agli altri. Ricerche del FMI mostrano che i sussidi concessi in uno Stato membro comprimono la crescita negli altri, con effetti di ricaduta negativi che erodono i benefici originari nel giro di appena due anni.
La risposta ideale sarebbe coordinare gli aiuti di Stato a livello europeo. Ma non è questo l’unico modo per ridurre tali distorsioni. Un’economia europea realmente integrata modificherebbe di per sé il terreno sul quale opera la politica industriale.
Anche se gli aiuti di Stato continuassero a essere concessi entro confini nazionali, i beneficiari sarebbero sempre più imprese che si sono già misurate su scala europea. Le aziende leader in ciascuna giurisdizione avrebbero meno probabilità di essere incumbents nazionali protetti e più probabilità di essere imprese di scala europea in competizione laddove capitale, energia, competenze e catene di approvvigionamento sono più forti.
A differenza dei fallimenti degli anni Settanta, è così che è più probabile che emergano veri campioni europei: esposti alla concorrenza continentale e sostenuti da una strategia di politica economica a livello europeo.
Questo, a sua volta, fornirebbe ai governi segnali più chiari su dove risiedano i reali punti di forza competitivi dell’Europa. Sarebbe meno probabile che il denaro pubblico continui a sostenere imprese prive di prospettive di crescita dimensionale, ed è più probabile che rafforzi capacità di cui l’Europa ha realmente bisogno. L’intervento pubblico potrebbe diventare più circoscritto, meno costoso e più efficace.
Quanto più l’Europa riforma sé stessa, tanto meno dovrà fare affidamento sul debito – nazionale o comune – per compensare la propria frammentazione.
Per questo il mercato unico e la politica industriale non dovrebbero essere considerati filosofie rivali. Se progettati correttamente, ciascuno rafforza l’altra.
Ma quanto più profondamente l’Europa entrerà nella politica industriale e nelle tecnologie strategiche, tanto più difficile diventerà evitare il fatto esterno centrale della nostra epoca: il nostro rapporto con gli Stati Uniti è cambiato.
L’Europa non può rilocalizzare autonomamente ogni tecnologia critica. Il costo sarebbe proibitivo. Avremo bisogno di accordi preferenziali con partner affidabili: garanzie di acquisto, standard comuni, investimenti condivisi e catene di approvvigionamento sicure. Gli Stati Uniti resteranno centrali in questo sforzo. Il Memorandum d’intesa UE-USA sui minerali critici ne è un primo esempio.
Eppure il partner dal quale continuiamo a dipendere è diventato più avversariale e imprevedibile. L’Europa ha cercato il negoziato e il compromesso. Per lo più non ha funzionato. Ogni volta che assorbiamo uno shock senza reagire, riduciamo il costo del successivo. Una postura pensata per de-escalare sta invece invitando a un’ulteriore escalation.
Per ora, l’Europa ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare il partenariato su basi più paritarie. Ciò che ci trattiene è la sicurezza. Un’alleanza nella quale l’Europa dipende dagli Stati Uniti per la propria difesa è un’alleanza nella quale la dipendenza in materia di sicurezza può riversarsi in ogni altro negoziato – commercio, tecnologia, energia.
È per questo che il cambiamento dell’atteggiamento americano verso la sicurezza europea non dovrebbe essere visto soltanto come un pericolo. È anche un necessario risveglio. Se gli Stati Uniti chiedono all’Europa di assumersi una maggiore responsabilità per la difesa del nostro continente e dei nostri vicini, allora l’Europa deve anche acquisire una maggiore autonomia nel modo in cui tale difesa è organizzata – e con questa autonomia arriverà anche una maggiore forza nelle sue relazioni commerciali ed energetiche.
Questo non deve necessariamente indebolire il rapporto transatlantico o la NATO. Al contrario, porrebbe entrambi su basi più solide. Un’Europa capace di difendersi potrebbe persino essere un alleato più prezioso. E un partenariato fondato sulla forza reciproca sarà sempre più maturo di uno costruito su una dipendenza asimmetrica.
Per l’Europa stessa, l’opportunità è considerevole. Assumersi una maggiore responsabilità per la nostra difesa significa anche ricostruire la base industriale e tecnologica da cui quella difesa dipende. La spesa europea in ricerca e sviluppo per la difesa è appena un decimo di quella americana. I governi europei spendono ogni anno tra i 40 e i 70 miliardi di euro in armamenti statunitensi, e il nostro fallimento nel consolidare la domanda comporta ulteriori 60 miliardi di euro persi in economie di scala.
