A cosa serve il gemello digitale di un bosco
Un'azienda italiana che vuole compensare le proprie emissioni oggi può comprare la CO₂ immagazzinata da un bosco preciso, in un comune preciso, con una precisa età media degli alberi. Il Registro nazionale dei crediti di carbonio volontari, istituito per legge nel 2023 e reso operativo dalle linee guida firmate nell'ottobre 2025, è affidato al CREA e dovrebbe entrare a pieno regime quest'anno, appoggiandosi al Sistema informativo nazionale delle foreste. È il primo strumento pubblico che in Italia trasforma il carbonio di un bosco in un titolo vendibile.
Resta la domanda da cui dipende tutto il resto: come facciamo a sapere che quel carbonio c'è davvero, e che ci resterà?
Non è una questione accademica. Il mercato volontario internazionale ha attraversato una crisi di credibilità che ha fatto crollare i prezzi, e al centro ci sono i progetti REDD+: la sigla, nata in ambito Onu nel 2007, indica i programmi che pagano qualcuno per non abbattere una foresta. L'idea è semplice, il carbonio che resta dentro gli alberi vale denaro, e quel denaro deve rendere l'albero in piedi più conveniente dell'albero tagliato. Il "più" aggiunto in coda copre le attività che il carbonio lo aumentano, dalla conservazione alla gestione forestale, non solo quelle che evitano di perderlo.
Nel 2023 uno studio pubblicato su Science aveva analizzato 26 progetti di conservazione forestale in sei Paesi e concluso che la maggior parte non aveva ridotto la deforestazione in modo significativo, e che i pochi che ci erano riusciti avevano ottenuto molto meno di quanto dichiarato.
Nell'ottobre 2025 un secondo lavoro, sempre su Science, ha allargato il campione a 52 progetti in dodici Paesi tropicali: meno di un quinto ha raggiunto gli obiettivi di riduzione delle emissioni che si era dato, e solo il 13,2 per cento dei crediti messi in commercio risulta sostenuto dai dati. Il bilancio è meno catastrofico di quello del 2023, ma il verdetto non cambia: si è venduta molta più aria pulita di quanta ne sia stata effettivamente prodotta.
Il nodo, in entrambi i casi, è la misura. Un credito di carbonio è un numero, e quel numero nasce da una stima.. Contare gli alberi senza contarli. Misurare quanto carbonio contiene una foresta è un'attività molto complessa. Il metodo classico si chiama inventario campionario: si delimitano aree di saggio, si misura la circonferenza dei tronchi a un metro e trenta da terra, se ne stima l'altezza, e poi si applicano le equazioni allometriche, formule che a partire da quei due numeri restituiscono il volume di legno, quindi la biomassa, quindi il carbonio. Metà del peso secco di un albero è carbonio.
Funziona, ma è lento e costoso, e soprattutto fotografa un istante. Una foresta invece cambia: cresce, invecchia, viene tagliata, brucia. Un credito che deve restare valido vent'anni ha bisogno di essere sorvegliato per vent'anni.
Da qui la corsa agli strumenti che guardano il bosco dall'alto. L'Agenzia spaziale europea ha lanciato il 29 aprile 2025, da Kourou con un razzo Vega-C, il satellite Biomass: monta il primo radar ad apertura sintetica in banda P mai portato nello spazio. Le onde lunghe del radar attraversano le chiome e restituiscono l'eco dei tronchi e dei rami grossi, che è poi dove sta quasi tutto il carbonio di un albero. Fino a ieri i satelliti vedevano il tetto verde della foresta, Biomass ne vede lo scheletro.
Il bosco che vive dentro un computer. Il passo successivo è il gemello digitale, il digital twin. L'idea nasce nell'industria aerospaziale, dove serviva un modello a terra che rispecchiasse in tempo reale lo stato di un velivolo in volo, e si è affermata nei primi anni Duemila. Non è una mappa e non è una simulazione: è una copia virtuale di un oggetto reale, continuamente aggiornata dai dati che arrivano dall'originale. Se cambia l'oggetto, cambia il gemello.
Applicato a un bosco, significa una ricostruzione tridimensionale in cui ogni albero ha una posizione, un'altezza, un diametro e una specie, e in cui questi valori si aggiornano man mano che arrivano nuovi rilievi. A quel punto il bosco diventa interrogabile: quanta biomassa c'è in questo versante, quanto crescerà nei prossimi dieci anni, che cosa succede allo stock di carbonio se un'annata di siccità rallenta l'accrescimento.
