Quando la sinistra No global applaudì Chávez e perse la propria innocenza democratica

C’è un momento simbolico in cui la trasformazione dei Social forum mondiali si compie in direzione dell’antimondialismo già caro a “Orion”, ai nazi-maoisti e ai nazionalcomunisti. È il Social forum che si tiene a Caracas nel gennaio 2006 a certificare il passaggio di fase. La star è il nuovo caudillo venezuelano Hugo Chávez. Figlio di famiglia poverissima, ex militare, è al potere da sette anni quando sale sul palco del Social forum. Prima di essere eletto presidente, ha partecipato all’inizio degli anni novanta a un tentativo di colpo di stato dopo il cui fallimento è stato incarcerato.
Salvato da un’amnistia, ha abbandonato la carriera militare, ma non il sogno di guidare il suo paese. Ci riesce a capo di un movimento detto Quinta repubblica, poi confluito nel Partito socialista unito del Venezuela. Quello di Chávez è un socialismo nazionale e bolivariano, da Simón Bolívar, il condottiero che ha guidato le lotte anticolonialiste del Sudamerica nel primo Novecento. Ma fin dall’inizio Chávez si mostra affascinato da modelli non democratici e trasversali, tanto da dichiararsi, parole sue, «ammiratore di Fidel Castro, Lenin e Mussolini».
Tra i suoi consiglieri più stretti, c’è il sociologo argentino Norberto Ceresole, già sostenitore di Juan Domingo Perón e del peronismo, una ricetta populista con pari dosaggio di elementi di destra e di sinistra, tanto da risultare esaltata nel mondo in pari misura da formazioni neofasciste e altre di ultrasinistra. Ceresole è un antisemita, amico dello storico negazionista dell’Olocausto Robert Faurisson, punto di riferimento dei movimenti neofascisti europei.
Arrestato a sua volta nel 1995 dopo essere stato trovato in possesso di documenti a sostegno del tentato golpe di Chávez, Ceresole ha un ruolo di primo piano come consigliere del Venezuela chavista. Antimondialista e antimperialista, nel suo libro “Caudillo, ejército, pueblo. La Venezuela del comandante Chávez”, Ceresole teorizza il chavismo come una forma di democrazia diretta guidata da un leader carismatico e dai militari. Considerato fascista tout court da molti, in realtà tipica espressione del peronismo, la forma più autentica di rossobrunismo sudamericano, Ceresole viene a un certo punto allontanato dalla cerchia ristretta di Chávez.
Sulle ragioni di questa rottura esistono diverse ricostruzioni, ma certo al declino del consigliere argentino contribuisce la volontà di non compromettere l’immagine mondiale di un leader che sta cercando adi accreditarsi come il fautore di un nuovo socialismo e che raccoglie ampio consenso nelle opinioni pubbliche occidentali di sinistra.
Ma Ceresole non è l’unico elemento trasversale del chavismo. Il presidente venezuelano intrattiene corrispondenza col terrorista islamo-comunista Carlos, detto lo Sciacallo, implicato in decine di attentati negli anni settanta e ottanta. Elogia pubblicamente l’Iran guidato da Ahmadinejad, il presidente che all’inizio del secolo stronca la possibile evoluzione riformista del paese e con il quale condivide l’odio per usa e Israele. In un discorso pubblico natalizio alla tv di stato, Chávez esprime un concetto che spiega bene perché nel movimento No global si guardi a lui con favore: «Meno del 10 per cento della popolazione mondiale è proprietaria della metà della ricchezza».
Lo squilibrio nella ricchezza è un caposaldo della mobilitazione No global. Il problema è nella seconda parte del ragionamento di Chávez: «Il mondo è di tutti, ma una minoranza formata dai discendenti dei crocifissori di Cristo si è impadronita della ricchezza». Alla vigilia del Social forum di Caracas, dove è atteso come ospite d’onore, il centro Simon Wiesenthal gli rimprovera duramente queste frasi: «Nelle sue parole convergono due argomenti tipici dell’antisemitismo, quello che accusa gli ebrei di aver ucciso Gesù e quello che li associa con la ricchezza… Paradossale che si tratti di un presidente che farà parte di un meeting “progressista” come il Forum sociale mondiale».
All’asse con i paesi antiamericani si accompagna, nella propaganda chavista, il rimando alla teologia della liberazione, cioè alla dottrina dei vescovi filocomunisti del Sudamerica: «Gesù, comandante dei comandanti dei popoli, il Cristo rivoluzionario, il Cristo socialista. Questo Cristo ci manca come non mai».
Chávez si presenta al Social forum, sul palco montato nel Paseo Los Próceres, e infiamma la platea. A presentarlo come «simbolo della rivoluzione bolivariana» è padre Marcelo Barros, priore benedettino brasiliano. Quello di Chávez in camicia rossa non è un discorso di maniera. Parla per più di due ore, comunque meno delle sue abitudini, e chiede al Forum di chiudere i lavori con la nascita di un grande «fronte internazionale antimperialista».
