Rifugio Massi, il cancello si chiude ma l’umanità resta sulla rotta dei migranti

01 Settembre 2026 - 17:45
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Rifugio Massi, il cancello si chiude ma l’umanità resta sulla rotta dei migranti

Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Anche in alta Val Susa, dove una rotta migratoria alpina è percorsa ogni anno da decine di migliaia di persone che cercano di raggiungere il nord Europa. L’albero che ha rischiato di cadere è il Rifugio Fraternità Massi di Oulx. La sua storia di accoglienza al confine con la Francia è la foresta che cresce, o meglio, che non ha mai smesso di crescere negli ultimi otto anni, nemmeno in assenza delle risorse necessarie per tenerlo aperto h24.

Un cancello chiuso e una soluzione ponte

Una doccia, un pasto caldo, un posto letto. Assistenza medica e orientamento legale, ma anche scarponi, giacche e zaini, attrezzatura salvavita per chi tenta di attraversare una frontiera a 2mila metri di quota in ogni stagione. È ciò che il rifugio Massi, una trentina di chilometri da Briançon, offre alle persone in transito. Un presidio a cui in media approdano 20mila persone l’anno, in questo momento circa 50 al giorno, con picchi in passato fino a 200. «Vite salvate», dice don Luigi Chiampo, che da mesi evidenzia la mancanza di fondi in grado di tenere in piedi una struttura che era nata in origine proprio per scongiurare le morti in montagna, quei cadaveri che intorno al 2018, al disgelo a primavera, erano riemersi lungo i sentieri.

Lo abbiamo intervistato a inizio agosto, oltre il cancello chiuso dell’edificio di proprietà della Fondazione Talità Kum Budrola, di cui è il presidente. Dopo un primo taglio forzato arrivato a marzo (con la riduzione dell’apertura dalle 17 alle 10 del mattino), dal 1º luglio si riuscivano a garantire soltanto più la cena e un letto per la notte, tra le 20 e le 8. «Dal 31 agosto», ci aveva spiegato, «senza un intervento delle istituzioni, saremo costretti a chiudere. Fino a tre anni fa siamo cresciuti: siamo arrivati ad avere una decina di operatori. Abbiamo ricevuto anche un riconoscimento istituzionale con un contributo dal ministero dell’Interno per la situazione di emergenza e la dimensione umanitaria del nostro lavoro. Quel finanziamento, però, non arriva più. Oggi possiamo contare soltanto sui contributi privati, che non bastano a sostenere i costi del personale, delle utenze e di gestione».

Oggi è il 1º settembre e la chiusura è arrivata, ma con una soluzione “ponte” che non interromperà l’aiuto. «Le associazioni di volontari e i sindaci dell’alta Valle si sono mossi con la Prefettura, sollecitando una riunione che si è tenuta il 27 agosto. È stato programmato un periodo emergenziale, per consentirci di effettuare i lavori di messa a norma del rifugio: abbiamo stimato tre mesi di cantiere». L’impegno è quello di allestire strutture mobili temporanee in un cortile poco distante messo a disposizione dall’Unione Comuni montani Alta Valle di Susa, dove la Croce Rossa garantirà l’accoglienza notturna.

Come si è arrivati a sbloccare una situazione che sembrava ormai senza via d’uscita? «Ha pesato una parola chiave: sicurezza», spiega Chiampo. «In assenza di un posto per accogliere centinaia di persone in paesini di qualche migliaio di abitanti al massimo, la situazione sarebbe diventata potenzialmente esplosiva. C’è anche l’aspetto umanitario, che però è più divisivo: qualcuno è contrario, qualcuno favorevole. Sulla sicurezza, invece, ci si trova tutti concordi».

Al presidio, nelle lunghe ore di attesa.

Che cosa succederà dopo i tre mesi di cantiere, ancora non è certo. «La Fondazione uscirà dall’esperienza perché non è più fattibile portare avanti l’attività così come è stata portata avanti finora», continua Chiampo: «i contributi una tantum delle istituzioni, quelli dei privati e l’attività lavorativa non bastano più. Occorre dare stabilità all’accoglienza, servono fondi che garantiscano continuità. Restano i volontari storici di Sentieri solidali, la rete informale che si è appena costituita in associazione».

