Se Trump ritira le truppe dall’Italia si dà la zappa sui piedi

Gordon “Skip” Davis, generale in pensione dell’Esercito degli Stati Uniti, oggi è senior fellow al Center for European Policy Analysis. Negli anni scorsi è stato vicesegretario generale aggiunto della Nato con delega agli investimenti per la Difesa, occupandosi delle politiche su armamenti, aviazione, difesa aerea e missilistica, comunicazioni, innovazione, tecnologia, interoperabilità e relazioni con l’industria. Il suo ultimo incarico, alla fine di 37 anni di servizio nell’Esercito, è stato quello di direttore delle operazioni dello US European Command di Stoccarda, in Germania; e ricorda che durante i wargame emerse l’esigenza di nuovi sistemi terrestri capaci di colpire a lunga distanza – quelli che il presidente statunitense Donald Trump vorrebbe ora non più dispiegare in Germania.
Qual è la sua impressione generale sull’annuncio dei 5.000 uomini che gli Stati Uniti richiameranno dalla Germania?
In parte non è una sorpresa, perché l’idea di una riduzione della presenza americana in Europa era già stata messa sul tavolo da tempo e rientra in una linea politica chiara di questa amministrazione: trasferire una quota crescente del fardello della difesa europea sugli europei stessi. Detto questo, il tempismo ha anche un significato politico evidente. L’annuncio arriva in un momento di forte irritazione del presidente Donald Trump verso il cancelliere tedesco Friedrich e serve anche a mandare un segnale a Berlino. Sul piano pratico, però, bisogna ricordare che oggi esistono vincoli introdotti durante l’amministrazione Biden: per ritiri superiori a una certa soglia l’esecutivo deve informare il Congresso, spiegare motivazioni, costi e implicazioni operative. Dalla reazione del Congresso è chiaro che questa procedura non è ancora stata completata, quindi i tempi saranno necessariamente di diversi mesi.
Dunque, non si tratta di un ritiro immediato?
No. Infatti, il Pentagono ha scelto due mosse relativamente meno controverse. La prima riguarda una brigata che oggi si trova in Germania in rotazione. Gli americani utilizzano un sistema continuo: una brigata rientra negli Stati Uniti e ne arriva subito un’altra. In questo caso si interromperebbe semplicemente la rotazione successiva. Questo è logisticamente facile da fare, perché gran parte dei mezzi pesanti sono già preposizionati in Europa e il personale avrebbe comunque dovuto rientrare. Inoltre, si riducono i costi di mantenimento delle strutture dedicate a queste rotazioni. La seconda decisione è invece più significativa: lo stop al dispiegamento in Germania di un Long-Range Fires Battalion, cioè un battaglione di artiglieria e strike terrestre a lungo raggio che l’amministrazione Biden aveva pianificato di inviare quest’anno.
Perché questo secondo punto è così rilevante?
Perché parliamo di una capacità nuova, sviluppata negli ultimi anni proprio in risposta alla minaccia russa. Circa otto anni fa, dopo la Crimea e durante la revisione dei piani di difesa americani e Nato per l’Europa, i comandi militari europei e indo-pacifici chiesero al Pentagono nuovi sistemi terrestri capaci di colpire a lunga distanza. Io all’epoca ero direttore delle operazioni dello US European Command e questa esigenza emerse con chiarezza nei wargame: servivano strumenti che consentissero deterrenza e capacità di fuoco profondo in caso di crisi. Dopo il collasso del trattato INF con la Russia, Washington ha avuto il via libera politico e giuridico per sviluppare questi sistemi. Ora ne esistono solo due battaglioni in formazione: uno destinato al Pacifico e uno previsto per l’Europa. Se quello europeo non arriva, la Nato perde una capacità che oggi gli europei non sono in grado di sostituire con mezzi equivalenti.
Quindi il messaggio politico è una cosa, ma il messaggio militare è ancora più serio?
Esatto. La brigata è soprattutto una riduzione gestibile e simbolica. Il Long-Range Fires Battalion invece incide direttamente sulla postura di deterrenza dell’Alleanza sul fianco orientale. Le infrastrutture in Germania erano già state predisposte per accoglierlo, quindi significherebbe anche disperdere investimenti già fatti. Ma soprattutto verrebbe meno una capacità pensata specificamente per il teatro europeo.
Che cosa significa questo, dal punto di vista degli interessi americani? È davvero un vantaggio per Washington?