Ma cambiamenti importanti sono già in corso.
L’Europa ha compiuto la scelta strategica più rilevante degli ultimi decenni: investire nella propria difesa. Entro la fine di questo decennio, la sola Germania spenderà all’incirca quanto la Russia spende oggi per la propria economia di guerra pienamente mobilitata.
E l’Ucraina sta favorendo una forma di integrazione pratica della difesa che l’Europa aveva a lungo faticato a realizzare intenzionalmente. I paesi stanno ordinando gli stessi equipaggiamenti perché non possono permettersi di attendere varianti nazionali progettate su misura. Imprese europee stanno producendo sistemi progettati in Ucraina sul territorio degli alleati.
La cooperazione in materia di difesa si sta diffondendo rapidamente: una recente mappatura ha identificato oltre 160 accordi bilaterali e plurilaterali di difesa tra Stati europei, Regno Unito e Ucraina – la maggior parte dei quali firmati dopo l’invasione russa. Sei partenariati prevedono una clausola di difesa reciproca.
Il compito ora è trasformare questo mosaico in impegni chiari e vincolanti. Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile ancora prima che la crisi abbia inizio.
Esistono due strade per dare sostanza a tale impegno, e non devono necessariamente escludersi a vicenda.
La prima passa attraverso coalizioni più ristrette di paesi le cui capacità e percezioni della minaccia già li avvicinano. In pratica, gran parte della risposta militare europea è già sostenuta da un nucleo di paesi – Germania, Polonia, Francia e Regno Unito, insieme agli Stati nordici e baltici che sono più vicini alla minaccia.
Non tutti i paesi devono contribuire allo stesso modo. L’Ucraina ha mostrato che la difesa moderna non comincia e non finisce più con carri armati, aerei e artiglieria. Dipende anche da batterie, sensori, software e dalla capacità di adattare rapidamente tecnologie civili. Alcuni paesi forniranno forze armate; altri componenti per droni, capacità cibernetiche o logistica; altri ancora contribuiranno finanziariamente.
L’altra strada consiste nel dare sostanza operativa all’Articolo 42(7), la clausola di difesa reciproca dell’UE, che, pur essendo giuridicamente definita ed essendo stata già invocata una volta, non è ancora stata tradotta in piani concreti, capacità operative e strutture di comando.
Chi prenderà parte a questo sforzo comune avrà un’importanza profonda. Ogni comunità politica è in ultima analisi plasmata dalla propria concezione dell’obbligo reciproco – da ciò che i suoi membri ritengono di doversi gli uni agli altri quando accade il peggio. Per settant’anni, questa è stata una questione che l’Europa poteva lasciare parzialmente irrisolta. Ora dobbiamo rispondere noi stessi.
I primi segnali sono già visibili. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, l’Europa ha scelto di sostenere una nazione che combatteva per la propria libertà, mantenendo quell’impegno anno dopo anno. Quando la Groenlandia è stata minacciata, l’Europa si è opposta al suo alleato più stretto e, così facendo, ha scoperto capacità che non sapeva di possedere. Persino partiti che hanno costruito la propria identità sulla sovranità nazionale riconoscono ormai che nessuna nazione europea può difenderla da sola.
Ma la pressione per il cambiamento ora proviene da ogni direzione. L’Europa è costretta a prendere decisioni che finora aveva evitato. E per la prima volta dopo molti anni, stanno iniziando a esistere le condizioni per compiere quelle scelte.
Esiste un’unità di diagnosi realmente nuova. La natura della condizione europea è ormai ampiamente compresa sia dai governi sia dai cittadini. La tabella di marcia per agire esiste e, in alcuni ambiti, la Commissione europea sta già intervenendo.
Sotto la pressione di questi anni, gli europei stanno riscoprendo valori che avevano iniziato a dare per scontati: solidarietà, democrazia, Stato di diritto, tutela delle minoranze. Questa è l’eredità dell’Europa del dopoguerra. E torna a rendersi visibile proprio perché viene messa alla prova.
Questo riconoscimento è più potente di qualsiasi programma politico, perché offre agli europei una ragione per agire. E i cittadini sono già chiari sulla direzione che l’Europa deve intraprendere: nove persone su dieci, secondo Eurobarometro, vogliono che l’Unione agisca con maggiore unità; tre quarti desiderano che disponga di maggiori risorse per affrontare le sfide future.
