Applausi per Gio, che con la sua poesia ci legge dentro

09 Settembre 2026 - 23:00
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Applausi per Gio, che con la sua poesia ci legge dentro

Una spettacolo del genere non potevano permetterselo i Corbella, i D’Adda, i Visconti d’Aragona, i Belgioioso d’Este, ma neppure i Taccioli, che pure erano ricchi commercianti e banchieri. Si tratta dei casati che, nel corso del 700 e 800, hanno avuto la proprietà di Villa Litta ad Affori, uno dei tanti comuni della prima cintura milanese che, nei secoli, la metropoli s’è mangiata.

Quanta vita al Bam

Nessuno di loro si sarebbe potuto permettere la performance di Giovanni “Gio” Lenzi e l’ensemble della Fondazione Blu Butterfly di Bologna, portata ieri in scena dalla Biblioteca degli Alberi Milano – Bam, l’intelligente creazione artistica e culturale di Fondazione Riccardo Catella. Con la regia della direttrice, Francesca Colombo, Bam accoglie ogni anno i milanesi al ritorno delle vacanze col Back to City, uno specialissimo cartellone artistico che culmina in un grande concerto, quest’anno particolarmente all’insegna dell’inclusione e dell’attenzione alle persone con disabilità e ai vulnerabili in generale.

Luisa Bonfiglioli, Giovanni “Gio” Lenzi, e Riccardo Melis, foto ufficio stampa Bam

Lo spettacolo di Affori stava appunto in questa edizione della rassegna, itinerante fra i luoghi della fragilità e del bisogno (qui lo spettacolo a Dynamo Camp raccontato da Antonietta Nembri), con un passaggio anche al carcere minorile di Milano, il Beccaria. Prima di introdurre ieri l’ensemble bolognese proprio Colombo, conversando con VITA, aveva raccontato le emozioni bellissime vissute nell’istituto di pena il giorno prima, con uno spettacolo, di danza e musica, realizzato dai giovanissimi detenuti, insieme a ballerini professionisti.

Nel grande salone di Villa Litta

Invece nel grande salone della villa di Affori, nell’area oggi riservata a una bella biblioteca civica, sotto un magnifico soffitto a cassettoni, dov’era appunto naturale immaginarsi i signori di casa e le nobildonne coi loro cicisbei, hanno risuonato forti, vibranti, bellissimi, i versi di questo giovane bolognese nato prematuro, di neanche mezzo chilo di peso, uscito da una lunga terapia intensiva e il cui padre, Alberto, aveva sempre rifiutato l’idea che potesse spendere la vita «a fare origami in un centro sociale».

Di Gio, di Alberto, della dolcissima psicologa e musicoterapeuta Luisa Bonfiglioli, responsabile scientifico della fondazione, e del bravissimo musicista Riccardo Melis, della loro bellissima storia – tanti superlativi assoluti ma ci van tutti, lo so –  ho già scritto e la potete rileggere qui.

Un frammento di Tempo, poesia di Giovanni “Gio” Lenzi,

Ieri, col sottofondo di musiche create dai due musicisti o prese a prestito da Chopin, Sibelius, ma anche da Ludovico Einaudi e Giovanni Allevi, il giovane gigante ha nuovamente pizzicato le corde dell’animo chi lo ascoltava.

Rivolgo il mio sguardo al passato ma il mio destino è toccare il futuro/continuando a cercare i ricordi, ha scandito e si è potuto percepire, quasi fisicamente, il brivido della sala, delle persone, di tutte le età, arrivate per chissà quali sollecitazioni, inviti, proposte.

Perché Gio porta, come d’incanto, a scrutare il Tempo, la Montagna, l’Inverno, l’Amore, ossia le parole attorno a cui gira il suo poetare, i titoli dei suoi lavori.

Allora succede che immagini la brina bianca come polvere stellare/svela steli di erba inumiditi e pensi d’esser tu, come piegato sotto il ghiaccio leggero della vita e dei suoi problemi. E quando, con quella sua erre arrotata, Gio declama che la paura avrà allora un nuovo nome: coraggio/E rinato vivi, senti la vita, e rammenti le mille volte che hai drizzato la schiena dinnanzi al giogo dell’esistenza e ti sei sentito un uomo diverso, una persona nuova.

La capacità di leggere l’umano. In poesia

Gli è che Giovanni Gio Lenzi parrebbe aver affinato, attraverso questa nascita sofferta, per questa vita che a un certo punto era parsa impossibile – «ti danno una Tac che somiglia a un certificato dell’esistenza che potrà fare», ha ricordato il padre – parrebbe aver affinato, dicevo, una capacità straordinaria di leggere l’umano fin nelle profondità dell’animo: bisogna conoscere la fragilità intimamente ha ripetuto ieri, in un suo verso.

Per questo la sala di Villa Litta non la smetteva di applaudire: uomini e donne che s’erano sentiti guardati dentro da quel giovane, classe 1999, che distilla parole eterne o forse, per qualcuno, capaci d’Eterno. Molti alla fine, hanno voluto lasciare un messaggio, come la fondazione suggeriva, nell’apposita urna, al lato della sala, pazientemente in attesa del proprio turno, trovandosi spesso sotto il naso la mano tesa di Giovanni, che alla fine s’è messo a salutare tutti gli spettotori che poteva, con grande cura.

Back to life si intitola la poesia che Giovanni ha dedicato al suo amato Allevi, una delle ultime che ha recitato ieri. Poesia con cui ha voluto festeggiare la guarigione del grande pianista, usando proprio il brano che così si intitola. Back to life è arrivata alla fine della recita di ieri. Alla vita si torna, dopo uno spettacolo del genere, più vivi e più contenti.

E sì, neppure quando il padrone di casa, qui, fu Gerolamo Trivulzio, marchese il cui salotto intellettuale frequentavano Alessandro Manzoni e Francesco Hayez, a Villa Litta s’era ascoltato, ma soprattutto provato, nulla di simile.

Le foto di questo servizio sono di Dimitar Harizanov per Bam, i video sono dell’autore per VITA.

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