Relazione ANAC 2026: il MEPA funziona, ma emergono anche aspetti critici

Maggio 05, 2026 - 11:31
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lentepubblica.it

Il MEPA, il Mercato Elettronico della Pubblica Amministrazione, non è più soltanto uno strumento operativo per acquistare beni e servizi sotto soglia: e secondo l’ultima Relazione ANAC 2026 funziona abbastanza bene, tuttavia permangono ancora criticità che vanno arginate.


Nel nuovo scenario dei contratti pubblici digitali, rappresenta uno dei tasselli più riconoscibili di una trasformazione molto più ampia, che sta ridisegnando il modo in cui amministrazioni, imprese e centrali di committenza dialogano tra loro.

La digitalizzazione degli appalti, infatti, non riguarda semplicemente il passaggio dalla carta ai file. Il punto centrale è un altro: costruire un sistema capace di rendere le procedure più rapide, controllabili, trasparenti e comparabili. In questa cornice, il MEPA si inserisce in un ecosistema articolato, fatto di piattaforme di approvvigionamento digitale, banche dati nazionali, fascicoli virtuali, interoperabilità, standard comuni e strumenti di monitoraggio.

Secondo i dati richiamati nella Relazione annuale ANAC, nel 2025 il mercato dei contratti pubblici in Italia ha raggiunto 287.421 procedure, per un valore complessivo di 309,7 miliardi di euro. Una cifra enorme, pari a una quota rilevante dell’economia nazionale, dentro la quale il tema degli acquisti digitali assume un peso strategico. Non si tratta solo di comprare meglio, ma di governare una massa di risorse pubbliche che incide direttamente su servizi, infrastrutture, sanità, scuola, innovazione e qualità della vita dei cittadini.

Il MEPA dentro l’ecosistema digitale degli appalti

Il modello italiano non ha scelto una sola piattaforma centralizzata, ma ha costruito una struttura basata sull’interoperabilità. Questo significa che diversi strumenti possono operare insieme, purché collegati a servizi comuni, banche dati condivise e flussi informativi standardizzati.

In questo disegno, il MEPA conserva una funzione importante: agevolare gli acquisti delle pubbliche amministrazioni, soprattutto per beni e servizi ricorrenti, offrendo un ambiente digitale nel quale gli enti possono confrontare offerte, individuare operatori economici e gestire procedure in modo più ordinato rispetto al passato.

La vera novità, però, è che il mercato elettronico non può più essere letto come una piattaforma isolata. Oggi deve dialogare con l’intero apparato digitale dei contratti pubblici, a partire dalla Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici e dal Fascicolo Virtuale dell’Operatore Economico, strumenti che consentono di verificare requisiti, certificazioni e informazioni sugli operatori con maggiore velocità e minore duplicazione documentale.

Nel 2025, attraverso il FVOE, sono stati verificati circa 175.000 operatori economici, con oltre 4 milioni di certificazioni rilasciate. È un dato che racconta bene la portata della trasformazione: la PA non può più permettersi controlli frammentati, richieste ripetitive o scambi documentali ridondanti. L’obiettivo è arrivare a un sistema nel quale il dato già disponibile non venga chiesto più volte, ma riutilizzato in modo sicuro e tracciabile.

Dalla carta ai dati: il salto che riguarda anche il MEPA

Uno degli elementi più significativi riguarda il crollo delle procedure analogiche. In appena due anni, le stazioni appaltanti che hanno utilizzato almeno una volta modalità non digitali sono passate dal 45% all’1%. È una svolta rilevante, perché segna la fine di una fase in cui la digitalizzazione veniva spesso considerata un’opzione, un adempimento formale o un passaggio accessorio.

Tuttavia, la trasformazione non può fermarsi alla semplice conversione dei documenti cartacei in formato elettronico. Il rischio, evidenziato anche da ANAC, è che alcune piattaforme si limitino a riprodurre vecchie logiche burocratiche dentro ambienti digitali, senza semplificare davvero i processi.

È qui che il MEPA, insieme agli altri strumenti di approvvigionamento digitale, si trova davanti a una sfida decisiva. Non basta consentire alle amministrazioni di acquistare online. Occorre rendere l’intero ciclo dell’acquisto più comprensibile, verificabile e coerente: dalla programmazione alla scelta del contraente, dall’affidamento all’esecuzione, fino al monitoraggio finale.

La digitalizzazione, se ben governata, permette di ridurre errori, velocizzare verifiche, intercettare anomalie e rendere più leggibile l’utilizzo delle risorse pubbliche. Se invece viene gestita come una sovrapposizione tecnologica su procedure già complesse, rischia di produrre l’effetto opposto: più piattaforme, più passaggi, più confusione.

Numeri in crescita e ruolo degli acquisti digitali

Il 2025 ha confermato un’espansione significativa del mercato pubblico. Rispetto all’anno precedente, le procedure sono aumentate del 7,6%, mentre il valore complessivo è cresciuto del 13,9%. Le forniture hanno registrato un incremento particolarmente marcato, con un valore di oltre 145 miliardi di euro, seguite dai servizi, pari a circa 110 miliardi, e dai lavori, fermi a poco più di 54 miliardi.

Questi dati sono importanti anche per comprendere l’evoluzione del MEPA. Le forniture e molti servizi rappresentano infatti ambiti nei quali gli strumenti elettronici di acquisto possono incidere in modo diretto sulla concorrenza, sulla rapidità delle procedure e sull’accessibilità del mercato per le imprese.

