Trump vuole un’Europa più armata, non più autonoma

09 Luglio 2026 - 05:40
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Trump vuole un’Europa più armata, non più autonoma

Ad Ankara si è svolto il summit Nato che potrebbe ridefinire il futuro della sicurezza euro-atlantica. Dall’ultima volta, a L’Aia nel 2025, è cambiata giusto qualche cosa. Gli Stati Uniti hanno aperto la crisi sulla Groenlandia, con Israele hanno attaccato l’Iran, Donald Trump non aveva litigato con buona parte dei suoi alleati. I rapporti di forza cambiano, ma i vecchi ritornelli restano e non accennano a scemare.

Ormai è diventato un leitmotiv: Trump ci chiede di spendere di più in armi, e meno in burro. Come osserva Alessandro Marrone, head del team di ricerca in ambito di difesa, spazio e sicurezza dell’Istituto Affari Internazionali, la Nato arriva ad Ankara in ordine sparso. I leader europei e canadesi rivendicheranno l’aumento della spesa al cinque per cento del prodotto interno lordo entro il 2035, ma il vero terreno di confronto sarà la capacità di trasformare le risorse finanziarie in produzione industriale e sistemi militari effettivamente disponibili. Perché non tutti i Paesi europei hanno gli stessi strumenti – né la stessa volontà – per trasformare queste promesse in capacità reali. Per Washington, un’Europa che investe di più nella difesa è una buona notizia. Ma un’Europa che usa quella spesa per costruire una industria autonoma della difesa lo è molto meno.

È probabile che i leader dell’Ue presenteranno la nuovissima European security strategy già nei giorni del summit Nato. La Commissione e il Servizio esterno europeo (Eass) la stanno preparando da mesi, con l’obiettivo di allargare il perimetro del concetto di sicurezza. In linea con le teorie accademiche, che interpretano quest’ultima non più solo come questione militare ma come un insieme di difesa, economia, cyber, difesa delle infrastrutture, energia, materie prime critiche, contrasto alle operazioni di interferenza e propaganda straniera, chi più ne ha più ne metta. Una securitizzazione degli ambiti di intervento da parte dell’Unione, causata da una mentalità belligerante che è diretta conseguenza dell’ibridazione della guerra odierna.

La sicurezza, la ricerca di autonomia, prevedono una forte componente di industrializzazione e non solo in ambito direttamente militare. Basti pensare al nuovo Tech Sovereignty Package, che citavamo nella scorsa newsletter come fonte di tensione estrema tra Washington e Bruxelles. Ora Trump mette alla prova l’Europa sulla produzione militare: spendere di più – negli Stati Uniti – oppure sbrigarsela da soli da qui in poi. Il che significa non ricevere alcuna assistenza nel momento in cui Vladimir Putin, come ventilato negli scorsi giorni, potrebbe ordire una provocazione nei confronti della Polonia. Washington ha già organizzato un parziale ritiro dei propri asset militari dall’Europa. Gli europei devono quindi passare dalle parole ai fatti per sottrarsi alla spada di Damocle della Casa Bianca.

Cosa sarà questo documento è imperscrutabile. Rischia di infarcire la giurisprudenza brussellese di un ennesimo livello di complessità, senza alcuna traduzione operativa. Senza livelli di coordinamento tra strumenti, senza autorità percepita dagli Stati. Una strategia funziona solamente se tutti gli stakeholder dell’Ue, in primis i Membri, la accettano come propria. Ma gli interessi particolari sono stati prevalenti fino a ora, e non si capisce come potrebbero mutare in futuro.

La credibilità della nuova strategia di sicurezza europea si misurerà nella capacità di stabilire priorità produttive e coordinare gli strumenti già esistenti. Se si trattasse di una nuova pioggia di miliardi, come lo è stata con il ReArmEU e il Safe, probabilmente non basterebbe. Il nodo non sono i soldi. Ciò che conta è la capacità di accorciare i tempi tra decisioni, finanziamenti, produzione ed effettiva disponibilità. E quindi anche rafforzare le catene del valore, ottenere e raffinare le materie prime critiche, calmierare i prezzi dell’energia. È per questo che si rende più che mai necessario un Defence Production Act, uno strumento-ombrello che ricomprenda sotto una stessa matrice tutti i regolamenti già implementati. Un meccanismo per accelerare la produzione industriale, rafforzare il procurement e quindi rendere possibile una mobilitazione di risorse in caso di crisi.

L’aumento della spesa per la difesa e l’autonomia strategica europea potrebbero entrare in conflitto. Se il riarmo europeo si traducesse prevalentemente nell’acquisto di sistemi statunitensi, la Nato ne uscirebbe rafforzata, l’autonomia europea molto meno. L’Europa, come d’altronde sempre, si trova davanti ad un bivio. Andare verso la rottura della Nato per come la conosciamo, nonostante le dichiarazioni di aderenza alla missione, oppure rafforzare la propria indipendenza. O almeno raggiungere una condizione negoziale favorevole per farlo.

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