Chiude RAI Scuola e arriva il canale dedicato alle sagre: scoppia il caso

26 Agosto 2026 - 13:25
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lentepubblica.it

Rai Scuola chiude e lascia il canale 57 a partire dal 1° Ottobre: una scelta che riapre il dibattito sul servizio pubblico.


Dal 1° ottobre il canale 57 del digitale terrestre cambierà volto. Al posto di Rai Scuola, presenza storica dell’offerta educativa della televisione pubblica, debutterà Italiana, progetto dedicato ai territori, alle tradizioni, ai paesaggi e alle espressioni dell’identità nazionale. I programmi destinati alla didattica e alla divulgazione non scompariranno dagli archivi Rai, ma saranno convogliati soprattutto su RaiPlay e nella nuova piattaforma digitale RaiPlay Scuola e Learning.

La decisione, approvata dal Consiglio di amministrazione, viene presentata dall’azienda come un aggiornamento necessario: la conoscenza, secondo questa impostazione, deve essere disponibile nel momento in cui serve, su computer, smartphone, tablet e televisioni connesse. È un ragionamento che ha una sua evidenza, soprattutto osservando le abitudini delle nuove generazioni. Ma il punto sollevato da docenti, autori e forze di opposizione non riguarda l’utilità del digitale. Riguarda piuttosto la rinuncia a un presidio televisivo gratuito e immediato che, da quasi tre decenni, ha rappresentato un riferimento per studenti, famiglie e insegnanti.

In poche ore, una petizione online promossa dal mondo della scuola ha superato le 36 mila adesioni. Un segnale che merita attenzione non soltanto per il numero delle firme, ma per ciò che esprime: la preoccupazione che il cambiamento possa tradursi in una riduzione concreta dell’accessibilità, pur lasciando formalmente intatto il marchio Rai Scuola.

Il nodo non è il digitale, ma la perdita di un accesso diretto

Nel comunicato diffuso dopo le polemiche, Rai sottolinea che Rai Scuola “non chiude, evolve”. L’offerta educativa, spiega l’azienda, verrà rafforzata attraverso una piattaforma integrata, capace di mettere insieme produzioni di Rai Cultura, materiali delle Teche e contenuti già fruibili on demand. L’obiettivo dichiarato è costruire un ecosistema utile sia in aula sia a casa.

La distinzione, però, non è solo terminologica. Il canale lineare sul digitale terrestre viene effettivamente sostituito. Il nome Rai Scuola continuerà a esistere, così come una parte dei suoi programmi, ma il tasto 57 del telecomando non porterà più a lezioni, approfondimenti scientifici, contenuti culturali e strumenti didattici. Porterà a un’altra proposta editoriale.

È qui che si concentra la critica più seria, anche al netto delle reazioni più ideologiche comparse sui social. La televisione lineare e l’on demand non sono strumenti alternativi in senso assoluto: svolgono funzioni differenti. Una piattaforma digitale permette di cercare un video specifico, recuperare una lezione e organizzare materiali per argomento. Un canale tematico, invece, può intercettare un pubblico che non sta effettuando una ricerca attiva e che potrebbe imbattersi in un contenuto educativo semplicemente accendendo il televisore.

Non è una differenza secondaria. L’accesso alla cultura non coincide sempre con la disponibilità tecnica di un contenuto. Per usare una piattaforma occorrono connessione, dispositivi adeguati, familiarità digitale e, soprattutto, una scelta preventiva. Il digitale amplia molte opportunità, ma non elimina automaticamente le disuguaglianze nell’uso degli strumenti.

Gli ascolti e la necessità di leggere correttamente i dati

Rai motiva il superamento del canale anche con i dati di ascolto: 0,14% di share medio nel 2024, 0,13% nel 2025 e circa 0,09-0,10% nei primi mesi del 2026. Numeri contenuti, certamente, se paragonati alle reti generaliste. Ma Rai Scuola non è mai stata concepita per competere con l’intrattenimento di massa: è una rete specialistica, rivolta a una platea circoscritta e con una funzione educativa specifica.

