Come il cinema ha costruito il racconto mitico di Venezia

12 Settembre 2026 - 07:30
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Come il cinema ha costruito il racconto mitico di Venezia

Il cinema, che da sempre si è servito di luoghi comuni e icone, costruendone a sua volta continuamente di nuovi, ha ambientato innumerevoli relazioni amorose negli alberghi veneziani. Al Grand Hotel Danieli ha alloggiato per ben due volte James Bond, l’agente 007. La prima volta nel 1963 in From Russia with Love di Terence Young (Dalla Russia con amore, 1963), nel cui finale 007 viene aggredito in albergo dall’agente russa Rosa Klebb, travestita da cameriera ai piani, e poi salvato dalla bella Tatiana Romanova, con la quale in seguito Bond si godrà una pacifica luna di miele veneziana. La seconda nel 1979 in Moonraker di Lewis Gilbert, quando, dopo aver attraversato piazza San Marco con una gondola volante e aver sfasciato un’intera collezione di rari vetri di Murano, 007 offre una coppa di champagne Bollinger del ’69 alla bella Holly, per poi finire la serata nel lussuoso letto della suite dell’hotel. James Bond verrà a Venezia una terza volta nel 2006 in Casino Royale di Martin Campbell, ma vi arriverà in barca a vela e non avrà bisogno di dormire in albergo. Questa volta, invece di riposarsi accanto alla Bond girl di turno, demolirà Ca’ da Mosto.

Oltre all’agente speciale con licenza di uccidere, all’hotel arriva anche un’altra killer con licenza (anzi, obbligo) di uccidere. È la Nikita dell’omonimo film di Luc Besson (1990) che, giunta a Venezia con l’amico Marco e felice dell’inaspettata vacanza, pregusta una notte d’amore nella suite del Doge. In realtà, tutto è stato preordinato dai servizi segreti francesi e il “regalo” del viaggio nasconde una missione assassina che dev’essere compiuta da un balcone dell’albergo. Sicuramente l’approdo dove sbarcano Nikita e Marco è quello dell’hotel, mentre è dubbio che lo sia effettivamente anche la stanza in cui la scena è girata.

Al Danieli saranno ospiti, nella lussuosa camera numero 276, il medico Raniero Cotti Borrone e la sfortunata moglie Fosca di Viaggi di nozze di Carlo Verdone, ed è nell’iconico hotel che, in The Tourist, Angelina Jolie, nei panni dell’agente dell’Interpol Elise Clifton-Ward, dorme assieme al timido professore Johnny Depp. Ma si tratta in questo caso di un Danieli patchwork, perché solo la portineria e la hall sono autentici, mentre la facciata è quella di palazzo Pisani Moretta e il balcone da cui si sporge Depp appartiene in realtà a palazzo Querini Benzon: siamo di fronte alle solite “dis-topografie” cinematografiche. Le ragioni della frammentazione sono chiare: si vuol dare all’inquadratura un secondo piano che sia panoramico della città ed è il caso di Depp che scende nella riva di palazzo Pisani Moretta, garantendo che sullo sfondo possano apparire il Canal Grande e il ponte di Rialto. In altri casi, vi sono invece oggettive difficoltà di ripresa: Angelina dovrebbe scendere dal motoscafo all’attracco dell’hotel, che però è in realtà una porta d’acqua collocata in un canale stretto e anonimo, per cui diventa necessario costruire uno spazio filmico diverso adatto allo scopo. 

L’unione di diverse inquadrature realizzate in luoghi differenti per crearne uno solo svela di fatto anche l’immagine che i registi stranieri hanno e vogliono restituire di Venezia. I tanti problemi e i relativi costi produttivi dei due set differenti costruiti per girare la sequenza di The Tourist derivano dalla volontà di mostrare che il personaggio alloggia al Danieli, non in un albergo qualsiasi o in un palazzo sconosciuto al pubblico non veneziano. Mettere assieme diversi luoghi della città in una stessa sequenza è quasi come riprodurre le serie di immagini che i fotografi di fine Ottocento realizzavano a uso e consumo di turisti frettolosi: vedete? questa è Venezia. Si pensi al viaggio in motoscafo di Jane Hudson, che si infila in rio Novo sbucando in Canal Grande vicino alla chiesa di Santa Lucia, per poi tornare in rio Novo, dove sembra che a destra si trovi la chiesa della Salute. Il motoscafo esce quindi nella volta del Canal Grande e ritorna verso la stazione, che sembra vicina al ponte di Rialto, mentre l’approdo è quello dell’Accademia. Insomma, un vero caos, un panopticon urbano che David Lean ha costruito proprio per mostrare quello che un qualsiasi turista si aspetta di vedere. 

