Pizzaballa: “Superare il 7 ottobre, riconoscere l’umanità dell’altro”

Vola una colomba bianca in piazza Santa Caterina, nel cuore della città della Torre pendente. Alla Scuola superiore Sant’Anna arriva un ospite davvero speciale. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme riceve il dottorato honoris causa in diritti umani. In anni tragici per la Terra Santa, segnati indelebilmente da orrori senza fine, Pizzaballa incarna valori di speranza e umanità, è punto di riferimento per chi invoca pace e dialogo. Il prelato ha sempre riconosciuto il ruolo delle scuole e delle università come ‘officine di nuova umanità’, luoghi dove favorire spazi di confronto e promuovere una cultura basata sul rispetto dell’altro e sul dialogo. Sono applausi quando nell’aula magna di uno dei più importanti poli culturali della penisola, il cardinale inizia la sua lectio magistralis. “Dall’inizio di questa guerra, la Terra Santa è precipitata in una situazione la cui gravità fatichiamo ancora a comprendere fino in fondo. La violenza ha attraversato la vita delle famiglie, ha distrutto luoghi e abitudini, ha cambiato il modo di guardare il futuro. In una terra che conosceva già il conflitto, abbiamo assistito a una rottura profonda, che ha investito anche quanto sembrava acquisito nei rapporti tra le persone e tra le comunità”.
Tre anni dopo, di fronte a un numero incalcolabile di vittime, a devastazioni immani e a inaudite sofferenze della popolazione civile, Pizzaballa fotografa lo stato delle cose nella martoriata Palestina dopo il 7 ottobre. “L’umanità dell’altro. Dignità e diritti nel tempo della guerra”, il titolo del suo intervento è emblematico. “L’umanità dell’altro non rappresenta un limite alla nostra libertà o alla nostra sicurezza, al contrario è una condizione della nostra stessa umanità. Quando dimentichiamo questa verità, non feriamo soltanto gli altri, compromettiamo anche il nostro futuro”.
La grande tentazione del nostro tempo, rimarca Pizzaballa, è che la libertà e la sicurezza possano essere costruite senza l’altro, attraverso l’uso della forza. Una forza di cui però si rimane invariabilmente ostaggi. “Solo il riconoscimento dell’altro può formare la convivenza - è la lezione che se ne trae - non la forza”. Un pugno allo stomaco le parole del patriarca di Gerusalemme sulla realtà della Striscia: “Gaza ha bisogno di essere ricostruita totalmente, non soltanto nelle infrastrutture. Bisogna soprattutto ricostruire il senso di comunità, di appartenenza, di vita, di vita sociale. È tutto da ricostruire”.
E se il 7 ottobre è stato uno spartiacque sia nella vita dei palestinesi che degli israeliani, nondimeno il futuro – “che non possiamo negare e che dobbiamo fare di tutto per rendere possibile” – non è scritto. “Le società cambiano quando qualcuno rende possibile ciò che sembrava impossibile e quando qualcuno decide di vedere una persona dove altri vedono soltanto un nemico, un problema o un numero”. È quella disumanizzazione che parte dalla negazione delle parole dell’altro, della dignità dell’altro. Mentre, per quanto sia complicato questo esercizio, è necessario riconoscere l’altro e dialogarci, anziché demonizzarlo: “Il linguaggio violento - sottolinea Pizzaballa - partecipa al conflitto: prepara atteggiamenti, rende accettabili comportamenti, abitua a pensare che alcune vite meritino meno attenzione. Una parola pubblica responsabile deve saper nominare le ingiustizie, gli atti di violenza e gli abusi, e riconoscere chi ne risponde: le ingiustizie vanno chiamate per nome, anche quando questo disturba le nostre appartenenze o i nostri interessi”. Un chiaro monito a chi ha il potere di indirizzare la politica verso la pace e la convivenza civile invece di perseguire la terribile logica della forza e della semplicistica dicotomia amico/nemico, che provoca invariabilmente ulteriori conflitti. Intanto la notizia delle lunghe file al botteghino di cittadine e cittadini che vogliono vedere ‘Naza’, il documentario di due videomaker israeliani che indaga sulla strategia militare che ha reso possibile la morte di quasi centomila persone, in gran parte civili, nella Striscia di Gaza, sta facendo il giro del mondo. C’è un residuo sussulto di umanità di fronte all’orrore.
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