Lo share, inoltre, fotografa la quota di pubblico sul totale degli spettatori televisivi in un dato momento; non misura automaticamente l’efficacia del canale nel raggiungere studenti, docenti o persone interessate alla divulgazione. Per stabilire se una piattaforma digitale intercetterà meglio il pubblico scolastico servirebbero confronti puntuali: utenti raggiunti, frequenza di utilizzo, diffusione nelle scuole, accessi differenziati per fasce d’età e territori.

Secondo le osservazioni emerse nel dibattito, le percentuali registrate nel triennio 2023-2025 rappresenterebbero per Rai Scuola livelli tra i più alti della sua storia recente. Un dato che non cancella la flessione del 2026, ma invita a non trasformare numeri modesti in una prova definitiva dell’inutilità del mezzo lineare. Anche un’audience limitata può avere un valore rilevante quando riguarda un servizio destinato a una comunità precisa.

Il tema diventa ancora più delicato se si considera che la stessa Rai ha rilevato, in passato, come i cambiamenti nella collocazione e nella reperibilità dei canali possano incidere pesantemente sui contatti effettivi. Un programma disponibile in archivio non possiede necessariamente la stessa capacità di raggiungere il pubblico di un canale riconoscibile, collocato stabilmente sul digitale terrestre.

Italiana al posto della scuola: una scelta di priorità editoriale?

Il passaggio più difficile da spiegare è forse un altro. Se il modello del canale lineare fosse davvero superato per la formazione, perché il medesimo spazio viene assegnato a una nuova rete lineare? Italiana non nasce come piattaforma on demand, ma come canale televisivo dedicato al racconto del Paese, con attenzione a borghi, produzioni locali, turismo, cucina, tradizioni e manifestazioni.

Non c’è nulla di illegittimo nel valorizzare i territori italiani. Anzi, il servizio pubblico ha il dovere di raccontare la pluralità del Paese, comprese le realtà minori spesso ignorate dai grandi palinsesti. Tuttavia, la sostituzione rende inevitabile una domanda istituzionale: quale priorità viene attribuita alla scuola rispetto alla promozione dell’identità territoriale?

È questo il terreno su cui il confronto dovrebbe mantenere un tono rigoroso. Non serve contrapporre cultura e territori, né immaginare che l’uno escluda necessariamente l’altro. Il punto è capire se una grande azienda pubblica, dotata di archivi, competenze e canali digitali, non possa mantenere entrambe le funzioni: rafforzare la didattica online e conservare un accesso televisivo dedicato alla formazione.

Le deputate del Partito democratico Anna Ascani e Irene Manzi hanno criticato la scelta, ricordando il ruolo svolto da Rai Scuola nella divulgazione e nell’istruzione. La storia del progetto è lunga: l’esperienza affonda le proprie radici nella collaborazione tra Rai e Ministero dell’Istruzione avviata nel 1964, mentre la denominazione Rai Scuola è stata adottata nel 2009. Durante la pandemia, il canale ha ritrovato una centralità evidente, diventando uno dei luoghi televisivi attraverso cui sostenere la continuità didattica.

Una modernizzazione da misurare nei fatti

Investire in RaiPlay Scuola e Learning può essere una scelta utile, persino necessaria. Una piattaforma ben progettata, aggiornata e facilmente utilizzabile dalle classi potrebbe offrire strumenti più flessibili di un palinsesto tradizionale. La qualità dell’operazione, però, non dipenderà dal nome attribuito al progetto, ma dai risultati verificabili: nuove produzioni, usabilità, accesso gratuito, collaborazione con gli istituti, attenzione alle aree fragili e capacità di raggiungere chi oggi guarda Rai Scuola sul televisore.

Il rischio, altrimenti, è che la parola evoluzione venga percepita come una formula rassicurante per descrivere una sottrazione. La scuola pubblica ha bisogno di innovazione, ma anche di continuità. Digitalizzare non dovrebbe significare rendere meno visibile ciò che aveva già trovato un proprio spazio, per quanto imperfetto, nel sistema radiotelevisivo nazionale.

Il caso Rai Scuola chiama quindi in causa un’idea più ampia di servizio pubblico: non soltanto inseguire le abitudini di consumo, ma garantire che la conoscenza resti riconoscibile, raggiungibile e disponibile per tutti. La sfida non è scegliere tra televisione e piattaforme. È evitare che, nel passaggio da un modello all’altro, una parte del pubblico resti indietro.

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