Clima, a Bonn sono riemerse tutte le contraddizioni a cui le Cop ci hanno abituato

L’accelerazione degli eventi climatici estremi, dall’ondata di calore che sta colpendo gran parte dell’Europa alle molteplici crisi su scala globale, non sembra aver inciso sui tempi e sulle (poche) ambizioni del negoziato internazionale. Nemmeno il vertice di Santa Marta, dello scorso aprile, ha smosso qualcosa. Il risultato è che l’appuntamento di Bonn, tradizionale tappa “intermedia” delle Conferenze sul clima - quest’anno in preparazione della Cop 31 di novembre in Turchia - restituisce ancora una volta l’immagine di un processo bloccato in un déjà vu: decisioni rinviate, nodi strutturali irrisolti e poche assunzioni di responsabilità.
A pesare è soprattutto l’assenza di volontà politica, che dopo il completamento del “rulebook” dell’Accordo di Parigi avrebbe dovuto tradursi in attuazione concreta. È qui che il processo si inceppa, ed è qui che, ancora una volta, il divario tra impegni formali e azione reale emerge con tutta la sua forza.
Come racconta l’associazione Italian Climate Network, presente a Bonn in Germania, durante il summit sono riemerse tutte le contraddizioni a cui le Cop ci hanno abituato. L’uscita dai combustibili fossili resta il punto più divisivo, mentre adattamento, perdite e danni, finanza, trasferimento tecnologico e cooperazione internazionale continuano a essere terreno di scontro più che di confronto e di costruzione. A questi si aggiunge il tema crescente delle misure commerciali unilaterali, che rischiano di frammentare ulteriormente il quadro globale.
Cosa emerge da Bonn
Partiamo dal Global Stocktake (Gst), il meccanismo previsto dall’Accordo di Parigi per valutare, ogni cinque anni, lo stato dell’azione climatica globale, che a Bonn ha registrato un avanzamento. In Germania si è infatti svolto il Dialogo degli Emirati Arabi Uniti, a lungo rimasto indefinito nei suoi obiettivi, nel metodo e nel rapporto con la finanza. L’obiettivo era chiarire come tradurre in azioni concrete proprio gli esiti del primo Stocktake, adottati alla Cop 28 di Dubai.
Sul fronte parallelo degli NDCs, i piani nazionali di riduzione delle emissioni che tutti i Paesi sono chiamati ad aggiornare periodicamente, Bonn ha evidenziato che non sono stati ancora presentati 53 NDCs, nonostante la scadenza fosse fissata a febbraio 2025.
L’attenzione si sposta ora sul prossimo ciclo. Il secondo Global Stocktake prenderà avvio alla Cop 31 e si concluderà nel 2028. A quel punto, occorrerà capire se la traiettoria intrapresa è coerente con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e, soprattutto, se esiste ancora lo spazio politico per correggerla.
Più critica è la situazione sull’adattamento. Il negoziato sul Global Goal on Adaptation si è arenato sul solito punto: il rapporto tra obiettivi e risorse finanziarie. I Paesi vulnerabili chiedono di legare gli impegni finanziari agli obiettivi, mentre i Paesi sviluppati tentano di mantenere separati i due piani. Il risultato è un cortocircuito che svuota di significato l’intero processo. Senza finanziamenti adeguati, l’adattamento rischia di restare un esercizio teorico, accessibile a pochi Paesi. Neanche l’ipotesi di triplicare i fondi per l’adattamento entro il 2035 risolve il problema, bisognerebbe prima stabilire come devono essere impiegate queste risorse, che restano comunque esigue rispetto alle reali necessità.
Sul fronte della mitigazione, il confronto resta altrettanto teso. Il Mitigation Work Programme non ha prodotto risultati concreti, diviso tra chi spinge per aumentare l’ambizione e chi chiede di concentrarsi sull’attuazione e sul trasferimento di risorse e tecnologie. Una contrapposizione che riflette, ancora una volta, la linea di frattura tra responsabilità storiche e diritto allo sviluppo.
Ma è sulla finanza climatica che emergono le divisioni più profonde. Il nuovo programma di lavoro si muove su un terreno minato che coinvolge i Paesi in via di sviluppo. Le divisioni si concentrano sull’interpretazione del nuovo obiettivo quantitativo di finanza climatica post-2025, il cosiddetto Ncqg (New collective quantified goal). Alla Cop 29 di Baku si era arrivati a un compromesso: portare l’obiettivo dai 100 miliardi di dollari annui a 300 miliardi entro il 2035. Una cifra che, tuttavia, resta lontanissima dai 1.300 miliardi indicata dai Paesi più vulnerabili per finanziare l’adattamento agli impatti del riscaldamento globale e sostenere una traiettoria di sviluppo fondata sulle energie rinnovabili. Lo scontro ruota intorno all’Articolo 9.1 dell’Accordo di Parigi, che stabilisce un principio chiaro: i Paesi sviluppati devono fornire risorse finanziarie ai Paesi in via di sviluppo, sia per la mitigazione sia per l’adattamento, in continuità con gli obblighi già previsti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul clima. Per i Paesi più esposti la priorità è ottenere chiarezza su un punto essenziale: come verranno effettivamente mobilitati i 300 miliardi di dollari annui promessi entro il 2035.
In questo quadro, il dossier sulla giusta transizione resta un’eccezione, almeno parziale. È l’unico ambito in cui si registrano avanzamenti concreti, con un testo preliminare definito in vista della Cop 31. Ma il nodo politico resta anche qui. La discussione sul Meccanismo di giusta transizione continua infatti a essere rinviata. In questo modo lo strumento ideato lo scorso anno alla Cop 30 per ampliare la cooperazione internazionale, offrire assistenza tecnica e favorire lo scambio di conoscenze per non lasciare indietro lavoratori, territori e comunità, non può essere reso operativo.
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