Si scrive Prato si legge Chinatown: omicidi, roghi, sfruttamento. Ma per la sinistra è un modello d’integrazione

«Un omicidio in via Marini, un’inchiesta sul caporalato con cinque cittadini cinesi raggiunti da misure cautelari, roghi e dormitori abusivi. Nel giro di appena 48 ore Prato si ritrova a fare i conti con l’ennesima sequenza impressionante di episodi che denunciano una realtà di illegalità sommersa e sfruttamento del lavoro. Nel frattempo, Biffoni è in gita a Bruxelles e non ci risulta abbia speso una parola di condanna». Ad affermarlo in una nota è stata Chiara La Porta, capogruppo di Fratelli d’Italia nel Consiglio regionale della Toscana.
«Non basta farsi fotografare con un rappresentante diplomatico – ha aggiunto la consigliera regionale -. L’incontro con la console cinese, al quale hanno partecipato di recente il sindaco e l’assessora Manetti, dovrebbe aver prodotto risultati. Quali impegni sono stati assunti? È stata espressa una condanna netta dello sfruttamento dei lavoratori e degli alloggi abusivi? Senza risposte concrete, questi incontri sono solo passerelle».
Poi ha concluso: «Di fronte a questa situazione servono più controlli, non meno risorse. Il Piano Lavoro Sicuro, nato dopo la tragedia del Teresa Moda, coordina ispettori Asl, forze dell’ordine e polizie municipali contro lo sfruttamento e l’illegalità. Eppure, con la programmazione 2026-2030, la Regione ha ridotto da 350mila euro nel 2018 a soli 50mila euro oggi lo stanziamento destinato al Comune di Prato per il personale impiegato nei servizi interforze. Complimenti davvero a Giani e alla sua giunta».
Tra i casi segnalati da FdI, l’ultimo in ordine di tempo riguarda un clamoroso episodio di sfruttamento del lavoro. Dormitori minuscoli ricavati dagli scatoloni, dai cartoni e dal legno, a poca distanza dai macchinari. Subivano 13 ore di lavoro al giorno, sette giorni su sette senza potersi riposare e con soltanto dieci minuti per un pasto. Erano queste le condizioni in cui vivevano sette cittadini cinesi e un pakistano all’interno di una stireria pratese gestita, secondo gli investigatori della procura nell’ambito dell’inchiesta sul negozio “Orchidea”, da una famiglia imprenditoriale cinese. Si trattava di un sistema che sarebbe iniziato almeno dal novembre 2023 e che ha portato all’esecuzione di cinque misure cautelari, oltre al sequestro di circa 20mila euro. A rompere il silenzio è stato un lavoratore pakistano, che ha denunciato le proprie condizioni e quelle dei colleghi, collaborando poi con gli investigatori per identificare i reali gestori dell’impresa. Si è trattato di una testimonianza fondamentale.
Sfruttamento del lavoro e dei clandestini: cinque cinesi arrestati a Prato
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