Sicurezza e integrazione, la replica di Clerici all’appello firmato da Yildiz: “Non basta abbassare i toni”

Maggio 19, 2026 - 17:56
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Sicurezza e integrazione, la replica di Clerici all’appello firmato da Yildiz: “Non basta abbassare i toni”
stefano clerici

In redazione è arrivata la lettera che pubblichiamo di seguito, firmata da Stefano Clerici, referente cittadino varesino di Lombardia Ideale. L’intervento replica all’articolo pubblicato sulla lettera aperta degli amministratori italiani di seconda generazione, sottoscritta anche dalla consigliera comunale varesina del Partito democratico Helin Yildiz dopo la tragedia di Modena. Diamo spazio al contributo nel rispetto del confronto tra posizioni diverse sui temi della sicurezza e dell’integrazione.


Caro Direttore,
Ho letto con attenzione la lettera firmata anche dal consigliere Yildiz sui fatti di Modena. E sì, molti passaggi sono condivisibili: il richiamo alla responsabilità, il rifiuto della strumentalizzazione, il valore della coesione sociale.

Ma c’è un punto che continua a mancare, ed è il punto più concreto: la realtà che si vive ogni giorno.
Provate a prendere un treno per Milano, in particolare un suburbano la sera.
Provate a osservare quello che accade.
E poi provate a immedesimarvi non in un osservatore neutrale, ma in una ragazza sola.

È lì che si misura la distanza tra il dibattito pubblico e la vita reale.
Non è una questione di razzismo.
È una questione di sicurezza percepita e vissuta, che riguarda comportamenti concreti, situazioni di degrado, episodi di violenza o intimidazione che si ripetono nel tempo.

Ed è proprio ignorando questa dimensione che si alimenta il problema, non risolvendolo.

Chiunque abbia un minimo di esperienza diretta sa che esistono percorsi di integrazione riusciti, persone che lavorano, studiano, partecipano alla vita del Paese e che ne sono parte piena.
Ed è altrettanto vero che esistono situazioni di disagio, marginalità e devianza che non possono essere negate o ridotte a “narrazione”.

Anzi, spesso sono proprio le persone straniere perfettamente integrate a essere le prime a chiedere più rigore, più controllo, più capacità di distinguere.
Perché sono le prime a subire le conseguenze di un sistema che non funziona.

Il punto, allora, non è scegliere tra sicurezza e inclusione.
Il punto è avere il coraggio di tenere insieme entrambe.

Senza negare i problemi.
Senza generalizzare.
Ma soprattutto senza far finta che basti abbassare i toni per risolverli.

Perché una comunità si difende unendosi, è vero.
Ma si difende davvero solo quando è anche in grado di riconoscere ciò che non funziona e di affrontarlo senza ipocrisie.

Detto questo, c’è un passaggio che non può più essere aggirato.

La sicurezza non si difende con le dichiarazioni di principio.
Si difende facendo scelte.

E tra queste scelte c’è anche quella di affrontare senza ambiguità il tema della presenza, nel nostro Paese, di persone che non rispettano le regole fondamentali della convivenza.

Chi delinque, chi è stabilmente fuori dai percorsi di integrazione, chi rifiuta le regole minime del vivere civile, non può essere considerato indistintamente parte della comunità.
E non può continuare a rimanere qui come se nulla fosse.

Per questo, parlare di rimpatri – o, se si vuole usare un termine più diretto, di remigrazione – non è uno scandalo.
È una questione di responsabilità.

Altri Paesi europei, a partire dalla democraticissima Danimarca, stanno affrontando questo tema con strumenti concreti, distinguendo chiaramente tra chi contribuisce e chi invece rappresenta un fattore di instabilità.

Questa distinzione è essenziale.

Perché una società aperta non è una società che accetta tutto.
È una società che accoglie chi rispetta le regole e che è in grado di allontanare chi le viola in modo sistematico.

Continuare a rimuovere questo problema non rafforza l’inclusione.
La indebolisce.

E finisce per penalizzare proprio chi, straniero, ha scelto di vivere in questo Paese rispettandone le leggi e contribuendo alla sua crescita.

Cordialmente,
Stefano Clerici


Lo stile di Stefano Clerici è quasi irriconoscibile. Dov’è quel militante gagliardo che non teme di prendere posizioni dure, che parlava di “zecche comuniste” che non avrebbe avuto difficoltà a usare la parola froci o negri?

Ora è aggraziato, con un italiano fluido e un politicamente corretto che si fatica a riconoscere. Forse si matura, oppure ci si fa aiutare nel trovare le parole. Come non condividere le riflessioni delle prime venti righe. Io sono uno di quelli che prende spesso il treno suburbano. Quello che da Porta Venezia, Milano Repubblica, Garibaldi Passante, per intenderci, porta a Varese. Lo prendo a orari diversi e spesso la sera tardi lo vedo mezzo deserto e qualche volta incontro solo cittadini stranieri o ragazzini molesti. Servirebbe un maggior presidio. E chi la pensa diversamente? Peccato che ai vertici della Regione e anche dell’azienda che gestisce quei treni siedano persone che politicamente sono vicine a Clerici e al ministro delle infrastrutture e trasporti.

Se leggiamo bene la lettera di Clerici sotto sotto soffia quel classico pensiero ed esce meno mascherato quando dice che  “parlare di rimpatri – o, se si vuole usare un termine più diretto, di remigrazione – non è uno scandalo.
È una questione di responsabilità”.

Lui deve essere saltato sulla sedia nel leggere una lettera che è un esempio di impegno civico. I diversi sottoscrittori, tra le altre cose scrivono:

“Tra noi ci sono persone cattoliche, musulmane, di altre fedi e persone che non professano alcuna religione. Ci riconosciamo nella Costituzione, nella Repubblica, nella libertà, nella laicità, nell’uguaglianza davanti alla legge.
Continueremo sempre a operare nelle istituzioni e nella società con responsabilità, nell’interesse di tutte le cittadine e di tutti i cittadini, senza distinzione alcuna, come ci insegnano le madri e i padri costituenti.

Il 2 giugno saremo nelle piazze da italiane e italiani, per celebrare la Repubblica, la democrazia, la libertà e gli ottant’anni dal suffragio universale. Lo faremo con la consapevolezza che questo è il nostro Paese: qui siamo cresciuti, qui viviamo, qui lavoriamo, qui crescono i nostri figli”.

Ecco, noi a queste persone dobbiamo dire grazie. Grazie per il loro senso civico, grazie per l’impegno, grazie per sentirsi parte della comunità italiana e contribuire con il loro impegno a rendere migliore questo Paese che troppo spesso, anche per responsabilità di chi ha posti di potere, sembra smarrire umanità e senso di cura.

L’Italia non ha bisogno di remigration, parola pessima e pericolosa. Abbiamo tutti bisogno di maggiore sicurezza che significa poter vivere insieme valorizzando le differenze senza aver bisogno di generare paure. Abbiamo bisogno di maggiore sicurezza dove tutti i giorni i morti sono ancora troppi: sul lavoro, sulle strade per citare due situazioni davvero drammatiche.

È la prevenzione la migliore forma di impegno per la sicurezza e questa richiede cura, sensibilità e accoglienza. Non muri e nemmeno un astratto “volemose bene”, ma una responsabilità civica che abbia nella gratitudine il primo dei sentimenti. L’Italia è terra di emigranti e affrontare le sfide delle moderne migrazioni non richiede paura, ma coraggio e determinazione. Non per la remigration. Chi delinque paga. Lo stato di diritto è questo e noi tutti siamo custodi di quei principi.

Il direttore Marco Giovannelli

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