Una mano tesa che non si è mai ritirata

È un arcipelago di associazioni, organizzazioni e volontari che in questi mesi ha continuato ad accogliere i migranti sotto un gazebo e due container in un’area concessa da Ferrovie dello Stato. Ne fanno parte, oltre a Sentieri solidali, Rainbow4Africa, Diaconia Valdese, On Borders, No name kitchen, Mediterranea, Il Pulmino verde, diversi gruppi Scout, Fornelli in lotta, Cuoche ribelli, Liberamente insieme, Red Nova e tante altre. Mentre il rifugio chiudeva a pezzetti, il loro impegno non si è mai fermato: si è semplicemente spostato sulla strada.

La relazione tra Terzo settore, volontariato, associazionismo e Fondazione è stata per otto anni un volano di sensibilità, che ha mantenuto viva questa esperienza malgrado le difficoltà e ne ha garantito la valenza e il riconoscimento anche nelle istituzioni

Don Luigi Chiampo

«Quando don Luigi ha confermato che la Fondazione non era più in grado di continuare il suo lavoro e di mantenere aperto il rifugio nemmeno di notte, il nostro direttivo ha deciso di farsi promotore di una presa di coscienza collettiva». A ricostruire la vicenda, è Silvia Massara, presidente dell’associazione Sentieri solidali. «Ci siamo rivolti direttamente ai sindaci, ai Carabinieri, alla Polizia, alla Croce Rossa Italiana, a Rainbow4Africa e Diaconia Valdese (che si occupano rispettivamente di assistenza medica e orientamento legale, nda). Abbiamo ribadito che il nostro presidio, attivo da quasi sei mesi, sarebbe proseguito, ma che non saremmo stati in grado, pur essendo in tanti, di affrontare l’inverno senza una struttura. Qui in montagna le temperature si stanno già abbassando, ma non sarà certo il freddo a scoraggiare i migranti che comunque continueranno a passare. Abbiamo chiesto un atto di responsabilità condivisa tra tutte le istituzioni che ci permettesse di continuare l’accoglienza».

Un’azione quotidiana invisibile ma fondamentale

La convocazione in Prefettura e la soluzione individuata rappresentano per l’associazione «il riconoscimento, a partire dall’azione messa in campo negli ultimi nove anni, di una rete di volontari composta da cittadini e società civile», riflette Massara. «È un grande gesto di fiducia nel nostro lavoro. Come abbiamo raccontato alla viceprefetto, il nostro è un impegno invisibile ma fondamentale di quotidiana prevenzione del rischio: siamo in grado di fornire informazioni sull’ipotermia e materiale di sicurezza a persone che comunque, in qualunque condizione meteo, si mettono in viaggio». In concreto che cosa significa prevenire il rischio? «In inverno significa riuscire a spiegare a un ragazzo sudanese che cos’è una slavina e come evitare di morirci sotto. Molti di loro partirebbero con jeans, scarpe da ginnastica, felpa e giubbottino. E poi siamo stati aiutati da centinaia di persone che hanno capito cosa succede lungo questa rotta e ci regalano equipaggiamento da neve, coperte di sopravvivenza, scaldamani e scaldapiedi».

Il futuro del rifugio è salvo? «Lo è nella misura in cui riusciremo a reggere, con la rete di associazioni che collabora da anni con noi, tutto un inverno in un’area esterna a Oulx per 12 ore al giorno. Avremo bisogno di tutta l’attenzione e di tutto il sostegno possibile, ma ci saremo», risponde Massara. «Mi sento di dire che finora ha vinto l’umanità», conclude don Luigi Chiampo. «La relazione tra Terzo settore, volontariato, associazionismo e Fondazione è stata per otto anni un volano di sensibilità, che ha mantenuto viva questa esperienza malgrado le difficoltà e ne ha garantito la valenza e il riconoscimento anche nelle istituzioni. È una staffetta che ritengo significativa, in un mondo in cui spesso prevalgono le divisioni e l’individualismo».

In apertura, il presidio diurno allestito fuori dalla stazione di Oulx. (Le fotografie sono state fornite dall’associazione Sentieri solidali)

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