La lezione del Nepal: chi inquina di meno, subisce di più
I danni dell'alluvione_(Nawakot floods)
I danni dell'alluvione_(Nawakot floods)Il Nepal ha minime responsabilità nella produzione di emissioni che determinano il riscaldamento globale. E tuttavia è uno dei Paesi al mondo che, complice il progressivo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya, già oggi paga le conseguenze più drastiche del fenomeno.
Secondo autorevoli centri studi, le emissioni del Paese asiatico rappresentano una quota minuscola (nemmeno lo 0,1%) delle emissioni di gas serra e di anidride carbonica a livello globale. In Nepal, nel 2024, si emettevano 0,63 tonnellate di CO₂ all’anno per abitante, contro una media mondiale di 4,73 tonnellate (e valori che raggiungevano 14,20 tonnellate pro capite negli Usa, 8,66 tonnellate in Cina, 5,39 tonnellate nell’Ue). Ma il riscaldamento del pianeta sta modificando profondamente l’Himalaya, rendendo più instabili ghiacciai e versanti montuosi, e aumentando di conseguenza i rischi per milioni di nepalesi (e di cittadini di altri Stati dell’area).
Nel Paese asiatico – ha di recente ricordato Caritas Nepal – esistono più di 2 mila laghi glaciali, 21 dei quali identificati come potenzialmente a rischio di tracimazione improvvisa. Ma l’alluvione del 26 agosto 2026 ha manifestato soprattutto quanto letale sia il processo di riscaldamento alle alte quote, che modifica ghiacci, permafrost e versanti montuosi, gonfia le acque di fusione e accentua le fratture di un sistema idrogeologico che si era consolidato nei millenni, moltiplicando i rischi di cedimenti, valanghe e alluvioni catastrofici (si veda, in proposito, lo studio prodotto a metà settembre da World Weather Attribution sulla genesi della tragedia di fine agosto).
La Banca Mondiale, del resto, sottolinea da tempo che in Nepal l’impatto dei mutamenti climatici colpisce agricoltura, lavoro, salute, infrastrutture e sicurezza alimentare, mettendo in difficoltà soprattutto i gruppi sociali più vulnerabili e marginalizzati (tra cui diverse popolazioni indigene). La Banca Mondiale stima che, senza adeguate misure di adattamento, il cambiamento climatico potrebbe ridurre il Pil del Nepal di almeno il 7% entro il 2050 rispetto ai valori attuali.
È questo il paradosso dell’ingiustizia climatica: chi contribuisce meno al determinarsi di un problema, può essere costretto a pagare uno dei prezzi più alti. Il Nepal è tra i Paesi più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico. Lo riconosce lo stesso governo nepalese nella sua strategia climatica: il Paese presenta una vulnerabilità elevata, dovuta alla conformazione geografica, alla dipendenza di molte attività economiche dalle condizioni climatiche e alla limitata capacità di adattamento dei sistemi insediativi e produttivi.
«Noi, cittadini, società ed economie dei Paesi ricchi, che storicamente abbiamo prosperato grazie a sistemi energetici basati sul carbonio – ha affermato di recente Alistair Dutton, Segretario generale di Caritas Internationalis -, dobbiamo assumerci le nostre responsabilità per il caos e i danni che oggi vediamo in ogni angolo del pianeta».

Prevenire, ridurre i rischi, adattarsi
«È sempre meglio aiutare le comunità a prepararsi in anticipo, invece di aspettare che una catastrofe si sia verificata e cercare poi di intervenire». La constatazione di Arpana Karki (manager del Dipartimento di gestione delle emergenze di Caritas Nepal) può apparire scontata. Ma rappresenta con precisione lo spirito dell’azione che la Caritas asiatica conduce nel Paese, essendosi notevolmente organizzata e ramificata dopo il terribile terremoto del 2015.
Caritas Nepal stava per finalizzare la stesura, pochi giorni prima del 26 agosto, di un nuovo progetto dedicato alla prevenzione e riduzione dei rischi derivanti da disastri naturali. Destinato a Caritas Italiana, si era stabilito venisse sostenuto anche da Caritas Ambrosiana. Che conferma il suo impegno in proposito, e lo co-finanzierà nel quadro degli interventi post-alluvione.
Il progetto mira a rendere le scuole di Gauriganj Rural Municipality (sud-est del Nepal) più sicure, resilienti e capaci di affrontare i rischi legati a inondazioni, tempeste, incendi e emergenze sanitarie. Prevede azioni educative rivolte agli studenti, tramite non solo l’insegnamento in aula, ma anche la creazione di comitati di risposta, formati dagli stessi studenti, coordinati da insegnanti. I comitati hanno il compito di garantire il rispetto delle norme di sicurezza negli istituti (vie di fuga identificate e libere, attrezzatura per lo spegnimento di incendi funzionante, identificazione di luoghi di raccolta sicuri) e di diffondere la formazione tra i giovani, insegnando come comportarsi prima, durante e dopo i disastri. I giovani diventano così anche leader ed esempio per le rispettive famiglie e comunità di villaggio.
Progetti sul tema della giustizia climatica, della prevenzione del dissesto di ambienti e paesaggi e dell’adattamento alle conseguenze dei mutamenti climatici sono sviluppati dalla rete internazionale Caritas e da diverse Caritas nazionali e locali in tanti Paesi del mondo, dal Sahel africano all’Amazzonia sudamericana, dagli arcipelaghi del Sud-Est asiatico e del Pacifico al Corno d’Africa e al Madagascar.
Caritas Ambrosiana, tramite Caritas Italiana, ha sostenuto e finanziato in particolare, negli ultimi anni, un progetto di sicurezza alimentare, sulle tecniche di agricoltura sostenibile, sul recupero delle fonti idriche e sulla costruzione di abitazioni resilienti e di infrastrutture capaci di reggere all’impatto dei venti estremi proposto sull’isola di Panay (nelle Filippine), frequentemente colpita da violenti cicloni, dalle diocesi di Capiz e Kalibo.
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