Non necessariamente. Ed è proprio qui la contraddizione. Ridurre una brigata in rotazione può avere una sua logica politica interna, ma una presenza avanzata in Europa serve prima di tutto anche agli Stati Uniti, perché permette tempi di reazione rapidi, addestramento, interoperabilità e capacità di proiezione. Molte delle basi europee non sono semplicemente basi “per difendere l’Europa”: sono piattaforme da cui gli Stati Uniti operano anche in Medio Oriente, Africa e Mediterraneo. Per questo negli ambienti militari americani ci sono molte perplessità su un disimpegno troppo ampio.
C’è il rischio che questa logica si estenda ad altri Paesi, per esempio all’Italia?
Trump usa certamente questa minaccia come strumento di pressione politica, soprattutto dopo il caso Sigonella e dopo le tensioni legate al mancato sostegno europeo all’operazione contro l’Iran. Però, l’Italia è in una situazione diversa dalla Germania. Le basi americane in Italia – Aviano, Vicenza, Sigonella, Napoli e le altre infrastrutture collegate – non servono soltanto al dispositivo Nato sul fianco orientale: sono hub multifunzionali che consentono agli Stati Uniti di operare contemporaneamente verso Europa, Nord Africa, Sahel, Levante e Golfo. A Vicenza, per esempio, lo United States Army Africa (ex Setaf) e le forze aviotrasportate sono state impiegate negli ultimi trent’anni in Afghanistan, Iraq, Africa, evacuazioni dal Libano e numerose altre missioni expeditionary. Quindi tagliare in Italia significherebbe limitare la libertà operativa americana ben oltre il solo teatro europeo.
Quindi Roma è relativamente più al sicuro?
Direi di sì, almeno rispetto a una misura strutturale. Questo non vuol dire che non ci saranno pressioni o dichiarazioni aggressive. Trump continuerà a usare il tema delle basi per segnalare il proprio malcontento verso gli alleati che considera poco collaborativi. Ma ritirare forze in modo significativo dall’Italia avrebbe un costo operativo enorme per Washington. Sarebbe, in sostanza, darsi la zappa sui piedi.
Come legge invece il rapporto personale tra Trump e Meloni dopo il caso Sigonella?
Non parlerei di una rottura. Trump è irritato dal fatto di essersi sentito limitato nell’uso delle basi alleate, ma il problema di Sigonella è stato soprattutto procedurale: richieste arrivate troppo tardi per consentire al governo italiano di attivare i necessari passaggi politici e parlamentari. Chi lavora nel campo conosce perfettamente queste procedure. Per operazioni straordinarie che non coinvolgono reparti già stabilmente stanziati serve tempo politico, non basta una richiesta dell’ultima ora. Quindi c’è stato certamente attrito, ma Trump continua a considerare Meloni una leader amica. Non vedo, da questo episodio da solo, i presupposti per una rappresaglia strategica verso l’Italia.
Alla luce di questa postura americana, da dove dovrebbe partire oggi la Nato?
La Nato in realtà è già su questa traiettoria da anni. Non è una discussione iniziata con Trump: il riequilibrio del burden sharing e l’aumento della componente europea nella difesa dell’Alleanza sono processi già avviati. Al prossimo summit gli alleati cercheranno soprattutto di mostrare tre cose. Primo: che l’Europa sta aumentando seriamente la spesa militare, con un percorso verso il 3,5% di spesa core per la difesa più un ulteriore 1,5% in infrastrutture strategiche, industria, resilienza e sostegno all’Ucraina. Secondo: che gli europei stanno assumendo una quota crescente delle missioni operative e delle forze di reazione della Nato, mentre il contributo diretto americano in alcuni segmenti diminuisce. Terzo: che è in corso un’accelerazione sulla base industriale della difesa europea, quindi produzione, acquisizioni comuni, munizionamento, sistemi di difesa aerea e capacità di lungo periodo. L’obiettivo politico sarà far capire a Washington che gli alleati stanno facendo di più e che questo rafforza anche la sicurezza americana.
Ma allora, in che condizioni di salute è oggi la Nato?
Paradossalmente, abbastanza buone. La tensione politica con la Casa Bianca esiste, ma all’interno della Nato il lavoro quotidiano continua in modo molto più stabile di quanto appaia dall’esterno. Le strutture militari e diplomatiche dell’Alleanza stanno già gestendo da tempo un trasferimento graduale di responsabilità verso gli europei. Lo si è visto sul coordinamento degli aiuti all’Ucraina, su alcuni cambi di leadership e su diversi comandi. Il problema più delicato oggi, francamente, non è tanto la coesione militare interna della Nato quanto il rischio che le tensioni economiche e commerciali tra Stati Uniti ed Europa producano fratture politiche più ampie. Ma sul piano strettamente della sicurezza, la Nato è meno fragile di quanto sembri nel dibattito pubblico.
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