Per Cassina la sostenibilità non è un’etichetta

16 Luglio 2026 - 18:20
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Per Cassina la sostenibilità non è un’etichetta

Per oltre un secolo il design moderno ha identificato il progresso con l’innovazione industriale, la tecnologia, la razionalità costruttiva e la produzione in serie, standardizzata, ma con ambizione di autorialità o quanto meno di non banalità. Dagli Anni 80 il postmoderno ha messo al centro soprattutto la libertà dei linguaggi, la rottura con la tradizione, la decontestualizzazione e la contaminazione stilistica. Oggi il progetto si confronta con vincoli nuovi: crisi climatica, scarsità delle risorse, circolarità, responsabilità sociale delle imprese, fragilità identitaria. Non è cambiato soltanto il modo di progettare: è cambiato il giudizio su modernità, futuro, progresso. In questo contesto Cassina presenta nel 2025 The Cassina Perspective on Sustainability: 2025 At a Glance. Non un semplice documento Esg (Environmental, Social and Governance), con cui di solito le imprese danno conto a investitori, banche, clienti, istituzioni e mercato del proprio impatto ambientale, sociale e della governance, ma un testo che prova ad andare oltre la mera valutazione quantitativa. I report Esg sono richiesti dalla normativa europea sulla rendicontazione di sostenibilità, da investitori e filiera, perché misurano la capacità di un’azienda di creare valore nel lungo periodo. Per Cassina la sostenibilità parte anzitutto dal progetto, dalla ricerca, dalla qualità costruttiva, dalla possibilità di disassemblare un oggetto e dalla sua capacità di durare nel tempo.

La durata diventa così la stella polare del progetto. Se mettiamo la questione in una prospettiva storica, tuttavia, ben prima che parole come circolarità, durabilità o riciclo entrassero nel lessico delle imprese, il catalogo Cassina aveva già dato forma a un’idea di progetto fondata sull’essenzialità, sulla lunga vita degli oggetti e sulla qualità costruttiva: dalle 2 Fauteuil Grand Confort, petit modèle e 4 Chaise longue à réglage continu di Le Corbusier, Pierre Jeanneret e Charlotte Perriand alla 699 Superleggera di Gio Ponti, dal Fiandra di Vico Magistretti al tavolo Doge di Carlo Scarpa, fino alle ricerche contemporanee di Patricia Urquiola. Per fare un’esempio quasi scontato: la 699 Superleggera di Gio Ponti pesa poco più di un chilo e mezzo: oggi parleremmo di riduzione dei materiali e di efficienza delle risorse.

Dalla fine del 2018 questa strategia è affidata a Luca Fuso. Dopo esperienze ai vertici di Ferrari, Diesel, B&B Italia e Safilo, oggi è amministratore delegato di Cassina e, all’interno di Haworth Lifestyle, guida anche Zanotta e Cappellini. Il suo compito è trasformare uno dei più importanti patrimoni culturali del design contemporaneo in una strategia industriale capace di rispondere alle sfide del presente.

In The Cassina Perspective on Sustainability: 2025 At a Glance scrivete di aver sentito l’esigenza di rimettere in discussione la parola stessa “sostenibilità”, molto spesso abusata. Perché avete scelto di raccontare una vostra prospettiva invece di limitarvi a un tradizionale rapporto Esg? Che cosa volete dire che un normale report non riesce a raccontare?
C’è un abuso della parola sostenibilità: viene usata anche quando è inappropriata. Noi, invece, consideriamo la durata come suo attributo fondamentale. Non da oggi, ma da sempre. I nostri prodotti sono progettati per durare: qualsiasi cosa, da un vaso a un tavolo, da una poltrona a una sedia, nasce con l’idea di poter rimanere in catalogo cent’anni. Non esistono prodotti “di oggi” pensati per essere sostituiti domani. Tutto viene progettato con la stessa cura, indipendentemente dal fatto che resti in collezione un secolo o solo qualche anno. Non prendiamo scorciatoie e investiamo molto nella ricerca e nello sviluppo proprio perché è questo che ci permette di costruire prodotti destinati a durare. Poi è chiaro che non tutti rimangono in catalogo per sempre: non tutti diventano capolavori, anche se, quando li progettiamo, speriamo sempre che accada. Ma questo è impossibile saperlo in anticipo.

