Assolto dalle accuse di mafia (di Gratteri) dopo tre anni ai domiciliari. La storia di Cesare Pasqua

15 Luglio 2026 - 10:10
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Ha trascorso due anni e otto mesi agli arresti domiciliari in via cautelare, accusato di reati gravissimi e infamanti (concorso esterno in associazione mafiosa, scambio elettorale politico-mafioso, corruzione aggravata dal metodo mafioso, minaccia aggravata), per poi essere assolto da ogni accusa. E’ la storia di Cesare Pasqua, 77 anni, ex dirigente dell’Azienda sanitaria provinciale di Vibo Valentia, tra i principali imputati dell’inchiesta “Maestrale-Olimpo-Imperium”, avviata da Nicola Gratteri nel 2023 e finita nei giorni scorsi in primo grado con 102 assoluzioni su 181 imputati. Nei suoi confronti la procura aveva chiesto la condanna a 14 anni di reclusione. “La vita di un uomo è stata sconvolta da accuse gravissime che poi, di fatto, si sono sciolte come neve al sole”, dice al Foglio suo figlio, l’avvocato Vincenzo Pasqua, che ha assistito legalmente il padre insieme al collega Giuseppe Bagnato.

L’inchiesta ha devastato l’esistenza di Cesare Pasqua, stimato dottore di Vibo Valentia. A causa degli arresti domiciliari infatti, durati quasi tre anni, Pasqua non ha potuto stare accanto al fratello in punto di morte né partecipare ai suoi funerali. Non ha potuto incontrare i propri nipotini se non al massimo per due ore durante le festività (come se i bambini potessero portare messaggi mafiosi dall’esterno). Ha dovuto smettere di lavorare e la sua reputazione è stata demolita. Poiché la polizia giudiziaria si recava costantemente, anche di notte, nella sua abitazione per controllare se era presente, la moglie – anziana e gravemente malata – ha cominciato a non dormire più la notte per paura che lui non sentisse il campanello e dovesse andare in carcere. Uno stato d’ansia che la moglie di Pasqua si porta dietro ancora oggi.

“Per chi come me ha sempre creduto nella giustizia e ha un rispetto vero e profondo per la magistratura tutta, non è stato affatto semplice poter accettare che nella prospettazione accusatoria vi fossero delle incongruenze e delle inconsistenze tali che mai avrebbero dovuto e potuto portare a processo una persona per la quale l’onta di dover affrontare un processo, peraltro di mafia, è già di per sé una condanna, oltreché un’enorme umiliazione personale”, afferma Vincenzo Pasqua. “Mi riferisco, a titolo esemplificativo, al fatto che a mio padre è stato contestato, tra le altre accuse, il delitto di corruzione propria e impropria aggravato dal metodo mafioso per un fatto che avrebbe commesso quando in realtà si trovava già in pensione, quindi quando era palese la sua assoluta estraneità”.

“A tutto ciò si aggiunge che le incolpazioni poggiavano per la quasi totalità su indagini che consistono in una mera attività di intercettazione, priva di adeguati approfondimenti e concreti riscontri fattuali e/o documentali”, prosegue Vincenzo Pasqua. “Per non parlare del ‘contributo’ dei collaboratori di giustizia, nel caso di specie talmente qualificato da provenire finanche da un soggetto che fino a poco tempo prima della propria collaborazione con la giustizia non era mai stato neppure arrestato in operazioni antimafia!”.

Vincenzo Pasqua racconta anche come sia stato difficile esercitare l’azione difensiva, essendo costretto a prendere visione di oltre un milione di pagine di atti di indagine in un ufficio della procura di Catanzaro (anziché al tribunale di Vibo Valentia).

L’auspicio del legale è che “dall’esperienza di simili, palesi e ingiustificabili errori giudiziari inizi una vera opera di riforma del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede meccanismi capaci di tutelare l’incolumità delle persone perbene, che pur non avendo nulla a che vedere con contesti di criminalità organizzata si ritrovano coinvolte in indagini di criminalità organizzata alla stregua di mafiosi di conclamata appartenenza. Se si vuole portare avanti una vera lotta alla criminalità organizzata – aggiunge Pasqua – la riforma Nordio che prevede l’interrogatorio anticipato da parte del gip nel caso di richiesta di misure cautelari per i reati ‘ordinari’ dovrebbe essere estesa, senza ipocrisia e con grande coraggio, anche alle indagini di mafia limitatamente agli imputati chiamati a rispondere di reati fine che nulla hanno a che vedere con la violenza alle persone e che non hanno precedenti specifici conclamati”.

Il rispetto della persona umana è una millenaria conquista di civiltà giuridica che non può essere banalizzata e barbarizzata da mere concezioni giustizialiste di memoria medioevale”, conclude.


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