Salari fermi in Italia: il taglio dell'Irpef non basta a invertire la rotta

11 Settembre 2026 - 11:25
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lentepubblica.it

Il taglio dell’Irpef alleggerisce l’imposta sul reddito, ma il salario reale degli italiani non cresce ormai da oltre tre decenni. È la contraddizione che la Nota di lavoro pubblicata il 21 luglio dall’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) mette in evidenza, proprio nei giorni in cui il governo Meloni rivendica il record di permanenza in carica e i risultati ottenuti sulle buste paga. In realtà, numeri alla mano, la storia è decisamente più complessa rispetto a quella riassunta dagli slogan.

Il confronto internazionale che l’Italia perde da 30 anni

Nei Paesi dell’area Ocse, tra il 1990 e il 2024, chi lavora a tempo pieno ha visto il proprio compenso reale al lordo delle imposte salire in media del 35%. Negli Stati Uniti l’incremento ha sfiorato il 50,5%, nel Regno Unito il 48,4. Francia e Germania, economie con struttura produttiva più vicina a quella italiana, segnano rispettivamente 33,4 e 32,9 punti in più, mentre la Spagna si ferma al 12,9. L’Italia, nello stesso periodo, perde l’1,6%.

Il dato precede l’inflazione recente. Fermando il confronto al 2018, prima della pandemia e dei rincari 2022-2023, la retribuzione reale italiana cresce comunque solo del 2,8%, contro un più 18,4% del Pil reale per ora lavorata. In pratica, la produttività è salita più del salario che dovrebbe remunerarla.

Un intervento da 21 miliardi che non tocca i salari fermi

L’operazione costa circa 21 miliardi di euro l’anno; comprende la riduzione scaglionata dell’Irpef e lo sgravio contributivo permanente dal 2025 e ha alzato gli stipendi netti senza toccare i contratti collettivi. Il carico fiscale e contributivo resta comunque al 45,8%, tra i più alti dell’area Ocse, con l’Italia che rientra nel gruppo dei Paesi con il maggior peso su lavoro dipendente e datori di lavoro.

Il prezzo pagato da part-time, servizi e nuovi entranti

Il quadro peggiora se si guarda a come si lavora davvero. Includendo part-time e carriere discontinue, la perdita reale sale al 6,6% in 35 anni, soprattutto per la diffusione del lavoro parziale. La quota di contratti part-time passa dal 4,1% del 1990 al 30,2 nel 2018, per arrivare nel 2024 al 44,3% tra le lavoratrici e al 15,6 tra gli uomini. Più della metà di questi contratti — il 51,3% — non è una scelta, ma un ripiego.

Il secondo fattore è settoriale. Nello stesso arco temporale, gli stipendi del comparto industriale e delle costruzioni salgono in media del 16,5%, mentre quelli dei servizi scendono del 20,9.

Che cosa significa in concreto per chi lavora nei settori più esposti? Il decimo dei redditi più bassi perde il 40,8% in termini reali; la mediana arretra del 12,7; solo il decimo più ricco guadagna, ma appena il 3,3%. La stagnazione salariale non ha colpito tutti allo stesso modo, ma ha scavato un solco più profondo dove il potere contrattuale era già debole.

Il carovita corre, i salari restano fermi

Nel frattempo il costo della vita non si è fermato. In due decenni il livello generale dei prezzi in Italia è cresciuto del 49%, ma il ritmo è cambiato bruscamente dal 2022, quando l’indice è salito dell’11% in un solo anno, seguito da un ulteriore 8% nel 2023. Il capitolo dell’energia domestica, tra elettricità e gas, è rincarato del 53% nel solo 2022, in larga parte per effetto dell’invasione russa dell’Ucraina sui mercati internazionali dell’energia.

Nel 2026 si è aggiunto un secondo shock energetico. Dalla fine di febbraio, l’attacco di Stati Uniti e Israele alle installazioni iraniane e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno spinto al rialzo petrolio e carburanti in Italia. Un’analisi del Codacons su dati Istat calcola, tra febbraio e aprile, un aumento del 38,4% per i combustibili liquidi, con effetti a cascata sui prodotti alimentari freschi attraverso i maggiori costi di raccolta e trasporto, per un aggravio complessivo stimato in circa 926 euro l’anno a famiglia. La Cgia stima, su scala nazionale, un costo aggiuntivo di circa 29 miliardi nel 2026 tra carburanti, luce e gas.

Anche i beni di prima necessità hanno seguito la stessa traiettoria. I prezzi alimentari sono aumentati di circa il 30% in 5 anni, mentre l’Osservatorio nazionale di Federconsumatori stima per l’autunno 2026 una spesa aggiuntiva di quasi 2.960 euro a famiglia, il 7,2% in più rispetto al 2025, spinta da bollette, benzina e riscaldamento condominiale.

Perché il Fisco non può sostituire la crescita

L’Irpef ha ridotto questi danni, ma non li ha cancellati. Tra gli operai e gli impiegati osservati dalla Nota, il taglio delle tasse porta la perdita di stipendio dall’8,2% lordo al 4,9% netto. Per chi lavora part-time, la perdita scende dall’11,7 al 3,4%.

L’Irpef inoltre toglie sempre di più a chi guadagna tanto per dare a chi guadagna poco. La sua capacità di redistribuire reddito, misurata dall’UPB, è più che raddoppiata dal 2014 a oggi.

C’è un limite pratico a quanto si può ancora tagliare. L’UPB ha calcolato una soglia di reddito, oggi pari a 35.100 euro l’anno. Sotto quella cifra si pagano, nel 2026, meno tasse che nel 1990; sopra, di più. Sotto la soglia si trova già l’83,7% di operai e impiegati, quindi tagliare ancora avvantaggerebbe solo pochi contribuenti in più, non la maggioranza dei lavoratori.

Per questo l’UPB propone altre strade, come rivedere i regimi fiscali agevolati, rafforzare la lotta all’evasione, sostenere chi ha lavori precari e, quando serve, finanziare gli aiuti con la spesa pubblica anziché con nuovi tagli fiscali.

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