Il pacifismo di Travaglio impone limiti all’Occidente senza chiederli alla Russia

18 Settembre 2026 - 18:25
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Il pacifismo di Travaglio impone limiti all’Occidente senza chiederli alla Russia

Virginia Libero, segretaria dei Giovani Democratici, annuncia che, in caso di guerra, organizzerà i disertori. Marco Travaglio applaude, si commuove e scomoda in soccorso la Costituzione, la Resistenza e perfino i negoziati di Istanbul. Un arsenale imponente per difendere una tesi che non regge da sola: e infatti, per farlo marciare in una sola direzione, deve piegare la storia e amputare il diritto a colpi d’accetta.

L’articolo 11, sentenzia, renderebbe «totalmente incostituzionale» destinare le armi italiane all’Ucraina. Falso, e nemmeno di poco. La Costituzione ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo per risolvere le controversie internazionali: non vieta la legittima difesa né l’aiuto a un paese aggredito, punto. È la stessa Carta delle Nazioni Unite, all’articolo 51, a riconoscere il diritto alla difesa individuale e collettiva. Si può contestare politicamente l’invio delle armi quanto si vuole; quello che non si può fare è travestire da sentenza costituzionale una propria opinione che nessuna Corte ha mai pronunciato – e che Travaglio scrive come se l’avesse in tasca da sempre.

Aggiunge che la Costituzione impone agli italiani di difendere «la propria Patria, cioè l’Italia, non quelle degli altri». Un principio comodo, se non fosse che la sicurezza collettiva esiste esattamente per smentirlo: se ogni democrazia si limitasse a proteggere il proprio cortile, qualsiasi potenza potrebbe divorare i vicini uno alla volta, con la coscienza pulita di chi a casa propria non ha toccato nessuno. La pace costituzionale non è voltarsi dall’altra parte mentre un altro paese viene invaso. Chissà cosa avrebbe scritto Travaglio all’epoca in cui Carlo Rosselli pronunciò a Barcellona nel 1936 il discorso radiofonico «Oggi in Spagna, domani in Italia», indicando la lotta repubblicana spagnola come l’avanguardia della liberazione europea, e George Orwell scrisse il reportage “Omaggio alla Catalogna”, un testo fondamentale contro ogni totalitarismo.

La manipolazione più sfacciata, però, riguarda Istanbul. Secondo Travaglio le armi volute da Draghi durante i negoziati erano già dubbie; sarebbero poi diventate incostituzionali di netto quando Zelensky «vietò per decreto di trattare con Mosca», ripudiando così la pace. Una ricostruzione di comodo, montata pezzo per pezzo, per arrivare dove si voleva fin dall’inizio.

La cronologia, quella vera, dice tutt’altro. I colloqui di Istanbul risalgono alla primavera del 2022 e non produssero mai un accordo pronto per la firma: restavano aperte la neutralità dell’Ucraina, le dimensioni del suo esercito, la sorte dei territori occupati. A far saltare il tavolo, il 15 aprile, non fu un capriccio occidentale ma una pretesa russa: il diritto di veto di Mosca sull’intervento degli Stati garanti in soccorso di Kyjiv in caso di una nuova invasione. Tradotto: la Russia voleva il potere di impedire, da sola, qualunque aiuto internazionale a un’Ucraina attaccata una seconda volta – condizione che un negoziatore ucraino definì decisiva per chiudere baracca. Nel frattempo erano emerse le stragi di Buča. Di questo, nell’editoriale, non c’è traccia: fa a pugni con la favola.

Il decreto di Zelensky, poi, arrivò soltanto sei mesi dopo, in ottobre, dopo l’annessione a colpi di penna di quattro regioni ucraine proclamata da Putin. Non vietava la pace né ogni negoziato con la Russia: dichiarava impossibile trattare con quel Putin, che si era appena annesso territori che il suo stesso esercito non controllava del tutto. Spostare quel decreto sei mesi indietro e farne la causa del fallimento di Istanbul non è una svista: è un artificio da prestigiatore, utile solo a chi ha bisogno di un colpevole occidentale a ogni costo.

E infine, immancabili, arrivano le «brigate naziste» – usate con una disinvoltura che smaschera da sola la contraddizione di tutto il pezzo. Poche righe prima, rispondendo a chi accostava Virginia ai giovani della Resistenza, Travaglio aveva liquidato il paragone: «la Resistenza non c’entra nulla», i partigiani combatterono i nazisti insieme agli Alleati e all’Urss, e certi accostamenti non si fanno a sproposito. Bell’esempio di rigore – durato lo spazio di un paragrafo. Perché la stessa identica parola, nazista, gli torna comodissima un attimo dopo per bollare l’intero esercito che oggi difende l’Ucraina dall’invasore.

Sì, il battaglione Azov nacque nel 2014 con un nucleo di estrema destra: è vero. Quello che Travaglio si guarda bene dal dire è che da anni quel reparto è stato assorbito nelle forze di terra regolari, come brigata della Guardia nazionale ucraina, sotto il comando statale – un esercito “nazista” non si lascia normalizzare e inquadrare dallo Stato che dovrebbe abbattere. Prendere un fatto vero e usarlo per infangare un intero paese, un intero esercito e una resistenza nazionale è il vecchio, logoro metodo della propaganda di Mosca: gonfiare un dettaglio fino a fargli occupare tutta l’inquadratura. Travaglio nega la logica del paragone quando gli conviene negarla (la Resistenza), e la riesuma quando gli conviene farlo (l’esercito ucraino). Stessa parola, due pesi, una sola bussola: la convenienza retorica del momento.

Chiude dicendo che disertare è «un dovere civico e un valore morale». Peccato che l’appello valga solo per gli italiani che potrebbero soccorrere l’aggredito – mai una riga, mai una virgola, per i soldati russi mandati a invadere, bombardare e occupare un altro Stato. Anche il coraggio della diserzione, a quanto pare, va bene solo se scomoda l’Occidente.
È un pacifismo a targhe alterne: chiama pace il disarmo dell’Occidente, e chiamerebbe pace anche la resa dell’Ucraina. Della Russia, invece, non pretende mai il disarmo – che pure sarebbe l’unico a far finire la guerra per davvero.

La professoressa Sofia Ventura ha scoperto che InoSMI, testata russa del gruppo mediatico statale Rossiya Segodnya, specializzata nel selezionare e tradurre contenuti dei media stranieri, ha una pagina interamente dedicata al Fatto Quotidiano, di cui pubblica in russo gli articoli principali. In realtà  non ce ne sarebbe bisogno: Travaglio scrive già in russo.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi

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