Nel vaudeville sulla legge elettorale, tutti contro tutti ma tutti d’accordo

Il vaudeville del cosiddetto Melonellum verrà rispettato secondo tutte le regole di una messinscena trita e ritrita nella quale tutti reciteranno in questo gioco delle parti.
Primo atto: il centrodestra apre formalmente al dialogo con il Partito democratico, sapendo perfettamente che il dialogo non ci sarà. Secondo atto: il Partito democratico respinge indignato la proposta, denunciando il tentativo di manipolare le regole democratiche. Terzo atto: la maggioranza procede da sola, magari blindando tutto con l’ennesima fiducia trasformata in manganello parlamentare. Quarto atto: le opposizioni gridano al colpo di mano, alla deriva plebiscitaria, all’attacco finale alla Costituzione. Quinto e ultimo atto: tutti, sotto sotto, si adattano felicemente alla nuova architettura elettorale.
Naturalmente il percorso può ancora inciampare nelle solite guerre intestine della destra. Perché dentro la maggioranza la partita è meno lineare di quanto Palazzo Chigi racconti nei comunicati ufficiali. Il premio di maggioranza divide. Le liste bloccate pure. Matteo Salvini sogna i colleghi uninominali; Antonio Tajani vorrebbe una legge non troppo meloniana; soprattutto si dice (ma lei nega quasi offesa) che Marina Berlusconi voglia in qualche modo de-melonizzare la destra anche con un sistema elettorale meno rigido. Che al contrario è ciò che vuole Giorgia Meloni, una normativa che sterilizzi il rischio più temuto: l’instabilità del dopo. Cioè il ritorno della politica vera, imprevedibile, negoziale. L’incubo di chi governa attraverso la personalizzazione assoluta del consenso.
Qui emerge una prima ipocrisia della rappresentazione: Meloni continua a ripetere che la legge elettorale è «materia parlamentare». Peccato che poi i vertici decisivi li organizzi a Palazzo Chigi.
Dall’altra parte, il Partito democratico recita il ruolo opposto con identica dose di convenienza tattica. E di recita. Elly Schlein promette barricate di carta. Certo non può permettersi di sedersi davvero al tavolo della trattativa. Non adesso. Non mentre la destra attraversa una fase di logoramento politico. Non mentre l’opposizione prova faticosamente a costruire una narrazione alternativa. Un incontro bipartisan verrebbe immediatamente fotografato dai professionisti dell’anti-inciucio come la prova definitiva della complicità di fondo tra i due poli. I giustizialisti del travaglismo digitale trasformerebbero una riunione tecnica in un tradimento strategico.
Eppure, la verità è più sottile e più interessante. Perché Schlein, in realtà, comprende benissimo la razionalità politica del Melonellum. Un sistema fondato sul premio di maggioranza serve esattamente a evitare ciò che la segretaria dem teme di più: un parlamento senza vincitori – il famigerato pareggio – anticamera di una fase incontrollabile magari con lo scongelamento dei poli. In altre parole, sarebbe il ritorno della fluidità politica che potrebbe spezzare l’asse con il Movimento 5 Stelle, architrave della sua strategia “testarda”.
Dentro il Partito democratico, infatti, non tutti condividono questa linea. C’è chi considera l’abbraccio con Giuseppe Conte una necessità contingente, non una vocazione storica. E guarda con interesse a qualsiasi scenario capace di rimettere in movimento il quadro politico. Un sistema meno maggioritario, o la conferma del Rosatellum, potrebbe favorire proprio questo: nuove aggregazioni, nuove mediazioni, nuovi equilibri. Tutto ciò che Schlein considera invece un rischio esistenziale.
Ma, salvo tragedie nella destra, la fine sembra nota. Ci vorranno mesi. Il Melonellum sarà da Elly Schlein considerata a voce alta una legge autoritaria ma apprezzata a voce bassa. Dopo il Melonellum, nel campo largo non potranno non esserci le primarie che Conte assolutamente pretende. E alla fine calerà il sipario su una scontato gioco delle parti fatto di porte girevoli e torte in faccia. Per finta, s’intende.
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