Un Mondiale di calcio all’insegna della crisi climatica

15 Giugno 2026 - 13:33
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Un Mondiale di calcio all’insegna della crisi climatica

Non sappiamo chi vincerà questi Mondiali di calcio, ma sappiamo già cosa li condizionerà più di ogni modulo, di ogni talento e di ogni scelta tattica: i cambiamenti climatici. È una presenza silenziosa, ma costante, che attraversa le 16 città ospitanti come un filo rosso, imponendo il suo codice a un torneo in cui, per la prima volta nella storia, si gioca contro il clima prima ancora che tra nazionali antagoniste. L’immagine simbolica è arrivata ancor prima del calcio d’inizio: l’Argentina appena atterrata in Kansas è stata accolta non da tifosi festanti, ma da temporali violenti, blackout e alberi abbattuti.

Il problema non è solo il caldo, ma la combinazione di caldo estremo, umidità, qualità dell’aria, fulmini, incendi e alluvioni che caratterizza un Nord America sempre più vulnerabile. Per comprendere bene la gravità della situazione, dunque, bisogna partire da un concetto tecnico che negli ultimi anni è diventato centrale nella fisiologia dello sport: la temperatura di bulbo umido. Questo indicatore non misura solo il calore, ma l’effetto combinato di calore e umidità sul corpo umano. In dettaglio, quando supera i 26°C (che equivalgono a circa 35-36 gradi di temperatura secca), il sudore non riesce più a raffreddare l’organismo: la termoregolazione collassa, il rischio di colpo di calore aumenta in modo esponenziale e la performance atletica diventa un fattore secondario rispetto alla sicurezza.

Secondo alcuni recenti studi, questa soglia verrà superata quasi sempre in città come Kansas City, Miami, Atlanta e Houston. In altre parole, si stima che 92 delle 104 partite potrebbero svolgersi in condizioni di elevato stress ambientale, con un impatto significativo sulle prestazioni dei giocatori. Non è un caso se in risposta alle soluzioni introdotte dall’organizzazione (pause acqua obbligatorie, panchine climatizzate e la possibilità di sospendere le partite in caso di condizioni estreme) gli scienziati hanno scritto alla FIFA definendo “inadeguate” le misure previste, evidenziando che il problema non è solo termico: è sistemico.

Le Grandi Pianure sono soggette a tornado e temporali improvvisi, la California convive con incendi sempre più intensi e la Florida è esposta ad un’umidità tropicale che amplifica ogni ondata di calore. A complicare ulteriormente il quadro poi c’è El Niño, il grande modulatore climatico del Pacifico. Il fenomeno, che si manifesta con un riscaldamento anomalo delle acque superficiali, tende a spingere verso l’alto la temperatura media globale e a rendere più probabili condizioni estreme in molte regioni del pianeta.

Gli scienziati di Copernicus hanno segnalato un ritorno di El Niño già nella prima metà del 2026, con un’intensità potenzialmente superiore alla media. Questo significa che il torneo si svolge in un contesto in cui l’atmosfera è già predisposta a generare anomalie: ondate di calore più lunghe, picchi di umidità più elevati, temporali più violenti. El Niño non è la causa del cambiamento climatico, ma ne amplifica gli effetti, come un acceleratore temporaneo che rende più evidente ciò che sta già accadendo.

Il paradosso, ancora più insopportabile, è che tutto questo avviene in un torneo che, per struttura, non è sostenibile. Tre Paesi, quattro fusi orari, distanze enormi, spostamenti continui: un Mondiale pensato per massimizzare il mercato, non per minimizzare l’impatto. Le stime parlano di 9 milioni di tonnellate di CO₂ emesse in 38 giorni, quasi quanto una città come Roma in un anno. Alcune analisi arrivano a ipotizzare fino a 15 milioni di tonnellate, considerando i voli interni ed esterni. È un’impronta climatica senza precedenti, resa ancora più evidente dal fatto che il torneo si svolge in un decennio segnato da una forte impronta politica: gli anni dell’Amministrazione Trump hanno visto un aumento delle emissioni delle centrali a carbone, tagli alla ricerca ambientale, riduzione degli investimenti in energia pulita e nuovi finanziamenti ai combustibili fossili. Una traiettoria che ha contribuito a consolidare la concentrazione di CO₂ in atmosfera e a rendere più probabili proprio quelle condizioni estreme che oggi minacciano il torneo.

La scarsa sostenibilità del Mondiale, però, non riguarda solo le emissioni. Riguarda anche la circolarità dei materiali, la gestione dei rifiuti, l’uso di infrastrutture temporanee, la produzione di merchandising e gadget, la costruzione o ristrutturazione di stadi che resteranno sovradimensionati rispetto all’uso ordinario. Ogni grande evento sportivo genera un’eredità materiale che raramente coincide con i bisogni reali dei territori. In Nord America, dove molti impianti sono già energivori e climatizzati artificialmente, il fabbisogno energetico del torneo sarà enorme, soprattutto nelle città più calde. La promessa di “neutralità climatica” che accompagna spesso i mega-eventi sportivi si scontra con la realtà di un sistema che produce rifiuti, consuma risorse e richiede una logistica intensiva. La circolarità, in questo contesto, resta più uno slogan che una pratica: i flussi di materiali, energia e trasporti sono troppo grandi per essere compensati da iniziative locali di riciclo o riforestazione.

Eppure, nello stesso Paese, la transizione energetica avanza nonostante tutto: a maggio 2026, per la prima volta nella storia, il solare ha superato il carbone nella produzione elettrica statunitense. È un segnale importante, ma ancora insufficiente a compensare un modello energetico e infrastrutturale che continua a generare vulnerabilità climatiche diffuse. Il risultato è che questo Mondiale diventa, pertanto, una lente attraverso cui osservare la contraddizione del nostro tempo: da un lato, la capacità tecnologica per l’adattamento; dall’altro, la difficoltà politica per cambiare davvero.

In chiusura, infine, resta una nota tra il serio e il faceto. L’Italia non c’è e speriamo sia l’ultima volta. Questa assenza dolorosa ci offre, tuttavia, un punto di osservazione privilegiato: lo sport globale – e, in particolare, il calcio – non può più vivere solo nella dimensione finanziaria e dell’entertainment. Deve iniziare a frequentare o tornare a considerare la dimensione umana del benessere, dell’innovazione sociale e ambientale, della variazione climatica. Se il calcio, che continua ad essere un fattore di aggregazione intergenerazionale, vuole continuare a farci sorridere, emozionare e discutere per un goal, deve oggi assicurarsi che ci sia ancora un clima in cui poter giocare.

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