Nordio ha trasformato il caso di Torino nel solito conflitto politico con la magistratura

03 Settembre 2026 - 08:25
0
Nordio ha trasformato il caso di Torino nel solito conflitto politico con la magistratura

Se qualcuno nutrisse dubbi sulla natura e gli scopi dell’azione politica del governo di Giorgia Meloni e Carlo Nordio nel settore giudiziario, la recente vicenda di Torino giunge opportunamente a fugare ogni dubbio. Secondo il guardasigilli, un provvedimento giurisdizionale che ha applicato una misura cautelare blanda in un caso di violenza sessuale consistita in palpeggiamenti di una minorenne ad opera di un imputato extracomunitario (particolare non secondario nella visione politica della maggioranza) giustifica un’ispezione straordinaria presso l’ufficio del giudice per le indagini preliminari del capoluogo piemontese.

L’iniziativa del ministro è stata accompagnata da un post della premier sui social, come d’uso, dai toni urlati ed apertamente derisori della decisione del giudice. Con le consuete espressioni spicce e destinate ad una platea di bocca politicamente buona (l’elettorato potenzialmente interessato dall’Opa Roberto Vannacci), Meloni osserva che il provvedimento della gip torinese avrebbe distrutto «la catena» (sic!) creata dalle leggi securitarie del suo governo, per cui «non si può fare niente se non inviare gli ispettori del ministero ed è quello che stiamo facendo» (ancora, sic!). Dunque la presidente del Consiglio (come Donald Trump, certamente eletta dalla volontà popolare, ci mancherebbe) certifica, se ce ne fosse bisogno, il legame tra l’adozione di un provvedimento tipico del giudice (l’ordinanza cautelare) e l’ispezione disposta dal ministro come forma di vero e proprio atto amministrativo di ritorsione politica. Già basterebbe questo ad illustrare la gravità del caso.

Come consuetudine da queste parti, si cerca di capire come funziona questo particolare strumento che la legge (art. 7, l. 1311/1962, regolante l’attività dell’ispettorato ministeriale) concede al ministro. La normativa prevede che le ispezioni disposte dal ministro presso gli uffici giudiziari «hanno luogo, di norma, ogni triennio; il capo dell’ispettorato generale può ordinare che esse siano ripetute entro un termine minore negli uffici ove siano state riscontrate o per i quali vengono segnalate deficienze o irregolarità». Tuttavia, «Il ministro può in ogni tempo, quando lo ritenga opportuno, disporre ispezioni negli uffici giudiziari. Il ministro può altresì disporre ispezioni parziali negli uffici giudiziari, al fine di accertare la produttività degli stessi, l’entità e la tempestività del lavoro di singoli magistrati nonché il rispetto delle prescrizioni di sicurezza negli accessi alle banche di dati in uso presso gli uffici giudiziari».

Appare chiaro dalla lettera della legge che l’ispezione disposta da Meloni e Nordio esula totalmente dai limiti di legge. Non c’è da accertare «difetti di produttività, entità e tempestività del lavoro di singoli magistrati», bensì apertamente sindacare il contenuto di un provvedimento giurisdizionale, che può essere valutato e modificato, a norma di legge, solo dal Tribunale del riesame e dalla Corte di cassazione, eventualmente attivati con ricorso del pubblico ministero.

Il governo ha palesemente esondato dai limiti posti dalla Costituzione. E a riprova basta riandare ad alcuni importanti precedenti in materia che, non a caso, hanno scatenato duri conflitti istituzionali. Gli esempi più eclatanti riguardarono le ispezioni disposte dal ministro della Giustizia Clemente Mastella, nel secondo governo Romano Prodi, negli uffici giudiziari di Catanzaro e di Milano. Nel primo caso la causa scatenante era un’aperta situazione di scontro tra l’allora pm Luigi de Magistris ed il procuratore capo Mariano Lombardi nell’ambito della nota inchiesta Why Not.

Nel secondo caso lo scontro investiva l’operato della gip di Milano Clementina Forleo, che aveva richiesto, con un’articolata ordinanza, al Parlamento l’utilizzo del contenuto di intercettazioni tra alcuni parlamentari del Pd e soggetti indagati nella vicenda per le scalate Antonveneta, Bnl e Rcs (la storia si ripete). In una di esse l’allora segretario del Pd Piero Fassino esultava all’idea che il partito avesse finalmente una banca. Mastella contestava alla gip alcune valutazioni, ritenute improprie, sul coinvolgimento dei parlamentari. Senza entrare nel merito delle questioni, va rilevato che ciò che il ministro invocava come causa dei suoi interventi erano situazioni di aperto conflitto istituzionale interno agli uffici giudiziari o addirittura concernenti i rapporti tra giurisdizione e Parlamento. Nel caso di Torino, nulla di tutto ciò.

Infine, l’episodio più clamoroso: le ispezioni del guardasigilli Filippo Mancuso – governo Lamberto Dini – nel ’95, alla Procura di Milano. Mancuso, fior di magistrato e giurista, contestava una serie di provvedimenti dei magistrati milanesi, l’uso improprio della custodia cautelare, il suicidio del presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari. Fu lui a saltare, sfiduciato in Parlamento dal suo stesso capo di governo. Certamente ciò non succederà a Nordio, ma la gravità politica della vicenda è chiara ed è augurabile che vi sia adeguata reazione ad una deriva populista della giustizia semplicemente inaccettabile.

Appare chiaro il disegno che guida questo governo, che è quello di rendere la magistratura un mero braccio esecutivo. Chi scrive conosce benissimo i gravi difetti delle toghe, ma ha chiaro che i rimedi ideati dal governo Meloni sarebbero assai peggio.

L'articolo Nordio ha trasformato il caso di Torino nel solito conflitto politico con la magistratura proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione

Redazione Eventi e News

Commenti (0)

User