Accanto a lui, dietro il tavolo che fiancheggia il podio, siedono il presidente dell’Assemblea nazionale di Cuba, Ricardo Alarcón, e il ministro della Cultura, Abel Prieto. Con loro, ad ascoltare con entusiasmo il comizio, compaiono Ignacio Ramonet, mente di “Le Monde diplomatique”, il settimanale di geopolitica più letto dalla sinistra radicale che in Italia esce in allegato al quotidiano comunista “il manifesto”, e Bernard Cassen di Attac, la più importante associazione transazionale del movimento No global, in prima fila nella battaglia per l’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie, nota come Tobin tax. Con loro anche il teologo della liberazione brasiliano Marcelo Barros e Aleida Guevara, una delle figlie del Che.
Per solleticare il desiderio di un nuovo fronte internazionale terzomondista, Chávez cita «la cumbre de Bandung», lo spirito di Bandung, dal nome della città indonesiana dove nel 1955 si tenne il vertice in cui l’indiano Nehru, l’egiziano Nasser, l’indonesiano Sukarno, più il cinese Zhou Enlai come osservatore, si misero alla testa di circa due dozzine di nazioni che pochi anni più tardi avrebbero dato vita al Movimento dei non-allineati. Paesi che si sfilavano dalla contesa tra usa e Unione sovietica rivendicando una terza via, l’area su cui scommettere politicamente secondo la visione di de Benoist.
In ossequio alla sua indole populista, Chávez spiega che la differenza tra lo spirito di Bandung e quello di Caracas è che in Indonesia c’era stata una alleanza tra governi, stavolta è un patto tra governi e movimenti antimperialisti e anticapitalisti. Senza un’intesa esplicita in questa direzione, conclude Chávez, il Forum «sarebbe solo una perdita di tempo».
Chávez cita il leader boliviano Evo Morales, «non è più l’era dell’Impero ma l’era dei popoli», prima di spendere un giudizio sugli Stati Uniti: «L’impero più perverso, più genocida, più immorale, più cinico della storia dell’umanità, anche peggiore di quello di Roma in quanto parla di democrazia e diritti umani. Questo, siatene certi, è il secolo in cui seppelliremo l’impero nordamericano». L’intervento di Chávez produce una spaccatura esiziale nel già indebolito movimento No global. Esalta l’ala antiamericana, ma allontana quanti pensano che il movimento No global debba mantenere un carattere di indipendenza da qualsiasi governo nazionale.
La profezia di Chávez sull’imminente caduta dell’impero americano può essere letta in due modi. Da una parte, non si è rivelata del tutto strampalata: mai come oggi, gli usa sono vicini a perdere la supremazia globale, e tuttavia non certo per una riscossa dei popoli. Dal punto di vista del Venezuela, invece, appare beffarda: il successore di Chávez, morto nel 2012, il meno carismatico ma ancora più dispotico Nicolás Maduro, è stato deposto con una operazione militare progettata dall’amministrazione Trump e condotto in ceppi a New York per essere processato.
Quello del Venezuela non è l’unico caso di regime dispotico rimasto in sella anche grazie a conclamati brogli elettorali, che ha continuato a riscuotere simpatie internazionali provenienti da ambienti trasversali. Anzi, ancora più estrema e significativa è la parabola del Nicaragua di Daniel Ortega, passato dal sogno della rivoluzione sandinista a una dittatura piena e spudorata. Un percorso compiuto tra gli applausi di molti rossobruni e lo sconcerto di quanti nel mondo guardarono con simpatia e trasporto alla rivolta che alla fine degli anni settanta disarcionò il regime corrotto e oligarchico di Anastasio Somoza dando speranza a un paese poverissimo.
Dopo aver avviato il paese alla democrazia e approvato riforme sociali ed economiche per strappare il Nicaragua all’analfabetismo, alla mortalità infantile e alla disoccupazione, i sandinisti – il cui nome si ispira ad Augusto César Sandino, rivoluzionario e patriota degli anni venti – subiscono durissime pressioni e ingerenze dagli usa. Washington sanziona il Nicaragua e finanzia la guerriglia di estrema destra dei Contras, responsabili di violenze che destabilizzano il paese e lo spingono a chiedere sostegno all’Unione sovietica.
Un’interferenza conosciuta anche per essere stata raccontata in un film di Ken Loach, “La canzone di Carla”. Dopo essere stato sconfitto alle elezioni del 1990, il Frente sandinista perde gran parte della sua ispirazione fino a sciogliersi. Ma peggio va con il suo ex leader Ortega, che si ricandida invano più volte, fino a quando nel 2007 riesce a tornare al potere, sebbene con intenzioni ormai molto diverse da quelle delle origini.
Fin dalla sua prima rielezione, l’ex capo rivoluzionario si distingue per la violenta repressione del dissenso, incarcerando i suoi oppositori prima di ogni tornata elettorale e tenendo tutto il paese sotto il tallone di una capillare repressione militare. Al suo fianco, di fatto copresidente, la moglie Rosario Murillo, seguace di Sai Baba, telepredicatrice che alterna citazioni bibliche ad anatemi contro chiunque non sia prono al governo.
Nemmeno l’evidenza dei metodi di Ortega e la sua vicinanza anche personale ai peggiori dittatori del pianeta, a cominciare da Vladimir Putin e dal bielorusso Alexander Lukashenko, è bastata a convincere gli ex compagni di strada che Ortega non merita più alcuna solidarietà internazionale. L’ex presidente boliviano Evo Morales è stato capace di complimentarsi con Ortega dopo una delle vittorie elettorali ottenute incarcerando i leader dell’opposizione e minacciando gli elettori ai seggi.
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