AUSTRALIA E VANUATU VERSO LA FIRMA DELL’ACCORDO NAKAMAL DOPO DIECI MESI DI TENSIONI

29 Giugno 2026 - 00:54
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Anthony Albanese e Jotham Napat pronti a sottoscrivere a Canberra il nuovo patto strategico. Ridimensionate le clausole sulle infrastrutture e sull’influenza cinese, mentre Port Vila difende sovranità, libertà diplomatica e richieste sui visti

Australia e Vanuatu sono vicine alla firma del Nakamal Agreement, il nuovo accordo strategico destinato a ridefinire i rapporti economici, diplomatici e di sicurezza tra Canberra e il piccolo Stato insulare del Pacifico.

Il primo ministro australiano Anthony Albanese e il suo omologo di Vanuatu, Jotham Napat, dovrebbero sottoscrivere il patto a Canberra, al termine di quasi dieci mesi di negoziati difficili, rinvii e tensioni legate soprattutto alla sovranità di Port Vila e alla crescente competizione tra Australia e Cina nella regione.

La firma rappresenterebbe un risultato importante per il governo australiano, impegnato a rafforzare la propria presenza nel Pacifico e a consolidare il ruolo di Canberra come principale partner di sicurezza e sviluppo dei Paesi insulari.

Per Vanuatu, invece, l’accordo costituisce un delicato esercizio di equilibrio: mantenere un rapporto privilegiato con l’Australia senza rinunciare alla libertà di collaborare con la Cina e con altri partner internazionali.

DIECI MESI DOPO IL PRIMO TENTATIVO

Il Nakamal Agreement avrebbe dovuto essere firmato già nel settembre 2025 durante una visita di Albanese a Port Vila.

La cerimonia era stata preparata con grande attenzione e alcuni ministri dei due Paesi avevano siglato una prima versione dell’intesa in una cornice altamente simbolica, sulla sommità del vulcano attivo Mount Yasur.

Poco prima della firma definitiva, però, Napat si era ritirato dall’accordo, esprimendo preoccupazioni per alcune clausole considerate eccessivamente limitanti per la sovranità nazionale di Vanuatu.

Il punto più controverso riguardava la possibilità di impedire o condizionare il coinvolgimento di Paesi terzi in infrastrutture considerate strategiche, come porti, aeroporti e reti di telecomunicazione.

Le disposizioni erano state interpretate come un tentativo australiano di limitare direttamente gli investimenti cinesi nel Paese.

Per Port Vila, accettare quelle condizioni avrebbe significato concedere a Canberra un’influenza troppo estesa sulle proprie decisioni economiche e diplomatiche.

UN ACCORDO RIDIMENSIONATO

La versione che dovrebbe essere firmata oggi è meno vincolante rispetto al testo originario.

Sono state eliminate le clausole che avrebbero potuto attribuire all’Australia una sorta di potere di veto sugli investimenti stranieri nelle infrastrutture critiche di Vanuatu.

Secondo una bozza circolata pubblicamente, Port Vila dovrebbe comunque consultare Canberra prima di autorizzare il coinvolgimento di soggetti terzi in progetti strategici potenzialmente rilevanti per la sicurezza nazionale o regionale.

La consultazione, tuttavia, non dovrebbe trasformarsi in un obbligo di ottenere l’approvazione australiana.

L’accordo riaffermerebbe inoltre le leggi già esistenti a Vanuatu, secondo le quali le infrastrutture critiche devono rimanere libere da militarizzazione, interferenze straniere e accessi non autorizzati.

Questo passaggio assume un’importanza centrale nel contesto della competizione tra Canberra e Pechino.

L’Australia teme che investimenti cinesi in porti, aeroporti o telecomunicazioni possano in futuro essere utilizzati anche per scopi strategici o militari.

Vanuatu, da parte sua, vuole continuare ad attrarre investimenti e assistenza internazionale senza essere costretto a scegliere definitivamente tra le due potenze.

AUSTRALIA PRINCIPALE PARTNER DI SICUREZZA

Il patto dovrebbe riconoscere l’Australia come principale e storico partner di Vanuatu nel settore della polizia e della sicurezza.

