A Roma fino a 100 giorni di stress termico: lo studio realizzato da Enea e Sapienza

29 Maggio 2026 - 15:37
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A Roma fino a 100 giorni di stress termico: lo studio realizzato da Enea e Sapienza

Se il 2024 è stato a livello mondiale l’anno più caldo mai registrato, per la caput mundi Roma il periodo peggiore per le alte temperature è stato il triennio 2021-2023. Ma non è andata granché meglio nel 2018 e nel 2020, oltre che nel 2022: in questi tre anni, tutti i giorni classificati come interessati da «ondata di calore» coincidevano anche con giorni di stress termico all’aperto, e tuttavia non vale il contrario: non tutti i giorni di stress termico rientravano nelle ondate di calore. Nel 2018, per dire, il 60% dei giorni di stress termico coincideva con un’ondata di calore, nel 2020 il 50% e nel 2022 appena il 40%. Tutto ciò emerge da uno studio realizzato da Enea, Università Sapienza e Serco Italia spa, ora pubblicato sulla rivista Atmosphere. Cosa significa quella mancata coincidenza? Soprattutto una cosa: a Roma le persone sono esposte a un marcato disagio termico per le temperature elevate anche per oltre 100 giorni all’anno, un numero che supera di gran lunga il conteggio delle giornate contraddistinte da ondate di calore.

I ricercatori ha analizzato il periodo compreso tra maggio e settembre di sei anni consecutivi (2018-2023), durante il quale gli aumenti di temperatura e umidità hanno causato un marcato disagio termico per la popolazione. Le temperature massime e minime giornaliere, utilizzate per identificare sia le ondate di calore sia gli episodi di stress termico all’aperto, sono state ricavate dai dati registrati da due stazioni meteorologiche situate in aree centrali della Capitale (Collegio Romano e via Boncompagni). «In base ai dati raccolti, il triennio 2021-2023 è quello che ha registrato le condizioni più estreme: le temperature minime hanno raggiunto picchi di 28 °C nel 2023, mentre le massime hanno toccato i 40,5 °C nel 2022», spiega la coautrice dello studio Serena Falasca, ricercatrice del Laboratorio Enea Modelli e servizi climatici presso il dipartimento Sostenibilità.

I ricercatori hanno anche notato che considerando sia le ondate di calore sia gli episodi di stress termico all’aperto, soltanto nel 2022 e nel 2023 i due fenomeni si sono verificati con la stessa frequenza. Particolarmente significativo, viene segnalato, è il caso del 2019: in quell’anno non è stata osservata alcuna ondata di calore estremo, ma si sono registrati quattro distinti periodi di disagio termico all’aperto, per un totale di 99 giorni.

Nel dettaglio, il numero totale di giorni di stress termico all’aperto più elevato si è registrato nel 2018 con 102 giorni (a fronte di 27 giorni di ondate di calore), seguito dal 2022 con 101 giorni (con 66 ondate di calore) e dal 2021 con 98 giorni (con 41 ondate di calore). I valori più bassi del periodo 2018-2023 si sono è osservati nel 2020 (85 e 16), e nel 2023 (81 e 33).

«Nel complesso gli episodi di stress termico all’aperto hanno superato i tre mesi in quattro dei sei anni considerati (2018, 2019, 2021 e 2022), mentre negli altri due (2020 e 2023) hanno comunque oltrepassato i due mesi», spiega sempre Falasca. «Le ondate di calore, invece, hanno superato complessivamente un mese solo in tre anni su sei (dal 2021 al 2023). Questo significa – prosegue – che gli eventi di stress termico per le persone all’aperto non solo si verificano con maggiore frequenza rispetto alle ondate di calore, ma sono anche molto più prolungati. In pratica, mentre le ondate di calore durano in genere tra 9 e 26 giorni consecutivi all’anno, gli episodi di stress termico possono estendersi da 25 fino a 65 giorni consecutivi, coprendo quindi periodi molto più lunghi. E anche negli anni in cui le ondate di calore sono state poche o assenti, come nel 2019, la popolazione ha comunque sperimentato lunghi periodi di marcato disagio termico all’aperto».

Questo studio è particolarmente interessante anche perché nonostante l’ampio interesse della comunità scientifica, gli eventi di caldo estremo (e di stress termico) continuano a essere definiti quasi esclusivamente in base alla temperatura dell’aria, e questa lacuna è particolarmente rilevante per il bacino del Mediterraneo, un hot-spot del cambiamento climatico, dove numerosi studi confermano una forte tendenza crescente, per intensità e durata, delle ondate di calore. Per l’Italia si aggiungono, inoltre, ulteriori criticità come l’elevata densità abitativa e l’età media della popolazione. «Per questo motivo è fondamentale ampliare il concetto di ondata di calore, superando il riferimento alla sola temperatura e includendo altri fattori che ne determinano l’impatto complessivo, come la metodologia utilizzata in questo studio», conclude la ricercatrice Enea.

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