La Grande Ignis Varese vinse tutto e cambiò per sempre il basket europeo

07 Maggio 2026 - 05:05
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La Grande Ignis Varese vinse tutto e cambiò per sempre il basket europeo

Nello sport è la reiterazione a rendere tutto eccezionale. I grandi campioni e le dinastie sportive entrano nella leggenda non perché raggiungono un apice molto alto, o almeno non solo. Di solito la grandezza poggia su un plateau di rendimento e risultati che durano nel tempo. In epoca recente l’abbiamo visto nel calcio con il Barcellona di Leo Messi, allenato da Pep Guardiola, e in Nba con i Golden State Warriors di Steph Curry, allenati da un’altra icona come Steve Kerr, o con i big three del tennis, Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic, oligarchi sull’intero circuito mondiale. E poi, ancora, in Nfl con i New England Patriots di Tom Brady allenati da Bill Belichick, e di nuovo nel basket con i San Antonio Spurs di Tim Duncan guidati dal sapiente Gregg Popovich. L’elenco può continuare a ritroso a lungo, passando da Michael Jordan e Sir Alex Ferguson, fino al Grande Real di Alfredo Di Stéfano.

La Ignis Varese di Dino Meneghin e Aza Nikolić, la Grande Ignis, è stata nell’Olimpo sportivo per un decennio, anche se in pochi lo ricordano. Negli anni Settanta la formazione bosina conquistò sei scudetti e giocò dieci finali consecutive in Coppa dei Campioni vincendone cinque, un record ancora oggi ineguagliato. Si parte dalla vittoria del 1970, battendo a Sarajevo il Cska Mosca per 79-74, replicando poi a Tel Aviv, nel 1972, con la vittoria per 70-69 sulla Jugoplastika Spalato. Il maggio del 1973 è stato forse il culmine di un ciclo leggendario, illuminato dal grande slam composto da scudetto, Coppa dei Campioni, Coppa Italia, Coppa Intercontinentale. Ma la storia prosegue ancora a lungo, fino alla fine del decennio, con la finale del 1979 persa a Grenoble contro il Bosna Sarajevo.

Nessuno si avvicina alla striscia da record firmata Varese con le canotte Ignis, poi Mobilgirgi, infine Emerson. Chi non conosce queste pagine di storia può rimetterle nella giusta prospettiva grazie alla ricostruzione del giornalista Marco Alfieri, nato a Varese nel novembre del 1973, pochi mesi dopo la conquista della terza Coppa dei Campioni. Alfieri è in libreria da ieri per Bottega Errante Edizioni con “Le sere dei miracoli”, un titolo che richiama la magia nelle note di Lucio Dalla – declinato al plurale, perché è lì che c’è la grandezza, appunto.

Il 1970 squaderna il ciclo vincente contro l’Armata Rossa del Cska Mosca. Il punteggio 79-74 nasconde lo strapotere fisico del il gigantesco centro sovietico Vladimir Andreev, “il fiammifero”, 216 centimetri di intimidazione sotto canestro. Una finale che è anche una lezione di adattamento e intuizione tipica della scuola italiana: nei giorni precedenti, al termine di ogni allenamento, coach Aza Nikolić rimane in campo con il suo pivot Dino Meneghin facendolo tirare per più di mezz’ora dalla lunetta. «Andreev non esce mai dall’area, vedrai che se cominci a bombardarlo da fuori sarà costretto a seguirti, così puoi attaccarlo in palleggio, sei più veloce…». Previsione quantomai azzeccata e vittoria contro tutti i pronostici della vigilia.

Alfieri non racconta questi episodi con la nostalgia di chi per forza vuole vedere nel passato un mondo migliore, non usa il filtro della retrospettiva rosea. Lo dimostra in diversi brani. Qui un esempio: «Rispetto alla pallacanestro di oggi, colpiscono alcune cose rivedendo quella finale nei video, sempre troppo sgranati, presenti su YouTube: non c’è ancora l’infrazione di campo, quindi si può passare la palla all’indietro; sui falli sul tiro ci si può rifiutare di tirare i liberi e rimettere semplicemente la palla da bordocampo; la pulizia tecnica delle giocate, o almeno di molte giocate, nonostante gli atleti corrano alla metà della velocità del basket contemporaneo; l’uso sapiente del tabellone, definito da molti “il miglior amico dell’uomo”; il tiro in sospensione di Manuel Raga, di una leggerezza ed eleganza infinite; il carosello dei vincitori in campo con capitan Flaborea, detto “Flabo”, che alza la coppa, felice; gli arbitri vestiti con le divise delle rispettive federazioni nazionali, quindi diverse tra loro (sarà così fin verso la fine degli anni Settanta)».

C’è anche lo spazio per chi prova gusto nel cercare gli unsung heroes dello sport, quelli che oliano la macchina di squadra permettendole di funzionare al meglio. È il caso di Ottorino Flaborea, sportivamente un fratello maggiore per Dino Meneghin e fondamentale nella creazione della Grande Ignis. Era il capitano, l’uomo dei momenti decisivi, passato alla storia del basket per il suo inconfondibile tiro in gancio che gli valse anche il soprannome di capitan uncino.