Port Vila si impegnerebbe a dare priorità ai Paesi membri del Pacific Islands Forum quando richiederà assistenza nelle operazioni di polizia.

La formulazione non impedirebbe però al governo di mantenere rapporti con la Cina o di chiedere aiuto ad altri Stati.

Anche su questo punto la versione aggiornata appare più rispettosa dell’autonomia diplomatica di Vanuatu.

L’Australia conserverebbe una posizione privilegiata, ma senza ottenere un’esclusiva formale.

Il compromesso riflette la politica estera tradizionale di Vanuatu, riassunta spesso nella formula “amici di tutti, nemici di nessuno”.

Il Paese intende evitare di essere trascinato nello scontro strategico tra grandi potenze e rivendica il diritto di costruire relazioni con diversi partner sulla base dei propri interessi nazionali.

LA COMPETIZIONE CON LA CINA

Il negoziato è stato complicato dal crescente peso della Cina nel Pacifico.

Pechino ha investito in infrastrutture, edifici pubblici, strade e programmi di cooperazione in numerosi Stati insulari, aumentando la propria influenza economica e diplomatica.

Vanuatu sta lavorando anche a un’intesa separata con la Cina, conosciuta come Namele Agreement.

La prospettiva di due accordi strategici paralleli ha alimentato sospetti e tensioni.

Il governo australiano avrebbe accusato privatamente Pechino di cercare di ostacolare il Nakamal Agreement.

Le autorità cinesi hanno respinto queste accuse, mentre Napat ha espresso irritazione nei confronti di entrambe le potenze, sostenendo che i partner internazionali stessero cercando di utilizzare i propri interessi per influenzare le decisioni di Vanuatu.

Il primo ministro avrebbe descritto sia il Nakamal Agreement sia il Namele Agreement come iniziative in larga parte spinte dall’esterno.

Le sue parole riflettono la crescente insofferenza di molti Paesi del Pacifico, che non vogliono essere considerati semplici territori contesi tra Australia, Stati Uniti e Cina.

IL NODO DEI VISTI

Una delle principali richieste di Vanuatu riguarda la mobilità dei propri cittadini.

Napat aveva dichiarato di non essere disposto a firmare l’accordo senza progressi significativi sull’accesso all’Australia.

Il governo di Port Vila aveva inizialmente chiesto la possibilità di viaggiare senza visto, una concessione che Canberra non era disposta a riconoscere.

L’Australia mantiene infatti forti riserve sul programma di cittadinanza per investimento di Vanuatu, conosciuto anche come “golden passport”.

Attraverso il sistema, cittadini stranieri possono ottenere il passaporto del Paese in cambio di un investimento economico.

Canberra teme che organizzazioni criminali o soggetti considerati rischiosi possano sfruttare questo meccanismo per accedere più facilmente al territorio australiano.

Il compromesso dovrebbe prevedere l’avvio di discussioni formali per semplificare le procedure di viaggio, senza arrivare alla completa liberalizzazione richiesta da Port Vila.

La questione resterà probabilmente uno dei principali elementi attraverso i quali la popolazione di Vanuatu giudicherà la reale utilità dell’accordo.

LE POLEMICHE SUL PACIFIC ENGAGEMENT VISA

I rapporti tra i due Paesi sono stati ulteriormente messi alla prova dalla decisione australiana di escludere Vanuatu dalla selezione annuale per il Pacific Engagement Visa.

Il programma rappresenta uno dei principali canali di migrazione permanente verso l’Australia per i cittadini dei Paesi del Pacifico.

L’esclusione ha provocato forti critiche sui social media e nella politica di Port Vila.

Numerosi cittadini hanno accusato Canberra di utilizzare i visti come strumento di pressione durante i negoziati.

Alcuni esponenti del governo di Vanuatu hanno affermato di non essere stati informati preventivamente della decisione.

Secondo diversi osservatori, l’Australia avrebbe gestito male la comunicazione, lasciando un vuoto informativo che ha alimentato sospetti e risentimento.

La vicenda dimostra quanto la mobilità delle persone sia importante almeno quanto le questioni militari e geopolitiche nei rapporti tra l’Australia e i vicini del Pacifico.

