Niente più abilitazione scientifica nazionale: la riforma dell'Università è legge

09 Luglio 2026 - 13:23
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lentepubblica.it

Dopo un iter parlamentare lungo e caratterizzato da numerosi rallentamenti, la riforma del reclutamento universitario è arrivata al traguardo.


Martedì 7 luglio 2026 la Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva il disegno di legge AC 2735, confermando integralmente il testo già licenziato dal Senato nel dicembre scorso. Non essendo stati accolti emendamenti durante il secondo passaggio parlamentare, il provvedimento diventa legge e attende soltanto la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per entrare formalmente in vigore.

L’approvazione conclude un percorso che, negli ultimi mesi, ha alternato rinvii, pause nei lavori, richieste di ulteriori confronti con le opposizioni e improvvise accelerazioni. Alla fine, però, l’impianto della riforma è rimasto invariato, anche in virtù della scelta del Governo di esprimere parere contrario su qualsiasi proposta di modifica presentata durante l’esame alla Camera.

L’obiettivo dichiarato dell’intervento normativo è quello di ridisegnare profondamente il sistema di accesso alla carriera universitaria, intervenendo sulle modalità di selezione di professori e ricercatori e superando uno degli strumenti che hanno caratterizzato il reclutamento accademico negli ultimi anni: l’Abilitazione Scientifica Nazionale.

Addio all’Abilitazione Scientifica Nazionale: arriva un nuovo sistema di accesso

La novità più rilevante introdotta dalla riforma riguarda proprio il superamento dell’ASN, considerata dal Governo uno strumento che, nel corso degli anni, avrebbe progressivamente perso la propria funzione originaria. Secondo l’analisi contenuta nella relazione illustrativa del provvedimento, il sistema aveva infatti generato una serie di criticità, tra cui un numero crescente di candidati abilitati, aspettative di assunzione spesso non corrispondenti alla normativa vigente, duplicazioni nelle procedure di valutazione e un elevato contenzioso amministrativo.

Con la nuova disciplina, l’accesso ai concorsi universitari non passerà più attraverso il conseguimento di un’abilitazione nazionale, ma sarà subordinato al possesso di specifici requisiti di produttività e qualificazione scientifica.

Tali requisiti saranno definiti con un decreto del Ministero dell’Università e della Ricerca, sulla base delle proposte formulate dall’ANVUR e previo parere del Consiglio Universitario Nazionale. I criteri saranno differenziati per settore scientifico-disciplinare e per fascia accademica e saranno aggiornati periodicamente.

Per partecipare alle procedure di reclutamento sarà sufficiente dichiarare il possesso dei requisiti attraverso una procedura telematica predisposta dal Ministero, allegando la documentazione richiesta.

Più responsabilità agli atenei e nuove regole per le commissioni

La riforma punta anche a rafforzare il ruolo delle università nelle procedure di selezione.

Le commissioni giudicatrici saranno infatti riorganizzate secondo criteri più rigorosi. Per la chiamata dei professori saranno composte da cinque membri, mentre per i ricercatori a tempo determinato i componenti saranno tre. In entrambi i casi viene rafforzata la presenza di commissari esterni all’ateneo che bandisce il concorso, scelti mediante sorteggio da apposite liste nazionali, con l’obiettivo di garantire maggiore imparzialità, trasparenza e rotazione.

Le liste dei professori che potranno far parte delle commissioni saranno aggiornate ogni due anni e comprenderanno esclusivamente docenti in possesso dei requisiti previsti dalla nuova normativa.

Tra le innovazioni figura anche una maggiore attenzione all’equilibrio di genere nella composizione delle commissioni, oltre a specifiche cause di esclusione per i docenti che abbiano ricevuto valutazioni negative o siano stati destinatari di condanne definitive per determinati reati contro la pubblica amministrazione.

Valutazione più ampia dei candidati e prova didattica obbligatoria

La riforma modifica anche il modo in cui verranno valutati gli aspiranti professori e ricercatori.

La selezione non sarà più concentrata quasi esclusivamente sulle pubblicazioni scientifiche, ma prenderà in considerazione un insieme più articolato di elementi. Oltre all’attività di ricerca, saranno valorizzate le esperienze didattiche, la partecipazione a progetti finanziati, le attività svolte in ambito internazionale e, nei settori interessati, anche le competenze clinico-assistenziali.

Le università potranno richiedere un numero di pubblicazioni compreso tra dieci e quindici e dovranno prevedere una prova didattica, durante la quale i candidati saranno chiamati a dimostrare concretamente le proprie capacità di insegnamento. È inoltre prevista una discussione pubblica delle pubblicazioni scientifiche e delle esperienze maturate nel corso della carriera accademica.

La commissione concluderà i propri lavori individuando il candidato ritenuto maggiormente meritevole, mentre la decisione finale sulla chiamata resterà affidata agli organi competenti dell’ateneo.

Più mobilità tra università e incentivi per attrarre talenti

Un altro capitolo della riforma riguarda la mobilità del personale docente.

Il legislatore introduce nuovi strumenti per favorire il trasferimento di professori e ricercatori tra atenei, affiancando alle forme già esistenti una procedura che consentirà il trasferimento unidirezionale, previo consenso dell’interessato e delle università coinvolte e nel rispetto della sostenibilità economico-finanziaria dell’ateneo che effettua la chiamata.

La finalità è favorire una maggiore circolazione delle competenze e contrastare il fenomeno del cosiddetto localismo accademico, incentivando percorsi professionali meno legati alla permanenza nello stesso ateneo per tutta la carriera.

Il Ministero potrà inoltre prevedere specifiche misure premiali per favorire la mobilità e sostenere le università che reclutano studiosi provenienti dall’estero o personalità di particolare prestigio scientifico.

Le norme transitorie: cosa succede a chi possiede già l’abilitazione

La legge dedica un’intera sezione alla fase di transizione tra il vecchio e il nuovo sistema.

Le Abilitazioni Scientifiche Nazionali già conseguite resteranno pienamente valide fino alla loro naturale scadenza, consentendo ai titolari di continuare a partecipare alle procedure di reclutamento secondo le regole previste dal nuovo quadro normativo. Inoltre, tutte le procedure concorsuali già avviate prima dell’entrata in vigore della riforma continueranno a essere disciplinate dalla normativa precedente, evitando effetti retroattivi e garantendo continuità amministrativa.

Anche le commissioni dell’ASN attualmente operative proseguiranno i propri lavori fino al completamento delle procedure già avviate.

Una riforma destinata a incidere sul futuro del reclutamento universitario

Con il via libera definitivo del Parlamento prende forma una delle più significative riforme del sistema universitario degli ultimi anni.

L’intenzione del legislatore è quella di rendere più snelle le procedure di reclutamento, ridurre gli adempimenti burocratici, responsabilizzare maggiormente gli atenei e valorizzare una valutazione più completa delle competenze dei candidati, nella quale ricerca, didattica e qualità complessiva del percorso accademico assumano un peso sempre più rilevante.

Molte delle novità operative dipenderanno ora dai decreti attuativi che il Ministero dell’Università e della Ricerca dovrà adottare nei prossimi mesi, a partire dalla definizione dei nuovi requisiti di produttività scientifica e delle modalità di formazione delle commissioni giudicatrici. Solo allora il nuovo modello di reclutamento entrerà pienamente a regime, segnando il definitivo passaggio dal sistema dell’abilitazione nazionale a quello fondato sui requisiti di qualificazione scientifica e sull’autonomia responsabile delle università.

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