Omicidio Satnam Singh, condannato il padrone. Ma ancora troppo sfruttamento nelle campagne

Sulla colpevolezza di Antonello Lovato, condannato in primo grado a 16 anni di carcere per omicidio volontario con dolo eventuale dalla corte d’Assise di Latina, non ci sono mai stati dubbi. Dopo un terribile incidente provocato da un macchinario, utilizzato per stendere i teli di plastica sui filari, che il 17 giugno 2024 aveva amputato un braccio all’operaio Satnam Singh, l’imprenditore agricolo non aveva chiamato i soccorsi ma aveva abbandonato il giovane agonizzante davanti a casa, con l’arto tranciato in una cassetta della frutta. Originario dell’India e appartenente alla comunità sikh, particolarmente numerosa nelle campagne pontine, Satnam era morto in ospedale dopo due giorni di sofferenze.
Sfruttamento e caporalato avevano già ferito e ucciso chi si spezza la schiena nei campi per raccogliere frutta, verdura e ortaggi che finiscono sulle nostre tavole. Ma è stata la morte di Satnam, con le sue agghiaccianti modalità, a gettare nuovamente un fascio di luce sulle vergognose, inumani condizioni di lavoro e di vita cui sono costretti migliaia e migliaia di operaie ed operai agricoli, in buona parte migranti. Braccia a basso costo, reclutate da un capo all’altro della penisola, pagate molto spesso in ‘grigio’ o addirittura in nero da parte di imprenditori con ben pochi scrupoli.
“Abbiamo seguito questa vicenda fin dall’inizio – ricorda il segretario della Cgil Maurizio Landini – Abbiamo proclamato lo sciopero, manifestato e sostenuto i familiari che si sono trovati a dover affrontare questa disgrazia. Allo stesso tempo ci siamo costituiti parte civile proprio perché pensiamo che sia assolutamente necessario non solo che si faccia giustizia, ma anche che emerga con chiarezza che non siamo di fronte a un caso individuale, bensì ad un sistema ed un modello di fare impresa che secondo noi va contrastato, applicando le leggi che nel nostro paese esistono”. “La nostra fame di giustizia non si esaurisce in un’aula di tribunale - aggiunge Gianpiero Cioffredi di Libera - l’indignazione per la morte di Satnam deve essere l’inizio di un radicale cambio di passo. Non più tavoli, non più promesse, non più passerelle. Servono leggi applicate, controlli continui, ispettorati che non siano gusci vuoti, aziende che rispondano penalmente quando lucrano sullo sfruttamento”.
Viene in mente la sempreverde canzone di protesta Contessa di Paolo Pietrangeli, cantata a squarciagola nei cortei degli anni ’60 e ’70, quando una rivoluzione sociale e culturale riuscì, con la lotta collettiva, a cambiare le regole del gioco assicurando più dignità al lavoro. In quel “se l’è cercata, ci ha rovinati tutti”, detto a caldo dal ‘datore di lavoro’ di Satnam Singh, che veniva pagato 4 euro l’ora al nero, c’è tutto il senso di impunità che contraddistingue tanti, troppi imprenditori lungo l’intera penisola. Aiutati per giunta da un governo che già dal suo insediamento incensava la logica del fare come stella polare della sua azione politica.
La pubblica accusa aveva chiesto 22 anni di reclusione per Antonello Lovato, ma i giudici di primo grado e la giuria popolare hanno concesso all’imputato le attenuanti, arrivando a stabilire una pena di 16 anni. Il processo ha comunque riacceso i riflettori sul lavoro irregolare, sul caporalato diffuso, sul ricatto che si consuma soprattutto sulla pelle dei lavoratori migranti, gli ‘invisibili’ a causa della tagliola della legge Bossi-Fini che li porta, di fatto, a una condizione di burocratica irregolarità e quindi facile preda del malaffare.
A riprova, sabato scorso era stata occupata da 200 operai agricoli migranti la Basilica di San Nicola a Bari. I lavoratori, provenienti dall’infernale ghetto di Torretta Antonacci a San Severo, in provincia di Foggia, reclamavano con il sindacato di base Usb condizioni meno indecenti di vita. Il presidente pugliese Decaro li ha ricevuti e si è impegnato a ripristinare i serbatoi di acqua di Torretta Antonacci e a potenziare la frequenza di riempimento, rendendola almeno giornaliera. Per evitare la lotta di ben duemila persone per riempire una tanica d’acqua, con il termometro che in estate segna molto spesso 40 gradi all’ombra.
Malgrado processo e condanna di Lovato, non sono cessate le irregolarità nell’Agro Pontino, come confermano le operazioni dei Carabinieri del Comando provinciale di Latina. Sono infatti ben 16 le aziende segnalate in un anno ad Agea per gravi irregolarità e quindi per il mancato rispetto delle cosiddette Condizioni di socialità (la posizione di ulteriori 7 aziende è al vaglio), per l’eventuale sospensione o riduzione dei contributi europei precedentemente ottenuti o richiesti, previsti dalla Pac (la Politica agricola comune) solo per le aziende “virtuose”. L’obiettivo della Condizionalità sociale è proprio quello di collegare i pagamenti della Pac al rispetto dei diritti dei lavoratori e delle condizioni di lavoro. Le aziende segnalate, per la revoca di svariate decine di migliaia di euro, sono accusate del mancato rispetto dei diritti dei lavoratori e delle condizioni di lavoro, dunque non violazioni secondarie, ma direttamente legate al rispetto dei contratti e della sicurezza.
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