GLI IMPEGNI ECONOMICI ANCORA DA CHIARIRE

La prima versione del Nakamal Agreement prevedeva circa 500 milioni di dollari australiani di investimenti nell’arco di dieci anni.

Le risorse avrebbero dovuto finanziare priorità del governo di Vanuatu nei settori dello sviluppo economico, della sicurezza, della resilienza climatica e delle infrastrutture.

Non è ancora chiaro se la versione definitiva manterrà lo stesso livello di finanziamento.

La pubblicazione del testo sarà essenziale per comprendere quali impegni concreti Canberra abbia assunto e quali benefici Port Vila potrà ottenere.

Per Napat, la firma rappresenta soltanto il primo passaggio.

Il governo dovrà dimostrare alla popolazione che l’accordo produrrà risultati tangibili: migliori infrastrutture, opportunità economiche, maggiore mobilità, assistenza dopo i disastri naturali e servizi pubblici più efficienti.

Senza questi risultati, il patto rischierebbe di essere percepito come un accordo costruito soprattutto per rispondere alle preoccupazioni strategiche australiane.

IL SIGNIFICATO DEL NOME “NAKAMAL”

Il nome scelto per l’accordo possiede un forte valore culturale.

Il nakamal è il luogo tradizionale nel quale le comunità di Vanuatu si incontrano per discutere, prendere decisioni e affrontare questioni collettive.

Rappresenta dialogo, inclusione e ricerca del consenso.

La durata e la complessità dei negoziati hanno mostrato quanto fosse difficile tradurre questo principio culturale all’interno di un accordo tra due Paesi caratterizzati da dimensioni, risorse e interessi molto differenti.

Vanuatu ha insistito affinché il rapporto fosse fondato sul rispetto e non sulla subordinazione.

L’Australia ha dovuto accettare che la propria influenza nella regione non è illimitata e che gli Stati del Pacifico rivendicano una crescente autonomia politica.

UN PASSAGGIO DELLA STRATEGIA AUSTRALIANA NEL PACIFICO

La firma arriva mentre Albanese si prepara a una fase intensa di diplomazia regionale.

Il primo ministro dovrebbe recarsi nelle Fiji, dove è attesa la firma del Vuvale Union, un nuovo trattato economico e di sicurezza con il governo di Sitiveni Rabuka.

Canberra sta inoltre avviando negoziati per una nuova intesa con le Isole Salomone e porta avanti accordi separati con Tonga, Tuvalu, Nauru e Papua Nuova Guinea.

Con Port Moresby è già stato concluso il trattato di difesa Pukpuk, destinato a rafforzare ulteriormente la cooperazione militare tra Australia e Papua Nuova Guinea.

Questa rete di accordi dimostra la volontà australiana di consolidare la propria posizione nella regione davanti all’espansione cinese.

Ma il caso Vanuatu evidenzia anche i limiti di una strategia troppo concentrata sulla competizione geopolitica.

I governi insulari chiedono rispetto, sviluppo concreto, possibilità di movimento e maggiore attenzione alle proprie priorità.

UN COMPROMESSO NECESSARIO

Il Nakamal Agreement che dovrebbe essere firmato a Canberra è il risultato di un compromesso.

L’Australia ottiene il riconoscimento del proprio ruolo centrale nella sicurezza e nella cooperazione di polizia.

Vanuatu conserva la possibilità di mantenere rapporti con la Cina e con altri partner, senza concedere a Canberra un controllo diretto sulle proprie infrastrutture.

Entrambi i governi possono presentare la firma come un successo.

Per Albanese, l’accordo rafforza la presenza australiana in una regione strategica.

Per Napat, il testo aggiornato tutela maggiormente la sovranità del Paese rispetto alla versione originaria.

Il vero banco di prova arriverà però con l’attuazione.

Il valore del patto non sarà determinato soltanto dalle formule diplomatiche, ma dalla capacità di produrre benefici reali per la popolazione di Vanuatu e di costruire un rapporto basato sulla fiducia.

Dopo mesi di trattative difficili, Australia e Vanuatu sono finalmente pronte a entrare nel nakamal.

Ora dovranno dimostrare di saper continuare a parlare da partner, non da potenza e Paese dipendente.

Fonte: ABC News

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