Case di Comunità, riforma nel caos: il 77% dei medici di famiglia pronto a lasciare?

Aprile 24, 2026 - 16:00
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Case di Comunità, riforma nel caos: il 77% dei medici di famiglia pronto a lasciare?

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Il riordino dell’assistenza sanitaria di prossimità entra in una fase decisiva, ma lo fa in un clima di forte tensione.


La proposta del Ministero della Salute, guidato da Orazio Schillaci, punta a riorganizzare il ruolo dei medici di medicina generale inserendoli, su base volontaria, all’interno delle Case di Comunità con un possibile inquadramento da dipendenti. Una trasformazione che, nelle intenzioni dell’esecutivo, dovrebbe rendere pienamente operativa la rete territoriale finanziata con le risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ma che ha già acceso un durissimo confronto con le rappresentanze sindacali della categoria.

Una riforma per evitare strutture vuote

Il tempo è il vero fattore critico. Entro pochi mesi, le Case di Comunità – per le quali sono stati stanziati circa due miliardi di euro – dovranno entrare in funzione. Il rischio, però, è che queste strutture restino sottoutilizzate o addirittura prive del personale necessario.

Per evitare questo scenario, il Ministero sta lavorando a un decreto legge che punta a ridefinire l’assetto dell’assistenza primaria. L’obiettivo è chiaro: trasformare le Case di Comunità nel perno organizzativo del sistema sanitario territoriale, superando l’attuale frammentazione dei servizi.

In questo quadro, il medico di famiglia non verrebbe più considerato una figura isolata, ma diventerebbe parte integrante di un’organizzazione strutturata, con funzioni coordinate e integrate con gli altri professionisti sanitari. Non più una semplice opzione incentivata, ma una componente stabile del sistema.

Dal convenzionamento al lavoro dipendente: cosa cambia

Uno degli elementi più discussi riguarda proprio lo status dei medici di base. Oggi operano prevalentemente in regime di convenzione con il Servizio sanitario nazionale. La riforma introduce invece la possibilità di un rapporto di lavoro dipendente, seppur su base volontaria.

Si tratta di una svolta potenzialmente significativa. Il modello attuale, fondato sull’autonomia professionale e organizzativa, verrebbe affiancato – ma non completamente sostituito – da un sistema più vicino a quello della dirigenza sanitaria.

Il decreto, secondo le anticipazioni, dovrebbe prevedere una fase transitoria per gestire il passaggio tra i due modelli. Tra i nodi da sciogliere ci sono:

  • i requisiti di accesso al nuovo sistema;
  • il riconoscimento delle competenze già maturate;
  • il coordinamento tra vecchio e nuovo regime contrattuale;
  • l’impatto sull’equilibrio dell’ente previdenziale di categoria, l’Enpam.

L’intento dichiarato è quello di accompagnare il cambiamento senza strappi, evitando effetti destabilizzanti sul piano economico e organizzativo.

Un progetto già tentato in passato

L’idea di riformare la medicina generale non nasce oggi. Già durante il governo guidato da Mario Draghi, con Roberto Speranza alla guida del dicastero della Salute, si era tentato di intervenire sul modello organizzativo dei medici di famiglia.

Quel progetto, tuttavia, non arrivò mai a compimento, complice la fine anticipata della legislatura. Oggi il tema torna con maggiore urgenza, spinto anche dagli impegni legati al PNRR e dalla necessità di rafforzare l’assistenza territoriale dopo le criticità emerse durante la pandemia.

Il nodo politico: equilibrio tra innovazione e continuità

La proposta del Ministero cerca di muoversi su un crinale delicato. Da un lato, c’è l’esigenza di modernizzare il sistema, rendendolo più integrato, programmabile e orientato alla presa in carico dei pazienti. Dall’altro, occorre evitare una trasformazione troppo brusca che rischierebbe di compromettere l’equilibrio della medicina generale.

Il messaggio politico appare comunque chiaro: il medico di famiglia dovrà essere sempre più inserito in una rete organizzata, con obiettivi misurabili e una presenza strutturata all’interno delle Case di Comunità.

Una visione che, però, non convince affatto i diretti interessati.

La reazione dei sindacati: “Così si distrugge la professione”

La risposta delle organizzazioni di categoria è stata immediata e dai toni particolarmente duri. La Federazione Italiana Medici di Medicina Generale ha parlato apertamente di un provvedimento “inaccettabile”, accusando il Ministero di aver elaborato la riforma senza un adeguato confronto con i rappresentanti della categoria.

Secondo il sindacato, il rischio è quello di compromettere il rapporto di fiducia tra medico e paziente, trasformando una figura tradizionalmente autonoma in un ingranaggio di un sistema burocratizzato.

Sulla stessa linea anche lo Sindacato Medici Italiani, che denuncia un aumento insostenibile dei carichi di lavoro. La critica principale riguarda l’idea di accorpare funzioni cliniche, amministrative e organizzative senza risolvere le criticità strutturali già esistenti.

Il dato che preoccupa: possibile fuga dal sistema sanitario

A rendere ancora più teso il quadro è il risultato di una recente consultazione promossa dallo SMI. Secondo i dati raccolti, il 77% dei medici di famiglia prenderebbe in considerazione l’ipotesi di lasciare il Servizio sanitario nazionale in caso di approvazione della riforma.

Un segnale che, al di là delle dinamiche sindacali, evidenzia un malessere diffuso all’interno della categoria.

Allo stesso tempo, emerge anche una richiesta chiara: maggiori tutele contrattuali e condizioni di lavoro sostenibili. Una parte significativa dei medici si dice favorevole a un’evoluzione del sistema, ma non a qualsiasi costo. L’ipotesi di mantenere il modello convenzionale introducendo però garanzie più solide raccoglie un consenso rilevante, mentre il passaggio al lavoro dipendente divide maggiormente la categoria.

Una riforma che apre un confronto cruciale

Il percorso della riforma appare tutt’altro che semplice. Il Governo sembra determinato ad accelerare, anche per rispettare le scadenze imposte dal PNRR. Tuttavia, il livello di conflittualità con i medici di famiglia rischia di trasformarsi in un ostacolo significativo.

Il tema non riguarda soltanto l’organizzazione del lavoro, ma tocca questioni più profonde: il modello di sanità pubblica, il ruolo dei professionisti e la qualità dell’assistenza ai cittadini.

Nei prossimi mesi si aprirà quindi un confronto destinato a segnare il futuro della medicina territoriale in Italia. Da un lato, la spinta verso un sistema più strutturato e integrato; dall’altro, la difesa di un’autonomia professionale considerata essenziale per garantire efficacia e prossimità delle cure.

Il punto di equilibrio tra queste due esigenze sarà decisivo per capire se la riforma riuscirà davvero a rafforzare il Servizio sanitario nazionale o se, al contrario, rischierà di innescare nuove criticità.

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