Volodos: il pianista alla ricerca del suono perfetto, per svelare il mistero tra le note

24 Giugno 2026 - 06:55
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Arcadi Volodos non doveva fare il pianista. Prima il canto, poi qualche incursione nella direzione d’orchestra, infine il pianoforte. Un approdo tardivo, ma rivoluzionario. Volodos è tra gli artisti più importanti della 69esima edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto (dal 26 giugno al 12 luglio), con la nuova direzione artistica di Daniele Cipriani. Sin dalle origini, l’idea del fondatore Gian Carlo Menotti era fare di Spoleto un luogo in cui le arti si attraversassero. Quella tensione è rimasta intatta. Il cartellone di quest’anno si costruisce attorno al tema delle “Radici”: uno sguardo all’indietro che cerca una direzione nel futuro. Cento performance in diciassette giorni, sette prime mondiali, oltre mille artisti da ventisette paesi: numeri che acquistano senso solo dentro l’idea di un festival che vuole tornare a essere ciò che Menotti aveva immaginato, un palcoscenico dove il confronto tra mondi lontani genera qualcosa di altrimenti impossibile.

In un contesto di questo tipo, la presenza di Volodos è emblematica. Siamo di fronte a un pianista divisivo: venerato da chi ama la tecnica inattaccabile, la continua ricerca del suono perfetto, il mistero tra le note; criticato da chi vede nel russo un esecutore che, in virtù del suo talento, propone letture in cui il pianista, a tratti, prevale sul compositore. “La fedeltà alla partitura non è una cieca, meccanica osservanza dei punti neri sulla carta, ma qualcosa di molto più profondo – dice in esclusiva al Foglio –. Il musicista che cerca sinceramente di onorare un autore gli resta fedele, anche se apporta all’esecuzione le proprie modifiche”. Parole chiare, che esprimono il cambiamento di paradigma quando si parla di interprete. “Con l’avvento della registrazione sonora, il ruolo dell’esecutore è radicalmente cambiato – continua Volodos –. Hanno molto più valore le grandi e rare individualità, capaci di diventare veri e propri coautori del compositore. Ma di persone così ne nascono pochissime”.

Lui è uno di quei pochi. Comprensibile, quindi, la scelta di dedicarsi ai soli recital solistici. Una decisione che è anche una presa di posizione nei confronti del mercato, dove tutto accade frettolosamente, le prove sono poche e le richieste dell’industria pressanti. “I cambiamenti nella mia attività sono avvenuti in modo naturale, rimanendo io fedele ai miei princìpi. Ho ottimizzato il calendario dei concerti, ho escluso le mete di tournée non gradite e ho rivisto completamente il repertorio, rinunciando ai programmi che non suscitano più in me una risposta creativa”.

Volodos vuole darsi il giusto tempo per maturare ogni partitura, interrogarsi e cercare. Nel suo debutto a Spoleto (la sera di sabato 4 luglio, al Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti) propone musiche di Schubert e Chopin, due autori “che amo e sento vicini”. Guai però a cercare fili che non esistono. “Non mi hanno mai interessato definizioni come ‘la malinconia di Chopin’, ‘l’intimità di Schubert’ – dice – sono stereotipi che limitano la percezione invece di aprirla. Non ho mai sentito il bisogno di cercare un filo che unisse Chopin e Schubert, né penso che trovarlo abbia qualche rilevanza nella costruzione di un recital pianistico. Per me ogni compositore è un universo a sé. Perché dovrei cercare legami artificiosi tra mondi diversi, quando è infinitamente più interessante scendere in profondità dentro ciascuno di essi? Per comprenderne anche uno solo non basta una vita intera: è troppo breve”.

Quella di Volodos è un’esistenza scandita dal silenzio, fonte di ispirazione, spazio in cui le domande riposano e le idee maturano. “Il silenzio è necessario non solo a me, ma all’intera umanità, soprattutto ai nostri figli. Solo nel silenzio possono nascere nuovi grandi compositori e filosofi. Il mondo cambierà radicalmente il giorno in cui ci libereremo dalla dittatura della spazzatura musicale che oggi avvelena la coscienza di miliardi di persone. Spesso si scarica la colpa sull’intelligenza artificiale. Non è così. Il problema è l’intelligenza naturale: intorno a noi hanno preso il sopravvento ignoranza e mancanza di cultura”.

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