Siccità, allarme negli allevamenti: crollano mais, foraggi e latte

19 Agosto 2026 - 14:35
0

lentepubblica.it

Non è soltanto una questione di temperature difficili da sopportare nelle stalle. L’ondata di caldo e siccità che sta interessando le campagne italiane rischia di produrre conseguenze molto più profonde sulla zootecnia, perché colpisce contemporaneamente gli animali, i pascoli e le coltivazioni utilizzate per alimentarli.


Il risultato è una pressione crescente sui bilanci delle aziende, costrette a spendere di più proprio mentre diminuiscono diverse produzioni.

L’allarme arriva dalla Coldiretti, che descrive una situazione particolarmente delicata nelle regioni settentrionali. Le precipitazioni inferiori alla norma e le temperature elevate stanno riducendo la disponibilità di erba e foraggi, mentre il mais deve fare i conti con uno stress idrico che potrebbe compromettere una parte significativa del raccolto.

Il problema, quindi, va ben oltre l’emergenza stagionale. Quanto sta accadendo mostra infatti quanto sia diventato fragile l’equilibrio sul quale si regge una parte della filiera agroalimentare italiana: se diminuiscono le materie prime prodotte nei campi, aumentano le difficoltà nelle stalle e, a cascata, possono ridursi latte, formaggi e altre produzioni legate all’allevamento.

Mais sotto stress, in alcune aree perdite fino al 70%

Uno dei fronti più preoccupanti riguarda il mais destinato anche all’alimentazione animale. La campagna di quest’anno è stata condizionata da un andamento meteorologico particolarmente sfavorevole, soprattutto durante alcuni passaggi decisivi del ciclo della pianta.

La scarsità d’acqua ha infatti inciso nelle fasi della fioritura e del successivo riempimento della granella, due momenti determinanti per la resa finale. Quando lo stress idrico si verifica proprio in questi periodi, la coltura può non riuscire a sviluppare pienamente il proprio potenziale produttivo.

Secondo le stime diffuse da Coldiretti, nelle zone maggiormente danneggiate di Piemonte e Lombardia le perdite superano già il 30%. In determinate aree vengono segnalate punte che arrivano al 70%, mentre nei casi più critici esiste persino il rischio di perdere praticamente l’intero raccolto.

Un bilancio definitivo potrà essere tracciato soltanto con l’avvicinarsi della raccolta, poiché molto dipenderà dall’evoluzione delle condizioni meteorologiche. Tuttavia, la mancanza di acqua rappresenta ormai uno dei principali ostacoli alla produzione e potrebbe tradursi in un doppio danno per gli allevatori: minore disponibilità di cereali prodotti sul territorio e maggiori spese per procurarsi le quantità necessarie all’alimentazione del bestiame.

Pascoli sempre più secchi e alpeggi in difficoltà

La stessa emergenza interessa i prati e le aree montane utilizzate durante l’estate. In diverse zone del Nord, dal Piemonte fino al Trentino-Alto Adige, la produzione dei foraggi risulta inferiore del 30-40% rispetto ai livelli ordinari.

Negli alpeggi la situazione è ancora più complessa. L’assenza prolungata delle piogge ha lasciato numerosi prati con pochissima erba disponibile e ha contemporaneamente ridotto le risorse idriche necessarie per abbeverare gli animali. In località come Val di Sole, Val di Non e Val di Fiemme, le contrazioni della produzione foraggera superano il 40%.

Per le aziende che durante la stagione estiva trasferiscono bovini e altri animali in quota, non si tratta di un problema secondario. La permanenza in montagna dipende dalla possibilità di trovare pascolo e acqua in quantità sufficienti. Quando vengono meno entrambe le risorse, diventa necessario integrare l’alimentazione con scorte aziendali o prodotti acquistati all’esterno, oppure anticipare il rientro degli animali.

In questo modo la siccità modifica anche un’organizzazione produttiva consolidata da generazioni. L’alpeggio, infatti, non rappresenta soltanto una modalità di allevamento: contribuisce alla gestione del territorio montano, alla conservazione dei prati e alla realizzazione di produzioni casearie strettamente legate alle aree di origine.

Meno latte nelle stalle e crollo della produzione in montagna

Gli effetti delle temperature elevate si stanno facendo sentire direttamente anche sugli animali. Le bovine sottoposte a un forte stress termico tendono a mangiare meno e possono conseguentemente diminuire la quantità di latte prodotta.

