Caccia selvaggia, l’Università di Pisa boccia la riforma della legge 157/1992 sulla protezione della fauna

03 Luglio 2026 - 12:45
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Caccia selvaggia, l’Università di Pisa boccia la riforma della legge 157/1992 sulla protezione della fauna

Dopo l’approvazione al Senato della scorsa settimana, il confronto sul disegno di legge in merito alla “caccia selvaggia” si è trasferito alla Camera. Il provvedimento, che punta a riformare in modo profondo la storica legge 157 del 1992 e che da tempo è stato ribattezzato «spara tutto», prevede l’allungamento delle stagioni venatorie, l’aumento delle specie cacciabili e un forte ridimensionamento del ruolo scientifico dell’Ispra, elementi che secondo le forze parlamentari di minoranza e le associazioni ambientaliste e animaliste rischiano di sferrare un duro colpo alla tutela della biodiversità nazionale. Sul tema interviene adesso la Commissione per lo Sviluppo Sostenibile dell'Università di Pisa: riportiamo di seguito l’intervento – a cura di Valentina Serra e Daniela Ciccarelli – in via integrale.

La biodiversità è una rete complessa di relazioni tra specie, habitat e attività umane. Per questo ogni intervento che riguarda la fauna selvatica dovrebbe partire da un principio semplice: conoscere prima di agire. Servono dati, monitoraggi, competenze scientifiche indipendenti e una valutazione attenta degli effetti sugli ecosistemi.

Il disegno di legge S.1552, approvato dal Senato e ora in passaggio alla Camera, modifica la legge 157/1992 sulla protezione della fauna selvatica e sul prelievo venatorio. È un tema che merita attenzione pubblica, perché riguarda non solo la caccia, ma il modo in cui il nostro Paese sceglie di proteggere la fauna, gli habitat e il patrimonio naturale comune.

La gestione della fauna selvatica è certamente una questione reale. Esistono conflitti con alcune attività umane, danni alle coltivazioni, problemi sanitari e situazioni che richiedono interventi mirati. Ma proprio perché il tema è serio, non può essere affrontato con soluzioni semplicistiche. Aumentare tempi, spazi e occasioni di caccia non significa automaticamente gestire meglio la fauna. In alcuni casi può anzi produrre risultati limitati o difficili da valutare, se non è accompagnato da obiettivi chiari, monitoraggi accurati e una pianificazione fondata su criteri scientifici.

Il caso del cinghiale è emblematico. Si tratta di una specie molto adattabile, con elevata capacità riproduttiva, favorita da cambiamenti nell’uso del suolo, disponibilità alimentare, trasformazioni degli habitat e cambiamenti climatici. La letteratura scientifica europea mostra che la caccia ricreativa, da sola, non è sufficiente a contenere stabilmente l’aumento delle popolazioni. Questo non significa negare la necessità di interventi di gestione in alcuni contesti, ma distinguere tra controllo faunistico pianificato e ampliamento generalizzato dell’attività venatoria.

Preoccupa anche l’eventuale estensione della caccia in aree naturali, demaniali e costiere. Questi ambienti non sono spazi vuoti. Spiagge, dune, zone umide e boschi litoranei ospitano specie animali e vegetali spesso molto sensibili al disturbo. Le piante delle dune, ad esempio, non sono semplici “erbacce”, ma trattengono e stabilizzano la sabbia, andando a contrastare l’erosione costiera e rendono possibile la presenza di habitat di grande valore naturalistico. Il calpestio continuo può compromettere equilibri delicati, spesso già messi sotto pressione da turismo, urbanizzazione e crisi climatica.

C’è poi un tema legato alla sicurezza: le aree naturali sono luoghi di fruizione pubblica, ricerca, educazione ambientale e benessere. La loro gestione deve conciliare la tutela della biodiversità, la conservazione degli habitat e la sicurezza delle persone. Una politica moderna della fauna dovrebbe rafforzare, non indebolire, il ruolo degli organismi tecnico-scientifici indipendenti. In questa prospettiva, desta preoccupazione il ridimensionamento del ruolo dell’ISPRA, principale riferimento tecnico-scientifico nazionale per la gestione e la tutela della fauna selvatica. Dovrebbe invece puntare su monitoraggio, prevenzione dei conflitti, protezione degli habitat, ripristino ecologico, educazione ambientale e interventi proporzionati, valutabili nei risultati.

La biodiversità non si tutela aumentando la pressione venatoria. Si tutela con conoscenza, responsabilità e scelte fondate sulla scienza. In un tempo in cui gli ecosistemi sono già esposti a pressioni crescenti, il principio di precauzione non è un ostacolo: è una forma di buon governo del territorio e del futuro.

di Valentina Serra e Daniela Ciccarelli Referente Biodiversità Commissione per lo Sviluppo Sostenibile di Ateneo

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