Cos’è un capolavoro per lei?
Il fatto che un prodotto dopo cinquant’anni ancora piace, ancora viene acquistato, ancora viene apprezzato. E quindi mantiene ancora la sua funzione. È quello che fa il capolavoro: non è che adesso decidiamo, ci sediamo al tavolo e facciamo un capolavoro.

Torniamo sulla durabilità, perché nel documento sostenete che è la forma più autentica di sostenibilità. Che cosa significa, concretamente, per un’azienda che progetta mobili destinati a durare nel tempo?
La durabilità è veramente al primo posto della sostenibilità. Se un prodotto dura cinquant’anni, è già sostenibile. Non produciamo tutto internamente: il vetro soffiato viene realizzato nelle fornaci veneziane, le strutture metalliche da aziende specializzate. Noi ci concentriamo su quello che sappiamo fare da sempre: gli imbottiti, la falegnameria in legno massello, la lavorazione del cuoio. La qualità non nasce dal fatto che un componente sia prodotto dentro Cassina o fuori, ma da come viene progettato, sviluppato e controllato.

La sostenibilità, quindi, nasce molto prima della produzione vera e propria. Quanto pesa la fase di progettazione e scelta dei materiali?
Se un prodotto è progettato bene, dura più a lungo. Ma non basta. Oggi bisogna pensare anche a cosa succederà quando il suo ciclo di vita sarà terminato. Per questo tutti i nuovi prodotti vengono progettati immaginando già come potranno essere riciclati. E per essere riciclati devono poter essere disassemblati: non basta che i materiali siano riciclabili, bisogna anche poter separare facilmente i diversi componenti. È una logica che accompagna il prodotto fin dall’inizio del progetto.

Per sviluppare questo approccio avete creato Cassina Lab insieme a POLI.design, il consorzio del Politecnico di Milano. Che cosa vi ha portato questa collaborazione?
Essendo un’azienda di medie dimensioni, non possiamo avere al nostro interno una ricerca di base che spazi in tutti i campi: biologia, chimica, ingegneria, scienza dei materiali. Per questo ci siamo affidati a chi fa ricerca per mestiere. Con POLI.design abbiamo dato vita a Cassina Lab. Insieme, abbiamo lavorato sulla progettazione. Se un prodotto è progettato bene, è probabile che duri più a lungo. Poi c’è il lavoro sui materiali. Per noi, è inoltre, fondamentale pensare fin dall’inizio a come i componenti di un prodotto potranno essere riciclate. Tutti i nuovi progetti nascono già con questa prospettiva: non basta che i materiali siano riciclabili, bisogna anche che i componenti possano essere disassemblati. Altrimenti la riciclabilità rimane solo teorica. Per questo progettiamo ogni prodotto immaginando già il momento in cui dovrà essere smontato e le sue parti riutilizzate.

Avete anche creato uno strumento per misurare la sostenibilità dei vostri prodotti.
Siamo la prima azienda, sicuramente nel nostro settore, che può usufruire di un indice di circolarità calcolato per ogni prodotto. È stato possibile grazie al Circular Tool sviluppato da una società indipendente chiamata Matrec. Non misura la sostenibilità in senso generale, ma la circolarità del prodotto: valuta, per esempio, quanto sia effettivamente disassemblabile e quindi recuperabile nelle sue diverse componenti. Alcuni dei nostri prodotti raggiungono indicatori vicini al 100%, come il divano Mon-Cloud che è disassablabile al 99,85%.