I numeri segnalati negli alpeggi piemontesi rendono evidente la portata del fenomeno. In situazioni nelle quali normalmente si ottenevano 7-8 quintali di latte al giorno, la produzione è scesa a circa 2-3 quintali. Una contrazione così marcata finisce inevitabilmente per ripercuotersi anche sulla quantità di formaggi realizzabile.

Il problema, però, non riguarda esclusivamente le aziende di montagna. Coldiretti stima che tra giugno e luglio la produzione di latte abbia registrato mediamente una riduzione superiore al 20%. Se le temperature dovessero mantenersi molto elevate, il quadro potrebbe ulteriormente deteriorarsi.

È proprio la combinazione di questi fattori a rendere particolarmente onerosa l’attuale fase: mentre le aziende producono meno, devono contemporaneamente sostenere maggiori spese per proteggere il benessere degli animali e conservare correttamente il prodotto.

Energia e irrigazione, il conto degli allevatori continua a salire

Il caldo modifica sensibilmente anche i consumi energetici delle aziende zootecniche. Secondo l’analisi dell’organizzazione agricola, i costi dell’energia negli allevamenti sono aumentati del 30%.

Una parte dell’incremento deriva dalla necessità di far lavorare più intensamente gli impianti frigoriferi utilizzati per portare e mantenere il latte alle temperature previste. A questa voce si aggiungono i dispositivi impiegati per limitare lo stress termico all’interno delle strutture.

Ventilatori, nebulizzatori e sistemi di doccette devono rimanere attivi più a lungo quando il termometro raggiunge valori particolarmente elevati. Sono strumenti indispensabili per tutelare gli animali, ma il loro funzionamento comporta un consumo aggiuntivo di elettricità e acqua.

La pressione sui conti aziendali arriva anche dai campi. Per salvaguardare le coltivazioni destinate all’alimentazione del bestiame occorre ricorrere più frequentemente all’irrigazione. Tra acqua, carburante e funzionamento degli impianti, le spese irrigue sarebbero cresciute mediamente di oltre il 30%.

Si crea così un meccanismo particolarmente difficile da sostenere: l’agricoltore deve investire più risorse per tentare di preservare produzioni che, nonostante gli interventi, possono comunque risultare inferiori alle attese.

La crisi climatica cambia la gestione degli allevamenti

Il punto centrale dell’emergenza non riguarda quindi una singola coltura o una determinata regione. Acqua, foraggi, cereali, produzione di latte ed energia sono elementi strettamente collegati e la crisi di uno di essi può rapidamente trasferirsi sull’intera catena produttiva.

È questa la chiave di lettura più ampia di quanto sta avvenendo nelle campagne italiane. Gli allevamenti dipendono da una disponibilità relativamente prevedibile di risorse naturali e agricole. Se periodi di siccità intensa e temperature eccezionali diventano più frequenti, anche la programmazione aziendale deve confrontarsi con margini di incertezza decisamente superiori rispetto al passato.

La questione riguarda inoltre la capacità di mantenere economicamente sostenibili le attività nelle zone rurali e montane. Senza quantità adeguate di acqua e foraggio diventa difficile garantire la permanenza del bestiame negli alpeggi, mentre nelle aziende di pianura aumentano i costi necessari per alimentare e rinfrescare gli animali.

Per questa ragione il tema dell’adattamento non può essere affrontato esclusivamente attraverso interventi emergenziali. Servono strumenti strutturali per migliorare la gestione e l’accumulo delle risorse idriche, sistemi irrigui più efficienti, innovazioni capaci di ridurre i consumi e strategie agricole maggiormente resilienti alle oscillazioni climatiche.

La siccità di questa estate offre dunque un segnale che va letto oltre i dati della singola annata. Dietro il calo del mais o la riduzione del latte c’è una questione più generale: la capacità della zootecnia italiana di adattarsi a condizioni climatiche sempre meno prevedibili senza perdere competitività e produzione. Una sfida che coinvolge direttamente gli allevatori, ma che interessa l’intera filiera alimentare e, in ultima analisi, anche i consumatori.

The post Siccità, allarme negli allevamenti: crollano mais, foraggi e latte appeared first on lentepubblica.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione

Redazione Eventi e News

Commenti (0)

User