Trump ha un problema con le ambasciatrici in Ucraina (e con l’Ucraina)

Maggio 03, 2026 - 07:30
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Trump ha un problema con le ambasciatrici in Ucraina (e con l’Ucraina)

Donald Trump non riesce a tenersi stretto l’ambasciatore, anzi l’ambasciatrice, americana a Kyjiv.

L’ultimo caso riguarda Julie Davis Fisher, incaricata d’affari in Ucraina dal maggio 2025, pronta a lasciare il posto a giugno dopo meno di un anno alla guida della missione. Ufficialmente il dipartimento di Stato parla di pensionamento dopo trent’anni di carriera e nega frizioni con il presidente. Ma il Financial Times ha offerto un’altra spiegazione: la diplomatica si sarebbe progressivamente logorata di fronte al ridimensionamento del sostegno americano a Kyjiv e alla pressione esercitata dalla Casa Bianca sul presidente ucraino Volodymyr Zelensky perché accetti concessioni territoriali pur di arrivare a un cessate il fuoco. 

Il punto, però, è che non si tratta di un caso isolato, visto che il presidente americano ha deciso di sposare le ragioni di Vladimir Putin e di fermare gli aiuti militari e finanziari all’Ucraina, nel tentativo di avvantaggiare la Russia. Una posizione contraria ai principi tradizionali della politica di sicurezza amaeicana, e insostenibile per qualsiasi diplomatico di professione di un paese democratico.

Appena un anno fa era toccato a Bridget Brink, diplomatica di carriera nominata ambasciatrice in Ucraina dal presidente Joe Biden nel 2022 ma rimasta in carica anche nei primi mesi della nuova amministrazione Trump.  Dopo settimane di tensioni, aveva annunciato il passo indietro a maggio. Era diventata marginale nei negoziati paralleli condotti dalla Casa Bianca con emissari politici e affaristi di famiglia del presidente come Steve Witkoff e Jared Kushner, mentre a Kyjiv il suo rapporto con Zelensky e soprattutto con l’ufficio presidenziale si era fatto più complicato. A incrinare definitivamente la situazione era stata soprattutto l’impossibilità, per una diplomatica di carriera apertamente schierata per il sostegno militare all’Ucraina, di rappresentare la nuova linea di Washington sempre più sbilanciata verso la ricerca di una “pace a ogni costo”, e cioè con la resa dell’Ucraina. Dopo le dimissioni, Brink lo disse senza troppi giri di parole: non poteva più «in buona fede» seguire ed eseguire quella politica. Ora è candidata alle primarie del Partito democratico nel Michigan per un seggio al Congresso.

Con Davis il copione si ripete quasi identico: ambasciata senza guida politica stabile, diplomatica professionista chiamata a gestire un rapporto difficilissimo con il governo ucraino, crescente sensazione di irrilevanza mentre i dossier veri vengono sottratti al canale diplomatico tradizionale e affidati agli uomini di fiducia del presidente. Il risultato è che nel giro di dodici mesi Washington perde due capimissione consecutivi in uno dei teatri più sensibili della politica estera americana.

Ma il precedente più rivelatore resta quello del primo mandato.

Nel 2019 Marie Yovanovitch, allora ambasciatrice a Kyjiv, fu richiamata anticipatamente dopo una campagna di delegittimazione orchestrata dall’entourage trumpiano e dagli intermediari ucraini vicini a Rudy Giuliani. Per Trump era sleale; per la diplomazia americana era una professionista colpevole di aver ostacolato i circuiti informali politico-affaristici che la Casa Bianca stava tentando di aprire in Ucraina. La sua rimozione diventò uno dei tasselli centrali del primo procedimento di impeachment contro il presidente. 

Tre episodi fanno una tendenza. E raccontano un problema più profondo del semplice turnover. Trump diffida dell’Ucraina e strutturalmente del Foreign Service, soprattutto quando si tratta di dossier ad alta politicizzazione. Gli ambasciatori di carriera sono per definizione custodi della continuità strategica americana: sostegno agli alleati, contenimento della Russia, promozione delle riforme anticorruzione, coordinamento con Nato e partner europei. Trump invece preferisce emissari personali, canali paralleli, negoziatori politici direttamente dipendenti dal suo umore e dai suoi obiettivi immediati. In Ucraina questo scarto è ancora più evidente, perché la linea della diplomazia professionale statunitense resta istintivamente pro Kyjiv mentre quella del presidente è filo Putin e orientata a chiudere il dossier rapidamente, anche a costo di scaricare il peso sull’aggredito.

Per questo il problema non è solo trovare un nuovo ambasciatore. È trovarne uno disposto a restare, per fare gli interessi di Mosca.

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