In Italia su questo lavora RUMA, società benefit, cioè con obiettivi di beneficio comune iscritti nello statuto, nata nel 2022 a Rovereto negli spazi di Progetto Manifattura come esito del progetto europeo SATURN, coordinato dalla Fondazione Edmund Mach con l'Università di Trento. Il punto di partenza era una domanda di contabilità ambientale. «La ricerca aveva l'obiettivo di analizzare l'impatto delle attività umane, in termini di emissioni, e di confrontarlo con la capacità del territorio di rigenerare le risorse consumate», racconta Angelica Pianegonda, amministratrice delegata della startup. «Nonostante il Trentino sia prevalentemente ricoperto da aree naturali e le foreste ammontino a circa il 63 per cento del totale, la ricerca ha rivelato che le persone consumano molte più risorse di quelle che la natura riesce a rigenerare».
Da lì è nata la piattaforma EcoSense, che combina immagini satellitari, riprese da drone e ispezioni sul terreno per stimare la biomassa di ogni singola area verde, e che con la certificazione di un partner esterno arriva a dichiarare a quanti crediti corrisponde ciascun tratto di foresta. La quantità di anidride carbonica che le piante immagazzinano dipende dal tipo e dall'età degli alberi e dal rischio di incendi e i conti non possono fermarsi alla fotografia di oggi: «I nostri strumenti digitali e le verifiche puntuali sul campo ci permettono di effettuare calcoli che non riguardano solo lo stato attuale degli alberi, ma anche il loro sviluppo», spiega Pianegonda, visto che un progetto di crediti di carbonio deve durare almeno vent'anni.
Il gemello digitale ha però anche un secondo mestiere, molto più prosaico: sapere dove sta crescendo la vegetazione serve a capire quando andrà a interferire con un traliccio dell'alta tensione, una linea ferroviaria o una strada. La stessa mappa tridimensionale che vale per il carbonio vale per la manutenzione delle infrastrutture, e probabilmente è questo il mercato che oggi paga i conti.
. Nove milioni di ettari poco curati. Il patrimonio forestale italiano è più grande di quanto si creda, e lo conosciamo meno bene di quanto sembri. Il dato ufficiale sulla superficie è ancora quello dell'Inventario nazionale delle foreste e dei serbatoi forestali di carbonio: 11 milioni di ettari, il 36,7 per cento del territorio, di cui poco più di 9 classificati come bosco vero e proprio. Il problema è che quell'inventario si riferisce al 2015 e poggia su una lettura del suolo fatta nel 2013. La Carta Forestale d'Italia, prima mappa nazionale dei boschi dal 1936, presentata dal CREA a fine 2024, indica oltre 10 milioni di ettari di bosco secondo la definizione del Testo unico forestale, circa un terzo del Paese, dei quali 6,5 milioni sopra i 500 metri.
Quanto quei numeri contino lo si è visto l'anno scorso. Nel maggio 2025 ISPRA ha comunicato che nel 2023 il settore uso del suolo e foreste ha assorbito 53,6 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, quasi il 14 per cento delle emissioni nazionali, la quota più alta mai registrata. Non perché i boschi fossero improvvisamente cresciuti: perché il calcolo è stato rifatto con la nuova Carta forestale, con un database aggiornato sui prelievi di legname e con i primi rilievi del nuovo inventario. Stessi alberi, strumenti migliori, risultato diverso. Diversi addetti ai lavori sono rimasti sorpresi.
Proprio per questo nel 2025 è partito l'IFNI, il quarto inventario forestale italiano, che abbandona la cadenza decennale: si rileva un quinto dei punti di campionamento ogni anno, con statistiche aggiornate annualmente. Un decennio, hanno concluso al CREA, è troppo per un bosco che cambia alla velocità con cui cambia il clima.
C'è poi la questione della cura. L'inventario del 2015 rilevava che solo il 15,3 per cento della superficie a bosco aveva un piano di gestione dettagliato, e che la quota era in calo. Un bosco fitto e non curato assorbe meno di un bosco gestito, è più esposto agli incendi e ai parassiti, e per il proprietario vale poco, perché il legname da solo non ripaga i costi. È esattamente la scommessa del registro, dare un valore economico alla cura e non alla proprietà. «Il sistema permetterà di recuperare quei boschi che sono stati abbandonati perché nemmeno la vendita del legname è abbastanza redditizia per i proprietari del terreno per investire nella cura e nella manutenzione», dice Pianegonda.
Misurare meglio non basta. Qui però conviene essere precisi su che cosa risolvono i satelliti e i gemelli digitali. Risolvono la quantificazione: quanto carbonio c'è, dove, e come varia. Non risolvono l'addizionalità, cioè la domanda più scomoda di tutte: quel carbonio sarebbe stato assorbito comunque, anche senza il progetto e senza i soldi dell'azienda che ha comprato i crediti? È esattamente su questo che i progetti tropicali analizzati da Science hanno fallito, non sul conteggio degli alberi ma sullo scenario ipotetico con cui il conteggio veniva confrontato..
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