Nel 2025 hanno pesato in modo particolare gli acquisti di prodotti farmaceutici, apparecchiature mediche, servizi di assistenza sociale, servizi connessi alla costruzione, gestione dei rifiuti urbani, programmazione software e consulenza informatica. Sono settori molto diversi tra loro, ma accomunati da una caratteristica: richiedono dati affidabili, procedure ben costruite e capacità amministrativa.

Per questo il MEPA non deve essere considerato soltanto uno strumento per “fare acquisti”, ma una leva di organizzazione della domanda pubblica. Se utilizzato correttamente, può aiutare gli enti a comparare offerte, ridurre tempi, favorire la partecipazione degli operatori e contenere il rischio di affidamenti poco trasparenti.

Affidamenti diretti, concorrenza e rischi da governare

Il quadro, però, non è privo di criticità. Nel sistema dei contratti pubblici continua a pesare il forte ricorso agli affidamenti diretti e alle procedure negoziate senza bando. Anche se in termini di importo le procedure aperte restano prevalenti, la numerosità degli affidamenti diretti resta molto elevata, soprattutto nei servizi e nelle forniture.

Questo aspetto riguarda da vicino anche il mercato elettronico. La semplificazione è necessaria, soprattutto per gli enti più piccoli e per gli acquisti di importo contenuto, ma non può trasformarsi in una scorciatoia permanente. Il rischio è che sotto la soglia della concorrenza piena si creino spazi per frazionamenti artificiosi, scelte ripetitive, scarsa rotazione degli operatori o concentrazione degli acquisti su pochi fornitori.

Il MEPA può contribuire a limitare questi rischi solo se viene usato in modo sostanziale, non meramente formale. La presenza di cataloghi, offerte e strumenti digitali non garantisce automaticamente trasparenza. Serve una cultura amministrativa capace di utilizzare i dati, leggere il mercato, motivare le scelte e costruire procedure proporzionate al valore reale dell’acquisto.

Ricerca, scuole e sanità: i settori dove il mercato elettronico può pesare di più

Tra i passaggi più interessanti emerge anche l’obiettivo di rafforzare gli acquisti in alcuni comparti strategici. Per la ricerca scientifica, ANAC richiama il lavoro con l’Accademia dei Lincei, il Ministero dell’Università e Consip per arrivare alla costruzione di un vero mercato elettronico del settore.

È un’indicazione significativa. Significa riconoscere che il MEPA, o comunque la logica del mercato elettronico, può essere adattata a fabbisogni specialistici, dove gli acquisti non riguardano soltanto beni standardizzati, ma strumenti, servizi e soluzioni fondamentali per la competitività del sistema pubblico.

Un ragionamento analogo vale per le scuole, dove la semplificazione delle procedure può alleggerire il lavoro amministrativo, e per la sanità, ambito nel quale la qualità degli approvvigionamenti incide direttamente sui diritti delle persone. In questi settori, digitalizzare non significa soltanto spendere più velocemente, ma spendere meglio.

Il nodo europeo: interoperabilità e dati comuni

Il modello italiano guarda sempre più anche all’Europa. ANAC ha contribuito ai lavori sull’ontologia europea dell’eProcurement e ha promosso, insieme ad altri Paesi, una proposta per aderire al Public Procurement Data Space, lo spazio europeo dei dati sugli appalti pubblici.

Il tema è cruciale: senza dati interoperabili, l’integrazione dei mercati pubblici europei resta incompleta. Per rendere confrontabili gli appalti tra Paesi diversi servono linguaggi comuni, informazioni strutturate e sistemi capaci di comunicare. In questa direzione, l’esperienza italiana può diventare un laboratorio utile, perché ha già puntato su BDNCP, tracciabilità, open data e monitoraggio lungo l’intero ciclo di vita del contratto.

Anche il MEPA, in prospettiva, dovrà muoversi dentro questa traiettoria. Il mercato elettronico nazionale non potrà restare chiuso in una dimensione puramente interna, ma dovrà essere sempre più coerente con gli standard europei, soprattutto se le nuove direttive sui contratti pubblici spingeranno verso maggiore integrazione, acquisti aggregati e interoperabilità transfrontaliera.

Una sfida ancora aperta per amministrazioni e imprese

Il MEPA è quindi parte di una trasformazione più ampia: quella di una PA che prova a passare dall’adempimento alla gestione intelligente dei dati. La posta in gioco non è solo tecnologica. Riguarda la qualità della spesa, la concorrenza, la prevenzione della corruzione, l’accesso delle PMI al mercato pubblico e la capacità degli enti di acquistare ciò che serve davvero.

La digitalizzazione ha già prodotto risultati evidenti, ma non ha risolto tutto. Restano frammentazioni, differenze di competenze, piattaforme non sempre omogenee, enti piccoli in difficoltà e rischi legati a un uso troppo disinvolto delle procedure semplificate.

Per questo il futuro del MEPA dipenderà meno dalla sua natura tecnica e molto di più dalla capacità del sistema pubblico di usarlo come strumento di governo. Un mercato elettronico efficace non è soltanto una vetrina digitale di offerte: è un’infrastruttura che deve aiutare le amministrazioni a comprare meglio, le imprese a competere in modo più equo e i cittadini a vedere con maggiore chiarezza come vengono impiegate le risorse pubbliche.

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