Nel 2025 avete celebrato i sessant’anni della produzione delle collezioni di Le Corbusier, Pierre Jeanneret e Charlotte Perriand. Perché, dopo sessant’anni, proprio quei primi quattro modelli continuano a essere i più richiesti?
Abbiamo iniziato a produrre la collezione nel 1965 con quattro modelli. E, guarda caso, sono ancora oggi quelli di maggior successo: la 1 Fauteuil dossier basculant, la 2 Fauteuil Grand Confort, petit modèle, la 3 Fauteuil Grand Confort, grand modèle e la 4 Chaise longue à réglage continu, durable. Gli altri pezzi della collezione hanno avuto fortune diverse. Non tutti sono diventati bestseller e non tutti hanno avuto la stessa vita. Del resto, neppure Leonardo ha prodotto solo capolavori. Un capolavoro, l’abbiamo detto prima, è un oggetto che continua a piacere, a essere acquistato e a svolgere la sua funzione anche dopo cinquant’anni. Nel suo complesso, però, quella collezione è un capolavoro perché ha segnato una discontinuità nella storia del mobile: ha portato la struttura all’esterno dell’oggetto, invece di nasconderla al suo interno.

Lo stesso vale per il Fiandra di Vico Magistretti, reinterpretato l’anno scorso per il living contemporaneo, o per il tavolo Doge di Carlo Scarpa. Quando intervenite su un classico, dove finisce il rispetto dell’originale e dove comincia il progetto contemporaneo?
Noi facciamo sempre una ricerca filologica sull’origine dell’idea. È questo l’aspetto fondamentale. Cerchiamo di rispettare l’idea del designer, che è una cosa diversa dal rispettare semplicemente il prodotto. Significa tornare al momento in cui quell’oggetto è stato concepito, mettersi nella testa del suo autore e capire perché lo ha progettato in quel modo. Poi proviamo a guardare quel progetto con i suoi occhi e a chiederci come lo rifarebbe oggi. Naturalmente alcune cose non possono più essere realizzate esattamente come allora. La filologia serve proprio a questo: a rientrare nella modalità di pensiero dell’autore, tenendo conto del fatto che oggi esistono tecnologie, materiali e normative diverse. Per questo certi prodotti vengono attualizzati. Ed è un bene, perché altrimenti, semplicemente, non si potrebbero più realizzare. Le faccio un esempio. La lampada Galaxy degli Eames era stata progettata usando i fanalini posteriori di una motocicletta. Oggi sarebbe impensabile rifarla così: non useremmo più quei componenti, né una lampadina a incandescenza. Abbiamo mantenuto le dimensioni e lo spirito del progetto, ma con la tecnologia di oggi. Se gli Eames fossero qui, probabilmente farebbero la stessa cosa.

Lampada Galaxy di Charles e Ray Eames – Collezione Cassina iMaestri, ph. Paola Pansini

Patricia Urquiola rappresenta oggi il ponte tra il patrimonio storico di Cassina e il progetto contemporaneo. Quanto pesa il suo contributo nella ricerca sui materiali e nello sviluppo dei nuovi prodotti?
Patricia è una persona estremamente creativa e, proprio per questo, accoglie con naturalezza tutte le possibilità di innovazione. Da una parte noi studiamo le nuove opportunità, dall’altra lei le traduce nella ricerca sul prodotto. È un processo molto naturale, non dobbiamo fare alcuno sforzo per portare avanti i temi dell’innovazione. Anzi, Patricia stessa fa molta ricerca, anche se di natura diversa dalla nostra: la sua è una ricerca più formale, mentre la nostra è più sostanziale, legata ai materiali, ai processi e allo sviluppo industriale. Del resto, nel nostro settore il primo vero centro di ricerca e sviluppo è stato proprio quello di Cassina. Negli anni Sessanta qui lavoravano Mario Bellini, Tobia Scarpa, Gaetano Pesce: avevano creato un luogo in cui sperimentare, trovare soluzioni nuove e affrontare problemi che fino a quel momento nessuno si era posto. Era l’epoca d’oro del design, un periodo di grande fermento, in cui si producevano innovazioni radicali. Oggi le trasformazioni più rapide riguardano l’intelligenza artificiale, Internet o i dispositivi elettronici. Allora, invece, cambiavano gli oggetti. Era quello il terreno su cui si misurava l’innovazione.