Ma quando i cittadini chiedono più Europa, non stanno semplicemente chiedendo più dell’Europa che abbiamo oggi. Né stanno chiedendo un astratto progetto istituzionale. Chiedono miglioramenti concreti nel modo in cui l’Europa li protegge e li rende più forti, in forme che possano vedere funzionare e rispetto alle quali possano chiedere conto. La domanda è come trasformare questa richiesta di azione in forme decisionali capaci di produrre risultati.
La nostra esperienza attuale è che l’azione a livello dei ventisette spesso non riesce a produrre ciò che questo momento richiede. Il problema non è la mancanza di ambizione da parte dei leader. È ciò che accade dopo che l’ambizione entra negli ingranaggi del sistema. Gli accordi vengono elaborati attraverso comitati che diluiscono e ritardano fino a quando il risultato assomiglia ben poco a ciò che era stato originariamente previsto.
Il risultato è un’azione che può rivelarsi così inferiore alla portata della sfida da diventare peggiore dell’inazione. E un’UE che rivendica responsabilità ma continua a produrre risultati insufficienti entra in un ciclo dal quale non riesce più a uscire: una capacità debole di realizzazione erode la legittimità, e una legittimità debole rende ancora più difficile realizzare risultati.
Dobbiamo spezzare questo ciclo.
Quei paesi che avvertono più acutamente il peso di questo momento – e comprendono che la finestra per agire non resterà aperta indefinitamente – devono essere liberi di procedere avanti. È ciò che ho definito federalismo pragmatico.
La sua virtù è che può ricostruire insieme capacità di realizzazione e legittimità democratica. I paesi che hanno la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in ambiti concreti, attraverso strumenti che producano risultati che i cittadini possano vedere e misurare. E ciascuno dovrebbe aderire attraverso una scelta nazionale deliberata, approvata dal proprio elettorato, affinché i cittadini sappiano a cosa il loro governo si è impegnato e possano chiederne conto.
La capacità di produrre risultati costruisce legittimità. La legittimità rende possibile una cooperazione più profonda. E man mano che cresce l’abitudine ad agire insieme, cresce anche il senso di uno scopo comune.
Questo approccio sarà necessariamente sperimentale. Alcune iniziative funzioneranno; altre no. È per questo che è pragmatico. Ma è anche federalismo, perché gli esperimenti non sono casuali. Sono guidati da una destinazione condivisa: la convinzione che gli europei debbano imparare a esercitare il potere insieme se vogliono preservare i propri valori.
L’euro mostra come ciò possa avvenire. Coloro che erano disposti ad andare avanti lo hanno fatto. Hanno costruito istituzioni comuni dotate di reale autorità. Quando quell’impegno è stato messo alla prova quasi fino al punto di rottura, la solidarietà necessaria si è rivelata molto più grande di quanto molti avessero immaginato. Il quadro ha retto, altri paesi hanno continuato ad aderire e il sostegno all’euro è oggi a livelli record. Per le società che lo condividono, abbandonarlo è diventato quasi impensabile.
È questo che rende duraturi gli impegni europei. Non parole scritte una volta in un trattato, ma l’esperienza dell’agire insieme, dell’essere messi alla prova insieme e dello scoprire, attraverso il successo, che la solidarietà può funzionare.
Il nostro compito ora è ricreare questa stessa dinamica nell’energia, nella tecnologia e nella difesa. I leader europei sanno dove si trova il lavoro da fare. Devono ora decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima della procedura e a scegliere gli strumenti capaci di produrre risultati.
Siamo giunti a un punto in cui le decisioni che l’Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato. Alcune richiedono una scala che solo l’Europa può offrire. Altre richiedono un grado di legittimità democratica che deve essere costruito dal basso.
Insieme, richiedono che i leader europei facciano un passo ulteriore.
In tutto il nostro continente, gli europei stanno mostrando di volere un’Europa che agisca. Vogliono che l’Unione europea difenda la loro libertà, la loro prosperità e la loro solidarietà. E continuano a sostenere con passione i valori che rendono l’Europa degna di essere costruita e che oggi la rendono unica.
Il compito ora è rispondere a questa fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può ancora una volta trasformare la crisi in unione.
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