Siamo di nuovo qui, al feticcio della flessibilità di bilancio e al fantasma dell’austerità

Il fatto che, dopo quattro anni di Pnrr, l’Italia sia ultima per crescita nell’Ue conferma che i problemi italiani non dipendono affatto dall’austerità imposta dalle regole europee, come raccontano, dandosi manforte, la destra e la sinistra del bipopulismo tricolore.
Nessuno dei problemi socioeconomici che deprimono il Pil italiano dipende dal volume del bilancio dello Stato, ma semmai dalla distribuzione della spesa e dalla sua prostituzione alla logica del voto di scambio, con beneficio peraltro immaginario per gli elettori così ripagati del proprio consenso mercenario.
L’Italia è il quinto Paese dell’Ue nel rapporto tra spesa pubblica e Pil (51,2% nel 2025), malgrado un livello di indebitamento che dall’inizio della Seconda Repubblica – nata proprio dalla crisi finanziaria della Prima – si è preferito politicamente affrontare aumentando sia la spesa sia la pressione fiscale, per ricavare avanzi primari da bruciare nella fornace del servizio del debito.
Gran parte della Seconda Repubblica è politicamente trascorsa lamentando il cappio dell’austerità europea, che rimane in cima ai cahiers de doléances che quasi tutti i governi che si sono succeduti (a parte Monti e Draghi) hanno indirizzato alle istituzioni di Bruxelles.
Intanto, però, la spesa pubblica nazionale negli ultimi 20 anni, malgrado il semi-default del 2011, è ancora cresciuta in termini reali di oltre il 10%, ovviamente meno dell’aumento registrato nei Paesi con fondamentali più virtuosi, ma decisamente superiore a quello della Grecia – l’altra grande malata d’Europa, che quest’anno lascerà all’Italia la palma del Paese più indebitato – dove la spesa è diminuita in termini reali del 3%. La Grecia, però, nei prossimi due anni crescerà a un ritmo triplo dell’Italia e decisamente superiore anche a quello della media Ue.
L’illusione ingenua, disonestamente venduta dalla classe politica come una verità autoevidente, che sia la spesa pubblica il fattore determinante della crescita rende ormai l’elettorato italiano impermeabile alla consapevolezza, teoricamente intuitiva, che il deficit di competitività dell’economia italiana non dipende da quanto, ma da come si spende; per cui, per fare un esempio banale, se a parità di spesa si investe meno in istruzione e più in pensioni per decenni rispetto alla generalità dei competitori europei – cosa che l’Italia ha fatto con una sistematicità delinquenziale – non è possibile aspettarsi, a conti fatti, che la produttività nazionale tenga il passo di quella degli altri Paesi.
La razionalità comune, che guida normalmente le scelte individuali, in Italia è stata letteralmente dissolta nelle scelte collettive dagli abracadabra imbroglioni e vittimistici di una classe politica impegnata, con successo, a persuadere gli elettori che, nella dimensione pubblica, l’azzardo morale è politicamente più legittimo ed efficiente che nella dimensione personale o familiare.
Così, un popolo di formichine con altissima propensione al risparmio è diventato un elettorato con una fortissima disponibilità alla dissipazione, perché – questa è la tesi vincente – si troverà il modo per cui a pagare sia qualcun altro e perché comunque il bene comune è solo il simulacro conveniente di un inganno e nella gestione della cosa pubblica non c’è alternativa tra il far torto o il patirlo.
Il governo, con il supporto dell’opposizione, chiede oggi di rispondere alla crisi persuadendo Bruxelles a consentire all’Italia nuove deroghe al patto di stabilità, come se il livello di deficit e di debito fosse una variabile indipendente dagli equilibri economici del Paese (lo diceva per il salario la Cgil degli anni Settanta).
Per giungere a questo obiettivo la maggioranza arriva oggi a truffe semantiche risibili, equiparando la sicurezza energetica – tradotta peraltro in un taglio orizzontale delle accise irrazionale e regressivo – a quella militare e chiedendo che per la prima siano permesse le deroghe previste per la seconda. E cosa fa il Campo Largo? Chiede ancora più flessibilità – cioè più deficit – quasi che la maggioranza non ne chiedesse abbastanza; d’altra parte, negli scorsi anni l’opposizione di destra, Giorgia Meloni compresa, di fronte alla follia del Superbonus 110% incalzava ossessivamente il governo per averne ancora e di più, come se non ci fosse un domani. Il bipopulismo è una guerra civile simulata di uguali e contrari.
Nell’Italia dell’eterno ritorno dell’identico, intrappolata nell’inerzia del declino, il feticcio della flessibilità e il fantasma dell’austerità continuano a essere gli argomenti politici in cui sembrano maggiormente incontrarsi la domanda e l’offerta politico-elettorale. Come si dice: Quos vult Iupiter perdere, dementat prius (Quelli che Giove vuole siano perduti, prima li fa sragionare).
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