Nel progetto Staging Modernity, Formafantasma sembra portare dentro Cassina uno sguardo critico sul concetto di “moderno”, più che una semplice nuova forma. Che cosa cercavate in questa collaborazione: un nuovo linguaggio o un nuovo modo di interpretare il vostro patrimonio?
A Formafantasma abbiamo chiesto innanzitutto di trovare un modo per celebrare i sessant’anni della produzione della collezione di Le Corbusier, Pierre Jeanneret e Charlotte Perriand che non fosse nostalgico. Anche se abbiamo quasi cent’anni di storia e molti prodotti sono ormai dei classici, non ci interessa guardarli con nostalgia. Volevamo una lettura critica di quella collezione, capace di confrontarla con il presente e con il modo in cui oggi guardiamo al design. Da questa idea è nato Staging Modernity: un progetto che non celebrava semplicemente quei mobili, ma li rimetteva in dialogo con il nostro tempo. Era proprio quello che cercavamo: non una commemorazione, ma un’interpretazione contemporanea del loro significato.

Staging Modernity – Cassina – ph. Omar Sartor

Cassina non custodisce soltanto un catalogo commerciale ma un pezzo rilevante della storia del design. Quanto incide questa responsabilità culturale sulle decisioni di un amministratore delegato? E come si realizza l’equilibrio tra rendita di posizione e innovazione, vantaggio competitivo e vincoli creativi?
È chiaro che un’azienda deve potersi permettere le attività culturali che decide di sostenere. Dobbiamo avere un’attenzione costante alle attività commerciali. Ma, per tutto quello che Cassina ha rappresentato e rappresenta per il mondo del design, riteniamo di avere anche una missione aggiuntiva: non solo concepire, sviluppare, produrre e vendere pezzi d’arredo, ma promuovere iniziative culturali coerenti con quello che facciamo e restituire al pubblico una parte della nostra storia e del nostro patrimonio. Per questo l’aspetto culturale entra sempre nelle nostre decisioni. Anche quando concepiamo una nuova collezione non pensiamo mai ai singoli prodotti isolatamente. Li immaginiamo all’interno di un contesto, di una visione. È questa la Cassina Perspective: una prospettiva sul design fatta di ambienti accoglienti e coerenti, costruiti mettendo in dialogo oggetti progettati da designer diversi, in epoche diverse. Ed è proprio questo dialogo a creare il valore culturale dell’insieme.

Tra i marchi storici del Made in Italy, i designer italiani, soprattutto di nuova generazione, non abbondano. Eppure il grande design italiano ha avuto come protagonisti anzitutto maestri italiani, da Gio Ponti ai fratelli Castiglioni, da Magistretti a Zanuso, da Bellini agli Scarpa. Cassina nasce dall’incontro fra un’impresa italiana e una cultura progettuale internazionale. Oggi lavorate con Patricia Urquiola, Antonio Citterio, Formafantasma, Ronan Bouroullec, Linde Freya Tangelder e molti altri progettisti provenienti da esperienze diverse. Ha ancora senso parlare di “stile italiano” nel design?
Secondo me sì. Esiste ancora uno stile italiano, ma nasce soprattutto dalle aziende, più che dai singoli designer. Certo, ci sono i danesi, i giapponesi e altre grandi scuole progettuali. Però la maggior parte del design continua a essere prodotta da aziende italiane. È lì che si forma uno stile, un modo di progettare e di sviluppare i prodotti. Philippe Starck, per esempio, disegna per Cassina da trent’anni, ma lo fa all’interno di uno stile italiano.

Guardando ai prodotti contemporanei di Cassina, quali immagina possano diventare classici fra cinquant’anni?
Ne riparliamo tra cinquant’anni.

Luca Fuso, Chief Executive Officer Design Division – HAWORTH Lifestyle, ph. Danilo Scarpati

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