Se per il regista questo è funzionale al racconto di una donna in età matura che a Venezia scoprirà (ovviamente) l’amore, in molti altri film è semplicemente un’illustrazione funzionale a reiterare le immagini del mito. Anche in Only You di Norman Jewison (Amore a prima vista, 1994), le due protagoniste, Faith e Katherine, prendono il motoscafo, e a questo punto inizia il montaggio dei luoghi fondamentali di Venezia assemblati in maniera totalmente difforme dalla reale struttura urbana. La sequenza stereoscopica del film è accompagnata dalla musica di O’ sole mio, che fa tanto Italia, e non ha alcuna importanza se la canzone è in realtà napoletana. Le due donne sbarcano dal taxi acqueo in quello che dovrebbe essere l’attracco del Danieli, ma è in realtà la riva dei Sette Martiri, proprio nel momento in cui si sta caricando una bara in un motoscafo funebre. Anche questo è un dettaglio del very typical veneziano, qualcosa che può avvenire esclusivamente in un luogo del tutto diverso da qualsiasi altro nel mondo. Venezia non è solo i palazzi gotici, il ponte di Rialto, le gondole, ma anche qualcosa di irripetibile altrove, come dimostra la frequente abitudine dei turisti a fotografare i funerali acquei. E il cinema ha raramente uno sguardo diverso da quello dei turisti.

Sempre nell’Hotel Danieli si svolge parte della storia di Fish Take Off di Deniz Cooper (2019), nel quale la giovane protagonista, suscitando lo sgomento del portiere (interpretato dall’attore veneziano Alessandro Bressanello), si rifiuta di pagare il conto indubbiamente molto caro. Ma forse il film dove il Danieli è più presente è Eve di Joseph Losey (Eva, 1962), che vi ambienta l’episodio cruciale della triste relazione tra Eve (Jeanne Moreau) e Tyvian (Stanley Baker). Non è più l’albergo degli amori romantici, ma delle relazioni ossessive e decadenti, dove i personaggi si muovono in un’ambientazione fredda, coerente con il narrato. Tyvian, all’arrivo in camera di Eve, dopo aver dato una mancia al cameriere che ha portato una pianta, dice: “È un vero albergo di prima classe”. Una battuta non indispensabile per la sequenza, ma per nulla casuale. Infine, al Danieli non poteva mancare una morte a Venezia. 

Nell’ultimo film girato da Vittorio De Sica, Il viaggio (1974), tratto da una novella di Luigi Pirandello, la coppia adulterina composta da Richard Burton e Sophia Loren dopo un lungo giro in gondola torna in albergo. Sono i giorni dell’attentato di Sarajevo, ma i due hanno altro a cui pensare: lui le ha proposto di sposarla in seguito al divorzio e, dopo una notte d’amore passata nella lussuosa suite del Doge, lei, malata da tempo, si sveglia e muore stramazzando sul tappeto. Nella novella di Pirandello si legge: Poco prima di partire per Venezia si vide nello specchio, disfatta. E quando, dopo il viaggio notturno, le si aprì nel silenzio dell’alba la visione di sogno, superba e malinconica, della città emergente dalle acque, comprese che era giunta al suo destino; che lì il suo viaggio doveva aver fine. Ancora una volta, insomma, si viene a Venezia per morire, e sempre in un albergo di lusso: il Des Bains per Aschenbach, il Danieli per Sophia Loren, l’Adriana del film. Sarebbe filmicamente poco decoroso morire in un’anonima pensioncina. 

Quel che può apparire strano è che spesso il Danieli non viene citato esplicitamente nei film girati, come se si desse per scontato che gli ambienti siano immediatamente riconoscibili (cosa peraltro dubbia perché gran parte del pubblico non ha certo frequentato l’albergo). Il Danieli è evidentemente uno degli spazi di Venezia che per pubblicitari, tour operator, produttori e registi cinematografici costituisce parte dell’immaginario nel quale si devono inscrivere le pratiche filmiche, come se i personaggi di un film a Venezia non potessero dormire altrove. Per il turista, lo spazio e i luoghi della vacanza e del viaggio fanno parte di un’immagine predefinita la cui origine è incerta e spesso sconosciuta al soggetto stesso. “L’immagine turistica di un luogo – scrive Maurizio Giannone – è il prodotto di un processo creativo alla cui formazione concorre una moltitudine di attori del sistema turistico”, i quali sviluppano i modelli interpretativi dello spazio da visitare.3 L’esperienza turistica diventa così una sorta di verifica personale della bontà dell’immagine, o meglio della corrispondenza tra l’immagine del luogo e l’esperienza che di questa si fa sul luogo stesso.4 “Il turista non visita un paese, ma il fantasma di quel paese”, sostiene Edgar Morin.5 Il cinema, che per definizione costruisce immagini di immagini, si adegua generalmente a questi stereotipi ed ecco che, quando un regista pensa a un albergo celebre in cui ambientare una sequenza, pensa subito all’Hotel Danieli.

Venezia e il cinema, Cover

Tratto da “Venezia e il cinema. Alle radici del mito”, di Giuseppe Ghighi, Wetlands, 2026, 20€, 216 pagine

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