Il lavoro di cucitura di Alfieri è un’operazione reticolare che unisce più componenti, anche quelle apparentemente slegate tra loro. In mezzo c’è un contesto storico che non si può ignorare. Riaffiora ad esempio prima della finale del 1971 contro il Cska, rematch dell’anno precedente. Qui Alfieri porta nei suoi paragrafi la nube paranoide dell’Unione Sovietica. All’appuntamento più importante dell’anno per la squadra, il coach russo Aleksandr Gomel’skij resta a casa per quella che Alfieri definisce «la tipica defezione da guerra fredda». In quegli anni l’Urss vive una stagione di forte antisemitismo, aggravata dal timore di fughe eccellenti. Essendo di origine ebraica, il Kgb teme che l’allenatore possa chiedere asilo politico o emigrare in Israele, come accaduto a vari intellettuali ebrei sovietici dopo la guerra dei Sei Giorni. Questo sospetto basta per considerarlo “sorvegliato speciale” e costringerlo a Mosca mentre la sua squadra viaggia in Europa occidentale.

Il successo di Varese non fu un caso, ma il risultato di una combinazione unica di fattori economici, dirigenziali e tecnici, impossibili da replicare nel basket moderno. Intanto, il talento armonioso di Dino Meneghin, un meteorite piovuto dallo spazio sulla pallacanestro italiana. Secondo Alfieri, Meneghin è stato il giocatore simbolo, con il suo fisico così potente, coordinato e velocissimo: «Per tredici stagioni il suo agonismo, la sua fisicità, la sua forza sono stati il valore aggiunto di quella formazione. […] Meneghin è stato anche l’anima di una squadra che viveva in simbiosi con una città di provincia come Varese, ricca e affluente, che stava vivendo la coda del boom economico e poi, a partire dalla seconda metà dei Settanta, una trasformazione sociale, politica ed economica che avrebbe interessato, qualche anno dopo, un po’ tutto il nord Italia».

Nell’equazione c’è anche la visione lungimirante di alcuni dirigenti sportivi, come Giancarlo Gualco, che di fatto crea la funzione moderna del general manager, compiendo alcune scelte coraggiose e visionarie nella costruzione di quella squadra leggendaria. E va riconosciuto un evidente legame economico-sociale con questa storia di sport. Perché nasce con la grande industria del Nord Italia di cui la stessa Ignis di Giovanni Borghi è stata un emblema. Negli anni Settanta, i soldi di Giovanni Borghi, detto il Cumenda, equivalevano a quelli che oggi possono vantare i club finanziati dagli sceicchi del Golfo, o quasi. L’impero Ignis sta anche nella sua visione dell’investimento nello sport come un coinvolgimento del territorio e della comunità. «Borghi ha marchiato indelebilmente un’epoca», racconta Alfieri, «quella del boom industriale, dei favolosi anni Sessanta e della Dolce Vita, portando frigoriferi e lavatrici nelle case degli italiani. Incarnando il prototipo del nuovo imprenditore del Dopoguerra: ex artigiano e garzone di bottega, intuito formidabile, velocissimo di mente, la sesta elementare sbandierata come un blasone, il lavoro come religione civile e i modi oltremodo spicci, spesso declinati in dialetto milanese. Da questo punto di vista il marketing e la pubblicità sportiva sono stati il suo biglietto per la gloria eterna».

Sull’impresa sportiva di Varese per anni è sceso un velo di oblio, complice l’altra grande storia partorita da quel territorio subito dopo il decennio d’oro della pallacanestro: la nascita della Lega Nord di Umberto Bossi ha finito per spezzare quasi subito la memoria collettiva della Grande Ignis. In un battito di ciglia, Varese, fino a quel momento conosciuta nel mondo per la sua leggendaria squadra di basket, è diventata la capitale politica del Carroccio.

«L’auto di Umberto Bossi, buonanima, credo che fosse una Citroën, la incrociavo il venerdì pomeriggio posteggiata davanti al vecchio Bar Caffettiera. Roberto Maroni, buonanima bis, frequentava invece Blockbuster in piazza della Repubblica e suonava le tastiere nella band Distretto 51», scrive Alfieri, cresciuto in quella ricca provincia del Nord che negli anni Ottanta si colorava di verde, e già a scuola si incrociavano compagni di classe che distribuivano adesivi e spillette di Alberto da Giussano. La Lega Nord come destino. Anche chi non l’ha mai votata in qualche modo ci è cresciuto dentro, immerso come i pesci nel discorso di David Foster Wallace al Kenyon College (“Questa è l’acqua”). «Era impastata tra amici, oratorio, campetti da basket, paesini di mezza collina, bar, paninoteche, qualche parente, i vicini di casa», scrive Alfieri.

Allora “Le sere dei miracoli” è il modo migliore per riconciliarsi con la memoria collettiva di intere generazioni. Rimette insieme tutti i pezzi del puzzle per riscoprire cos’ha rappresentato quella formazione leggendaria che aveva reso il basket una festa cittadina, un canestro alla volta, un trofeo dopo l’altro.

Le sere dei miracoli, Marco Alferi, Bottega Errante Edizioni

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