Al fianco di Vannacci, l’ex sottosegretario che confuse Dante con Topolino
Lunedì il generale Roberto Vannacci ha presentato la scuola del futuro: dura, selettiva, senza fronzoli, con le classi divise per merito. Al suo fianco, a fare da scudiero e da prova vivente che la teoria va sempre temperata dalla biografia, l’onorevole Rossano Sasso, ex Lega ora Futuro Nazionale, un uomo che della scuola italiana si occupa da anni e che su questi temi parla con la sicurezza di chi ha già dato, come si dice, prova sul campo. Nel 2021, da neo sottosegretario all’Istruzione, attribuì a Dante Alighieri una frase tratta da un albo di Topolino. Chissà dunque se è per questo che l’onorevole Sasso e il generale Vannacci ora propongono una riforma scolastica che ricorda da vicino certa cosmografia trecentesca, a gironi: classi A e B per chi merita, C e D per chi merita di meno e va aiutato.
Vannacci e Sasso la chiamano “tecnica scolastica consolidata e inclusiva”, in uso, dicono, in Francia, Germania e Inghilterra. Una sezione A per chi sa, una sezione C o D per chi ancora non sa. Separare per includere. E qui si impone, ahinoi, la domanda che il buon gusto vorrebbe evitare e che la cronaca, da sola, suggerisce. In quale sezione sarebbe finito, da studente, l’onorevole Sasso che, subito dopo la Divina Commedia, in diretta tv confuse il numero di una legge con l’anno della sua approvazione, sostenendo per giunta che in Italia esistesse lo ius soli? Lo si immagina brillante in condotta e solido in entusiasmo ginnico, ma zoppicante, conviene ammetterlo, sul confine fra Dante e Disney. Un’insufficienza filologica che lo avrebbe spedito, oggi, non fra gli eccellenti ma in un Limbo ginnasiale-letterario, fra i virtuosi che non peccano ma nemmeno sanno, i “ciuchi”, parola che la pedagogia ufficiale rifugge e che invece, en passant, calza.
E infatti l’idea di Sasso e Vannacci ci piace, e ci piace applicarla per primo a chi l’ha proposta. Lo si potrebbe chiamare patentino, sul modello di quello che serve per guidare un ciclomotore. Un test minimo, da rinnovare ogni legislatura, magari a punti: si parte con dieci e si perde un punto per ogni citazione sbagliata, due per ogni gaffe storica e geografica, tre per ogni anacoluto. Chi arriva a zero non decade (questa è l’Italia, non è la Prussia) ma viene iscritto d’ufficio a una classe di recupero, una specie di sezione parlamentare di sostegno che il generale Vannacci senza esitazione definirebbe “inclusiva”.
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