Meloni a caccia del gas (e petrolio) italiano che non c’è. Gli ambientalisti uniti contro nuove trivelle

Per affrontare la nuova crisi energetica in corso, legata al rincaro dei combustibili fossili, il Governo propone la ricetta di sempre: più combustibili fossili. La strategia avanzata nei giorni scorsi dalla presidente Meloni è quella di guardare appena al di là del proprio ombelico, quanto basta per spingersi al di sotto dei piedi che sfiorano il patrio suolo: lì si vuole trivellare per raggiungere le autarchiche riserve di gas e petrolio. Si tratta di un’inversione a U rispetto alla Meloni dei tempi dell’opposizione, quando nel 2016 si schierò a favore del referendum contro nuove trivellazioni, definendole «un aiuto ad alcune grandi lobby». Peccato che oggi come dieci anni fa l’Italia non sia il Texas, e abbia risorse abbondanti “solo” quando si parla di energie rinnovabili. Risorse in cui però la presidente Meloni però non crede, tant’è che ci sono impianti per 13 GW – quasi il doppio di tutto l’installato nazionale nel corso dell’intero 2025 – che giacciono sul tavolo della presidenza del Consiglio dei ministri, in attesa di essere autorizzati.

Lo stesso Consiglio dei ministri ha varato invece un decreto con «disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi» e infrastrutture energetiche strategiche, presentando le nuove trivellazioni come una risposta ai problemi della sicurezza energetica e della dipendenza dall’estero.
Il problema è che nel sottosuolo italiano c’è ben poco da cercare. «L’Italia ha riserve certe di gas e petrolio irrilevanti che, agli attuali tassi di consumo, esaurirebbe rispettivamente in soli 6 e 20 mesi», denunciano oggi congiuntamente Greenpeace Italia, Legambiente e Wwf Italia.
Basti osservare che nel 2025 l’Italia ha consumato 63,4 miliardi di metri cubi di gas, mentre la produzione nazionale si è fermata a 3,2 miliardi: appena il 5% del fabbisogno. In altri termini, tutto il gas estratto nel corso dell’anno è bastato a coprire l’equivalente di circa 18 giorni di consumi nazionali. Anche prosciugando interamente le riserve certe, i 34,7 miliardi di metri cubi disponibili equivalgono al 55% dei consumi registrati in un solo anno: circa 28 settimane, poco più di sei mesi, secondo l’elaborazione delle tre associazioni basata sui dati dell’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse (Unmig) del ministero dell’Ambiente.
Il petrolio non offre prospettive molto diverse. Nel 2025 le estrazioni nazionali hanno raggiunto 3,9 milioni di tonnellate, a fronte di un fabbisogno pari a 44,6 milioni: l’8,7% della domanda, equivalente a circa 32 giorni di consumi. Le riserve certe ammontano a 76,95 milioni di tonnellate e, anche se utilizzate integralmente, potrebbero soddisfare il Paese per una ventina di mesi.
Numeri troppo piccoli per costruirci sopra l’indipendenza energetica, ma anche per incidere in modo apprezzabile sulle bollette. Il gas e il petrolio estratti in Italia vengono infatti remunerati ai prezzi dei mercati internazionali: aumentare marginalmente l’offerta nazionale non sottrae famiglie e imprese alle dinamiche globali che determinano il costo dei combustibili. Non a caso Greenpeace, Legambiente e Wwf, battezzano la promessa di ottenere più sicurezza e prezzi più bassi attraverso nuove estrazioni come «pura demagogia».
Anche estendendo il ragionamento alle riserve probabili e possibili, il piano meloniano non regge alla prova dei fatti. In base ai dati Mase messi in fila dal think tank Energy square, i volumi salgono a 78,7 mld mc di gas e 162 mln ton di petrolio. Se anche fossero interamente estratti, come ordine di grandezza corrisponderebbero a circa 15 mesi dell’attuale domanda italiana di gas e neanche 3 anni degli attuali consumi petroliferi.

Piuttosto, la scelta dei commissari indica una precisa gerarchia politica. Il Governo invoca procedure straordinarie per accelerare l’estrazione di nuove risorse fossili, mentre impianti eolici e fotovoltaici, sistemi di accumulo e infrastrutture necessarie all’elettrificazione continuano a incontrare ritardi e ostacoli burocratici.
«Il vero interesse nazionale – concludono le tre associazioni – non dovrebbe essere quello di scavare qualche nuovo pozzo per ottenere poche settimane di autonomia aggiuntiva, ma ridurre in modo permanente la dipendenza dalle importazioni dall’estero di combustibili fossili attraverso la diffusione delle fonti rinnovabili, l’elettrificazione dei consumi, il risparmio energetico e l’accelerazione delle autorizzazioni per gli impianti puliti».
È qui che chiedono di spostare risorse e accelerazioni amministrative: sulle rinnovabili, sugli accumuli, sulle reti intelligenti, sull’efficienza energetica e sull’elettrificazione del trasporto di persone e merci. «Le trivelle non renderanno l’Italia indipendente. Le rinnovabili, insieme all’efficienza energetica e all’innovazione tecnologica, possono farlo davvero».
Che fare dunque per dare gambe alla transizione energetica, che è in grado di abbassare rapidamente il costo delle bollette? Più che ripartire da zero con rivoluzioni normative appare opportuno iniziare con soluzioni chirurgiche, come quelle avanzate da Agostino Re Rebaudengo sulle nostre colonne per arrivare a installare 20 GW l’anno d’impianti e poi ulteriormente affinate dal fondatore di Asja energy sempre su greenreport. Per iniziare basterebbero due modifiche chirurgiche all’attuale Testo unico sulle fonti rinnovabili:
1) Rendere il parere delle Autorità paesaggistiche vincolante per il Mase nelle sole aree dichiarate non idonee, mantenendolo obbligatorio ma non vincolante nelle altre aree;
2) Introdurre un termine perentorio di 90 giorni per la chiusura dei procedimenti a livello regionale, con silenzio-assenso alla scadenza.
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