Hormuz due mesi e mezzo dopo, i fertilizzanti sono già più cari e il cibo quasi

Maggio 13, 2026 - 05:21
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Hormuz due mesi e mezzo dopo, i fertilizzanti sono già più cari e il cibo quasi

Le tensioni nello stretto di Hormuz hanno una ricaduta invisibile ma potentissima sulla nostra alimentazione: come vi abbiamo raccontato all’inizio di questa crisi, il rincaro dei fertilizzanti rischia di compromettere le semine primaverili, la qualità e la quantità dei raccolti, inclusi quelli di grano, provocando un aumento dei prezzi dei beni alimentari al supermercato. Oggi quelle previsioni sono diventate realtà: nel mese di marzo il prezzo dell’urea, il principale fertilizzante azotato, ha raggiunto i 725 dollari per tonnellata, con un incremento del 53,7 per cento rispetto a febbraio. È il livello più alto degli ultimi quattro anni. La stima arriva dalla Banca Mondiale ed è stata ripresa anche da Milling Middle East & Africa. Non è un picco isolato. Secondo Oxford Economics, dall’inizio della crisi l’urea è salita di circa il 50 per cento, mentre l’ammoniaca ha registrato un incremento vicino al 20 per cento. La stessa Banca Mondiale prevede che nel 2026 i prezzi globali dei fertilizzanti cresceranno di oltre il 30 per cento rispetto all’anno precedente. L’urea potrebbe mantenersi su una media annua di 675 dollari per tonnellata, circa il 60 per cento in più rispetto al 2025. Se le tensioni dovessero riaccendersi, si potrebbe tornare sopra la media del 2022, quando fu superata quota 700 dollari, il livello più alto dal 1974.

Nel frattempo non sono arrivati segnali di normalizzazione, anzi. Il Qatar, tra i grandi esportatori mondiali di fertilizzanti azotati, ha sospeso parte della produzione dopo il rallentamento di alcuni impianti legati al gas naturale liquefatto. La Cina, altro attore chiave, ha introdotto nuove restrizioni all’export per proteggere il mercato interno. Risultato: tre dei principali canali globali di approvvigionamento stanno immettendo meno prodotto nello stesso momento.

Il problema, quindi, oggi non riguarda più soltanto il prezzo ma la disponibilità. Un’indagine dell’American Farm Bureau Federation, realizzata ad aprile tra gli agricoltori statunitensi, mostra che il 70 per cento degli intervistati dichiara di non riuscire a procurarsi tutti i fertilizzanti necessari per la stagione in corso. Nello stesso periodo il diesel agricolo è cresciuto del 46 per cento rispetto a fine febbraio. In Italia non si registrano carenze strutturali di prodotto, ma i prezzi restano alti e troppo sensibili rispetto alle tensioni internazionali. Alla Borsa Merci di Torino, il 12 febbraio 2026 l’urea agricola 46 per cento risultava quotata 580–590 €/ton. Nel 2025 l’Italia ha importato 1,121 milioni di tonnellate di urea. L’Egitto copre da solo il 62 per cento dei volumi, l’Algeria l’11 per cento e la Russia l’8 per cento: quasi tre quarti dell’urea che entra in Italia arriva dal Nord Africa. Questo spiega perché l’Italia sia meno esposta di altri Paesi alla chiusura di Hormuz, ma comunque influenzata dal mercato globale. Secondo Assofertilizzanti, per coprire i costi di acquisto di una tonnellata di urea sono oggi necessarie circa 3,4 tonnellate di mais, il doppio di quanto serviva nel 2025. Per il nostro Paese, poi, c’è anche un problema normativo in arrivo: dal 1° gennaio 2028 entreranno in vigore limiti all’uso dell’urea in agricoltura nel bacino padano (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna), prescritti dal Piano Nazionale per il Miglioramento della Qualità dell’Aria. 

Le aree a maggiore rischio sono quelle import-dipendenti: Africa subsahariana, dove circa l’80 per cento dei fertilizzanti del continente è importato. I piccoli agricoltori, che producono quasi il 70 per cento del cibo nell’Africa subsahariana, sono particolarmente colpiti per il limitato accesso a fertilizzanti a prezzi accessibili. Secondo la Fao, anche solo una riduzione del 10 per cento nella disponibilità di fertilizzanti potrebbe tradursi in una riduzione fino al 25 per cento della produzione di mais, riso e frumento in Africa subsahariana, con un’inflazione alimentare fino all’8 per cento.

Le esportazioni di gas naturale dal Golfo sono vitali per la produzione di fertilizzanti in India, Pakistan, Bangladesh e Turchia, che hanno riserve domestiche limitate. Le aziende di fertilizzanti qui hanno dovuto fermare la produzione dopo essere state private delle forniture di gas dal Qatar, così come il Brasile, altamente dipendente dall’urea mediorientale per coltivare soia, che viene poi esportata in Cina per nutrire animali.

La situazione non era rosea già prima della crisi. I prezzi dell’urea erano già proiettati a salire del 30 per cento, prima di calare del 7-9 per cento negli anni successivi con l’entrata in produzione di nuova capacità in Asia orientale e Medio Oriente. Questo però presupponeva rotte commerciali funzionanti. La Cina, che aveva contribuito a coprire il deficit globale esportando 4,9 milioni di tonnellate nel 2025, ha di nuovo reintrodotto forti restrizioni alle esportazioni nel 2026. Per questo il problema di reperibilità è reale ma geograficamente asimmetrico: l’Italia e l’Europa sono esposte principalmente come problema di costi, non di disponibilità fisica. Le aree a rischio concreto di carenza sono l’Africa subsahariana, il Sud Asia (India, Pakistan, Bangladesh) e il Brasile.

E quando il fertilizzante manca si possono fare solo tre cose: si possono ridurre le dosi, cambiare le colture o ridurre la superficie coltivata. In tutti e tre i casi il risultato coincide: ci sarà una resa inferiore. Ed è qui che torna il fattore tempo, quello che a marzo sembrava ancora una protezione. Se i fertilizzanti si comprano oggi, i raccolti arrivano mesi dopo e quindi i prezzi al consumo crescono ancora dopo. Ma se i fertilizzanti non ci sono proprio, il rischio reale è di perdere le colture. 

Gli effetti agricoli saranno leggibili nella seconda metà del 2026, e quelli sugli scaffali e nei menu arriveranno nei mesi successivi. Per l’Italia la filiera più esposta è nota: grano duro, grano tenero, mais, oli vegetali, mangimi, cacao, caffè. Materie prime che non spariranno, ma che potrebbero arrivare con costi più alti e margini più stretti lungo tutta la catena, dai trasformatori fino alla ristorazione. E se a marzo era una dinamica industriale da osservare, oggi è già una curva di prezzo.

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