I Repubblicani rischiano di perdere perché Trump mobilita la base, ma allontana gli indipendenti

12 Settembre 2026 - 07:30
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I Repubblicani rischiano di perdere perché Trump mobilita la base, ma allontana gli indipendenti

Cinquemila dollari a ogni adulto americano, purché i Repubblicani mantengano il controllo del Congresso dopo le elezioni di metà mandato. Donald Trump sembra aver preso fin troppo alla lettera il celebre «It’s the economy, stupid», la formula coniata da James Carville durante la campagna presidenziale di Bill Clinton nel 1992 per ricordare allo staff che, alla fine, sono soprattutto le condizioni economiche a decidere il voto. Il Trump Dividend, annunciato alla convention repubblicana di Dallas, non ha ancora una copertura finanziaria credibile. Il vice presidente JD Vance ha ipotizzato di escludere i redditi più alti e di usare le entrate dei dazi, ma i conti non tornano. In ogni caso, il disperato messaggio politico è arrivato ad amici e nemici: riportare il voto del 3 novembre sul costo della vita, proprio mentre l’economia è diventata uno dei problemi più seri per la Casa Bianca.

La reputazione di Trump arriva malconcia a questo appuntamento elettorale decisivo: ha solo il 33 per cento di approvazione secondo l’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos. E il 71 per cento degli intervistati disapprova la gestione del costo della vita. La guerra contro l’Iran ha aggiunto pressione sui prezzi dell’energia e il petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile.

Tra gli americani formalmente iscritti alle liste elettorali, i Democratici sono avanti di cinque punti nel voto per il Congresso e mostrano una motivazione superiore: il 46 per cento si dice fortemente intenzionato a votare, contro il 31 per cento dei repubblicani. Come nota l’Economist, in diversi Stati sono andati a votare più elettori democratici che repubblicani, un segnale importante perché nei midterm la capacità di portare alle urne la propria base può decidere campagne elettorali equilibrate.

Nel frattempo si è eroso proprio il consenso conquistato da Trump fra gli indipendenti nel 2024. Secondo un’analisi AP-NORC, tra quelli senza laurea la quota che aveva un’opinione favorevole di lui è scesa da circa il 50 per cento attorno alle presidenziali a circa il 25 per cento nella primavera del 2026.

La risposta del presidente a questi numeri impietosi è stata rendere la campagna elettorale per il midterm ancora più personale. A Dallas ha chiesto agli elettori di comportarsi come se il suo nome fosse ancora sulla scheda. La richiesta nasce da una fragilità che il Partito Repubblicano conosce bene: una parte decisiva dell’elettorato che ha premiato Trump nel 2024 non si identifica stabilmente con il GOP e tende a mobilitarsi soprattutto quando è lui, personalmente, a dare senso alla competizione. Senza Trump candidato, il rischio è che una quota di quei voti semplicemente non si presenti. Ma la stessa strategia complica la vita ai candidati che devono conquistare moderati e indipendenti. Decine di repubblicani impegnati in campagne difficili hanno infatti evitato la convention, compresi due senatori in corsa per la rielezione, Susan Collins nel Maine e Dan Sullivan in Alaska, entrambi alle prese con sfide più competitive del previsto.

Alla Camera il margine repubblicano è minimo: il Partito Repubblicano ha 218 seggi contro 214, quindi ai Democratici basterà conquistarne tre in più per ottenere la maggioranza. Il Cook Political Report, uno dei principali siti americani di analisi elettorale, considera oggi 21 collegi della Camera Toss Up, cioè troppo equilibrati per indicare un favorito. In Arizona, per esempio, il repubblicano Juan Ciscomani affronta la democratica JoAnna Mendoza in un distretto che fotografa quasi perfettamente la polarizzazione del paese: Trump lo ha vinto nel 2024 per meno di un punto, dopo che Biden lo aveva conquistato di misura quattro anni prima. Ciscomani ha già vinto due elezioni risicate e ora deve fare i conti anche con il calo di Trump tra gli elettori ispanici, che nel suo collegio hanno un peso rilevante.

A nord di New York, nella Hudson Valley, Mike Lawler corre invece in uno dei rarissimi collegi rappresentati da un repubblicano ma vinti da Kamala Harris nel 2024, sia pure di appena un punto. Lawler è riuscito finora a comportarsi meglio del suo partito nazionale, grazie a un profilo moderato e a un forte radicamento locale; contro di lui i Democratici hanno scelto Cait Conley, veterana dell’esercito ed ex funzionaria della sicurezza nazionale, proprio puntando su una candidata considerata spendibile tra gli elettori centristi. In un anno sfavorevole a Trump, quel piccolo margine di autonomia potrebbe non bastare.

I Repubblicani hanno però costruito un importante cuscinetto attraverso il ridisegno dei collegi. Il grosso del vantaggio arriva dal Texas, dove le nuove mappe hanno reso più favorevoli al partito cinque distretti oggi democratici (il 9°, il 28°, il 32°, il 34° e il 35° per gli appassionati di mappe). A questi si aggiungono il 6° distretto della Louisiana, il 9° del Tennessee e il 2° dell’Alabama, ridisegnati in modo da trasformare seggi democratici, in gran parte con una forte presenza di elettori afroamericani, in collegi nettamente più repubblicani. Il vantaggio effettivo è di cinque seggi, al momento, perché anche i Democratici hanno ridisegnato mappe a proprio favore, soprattutto in California.

I segnali più preoccupanti arrivano da territori che il Partito repubblicano non prevedeva di dover difendere con tanta intensità. In Pennsylvania alcuni deputati del GOP difendono collegi equilibrati, dove il vantaggio costruito sul voto di Trump nel 2024 si è assottigliato con il peggioramento del giudizio sul costo della vita. Tre dei quattro distretti dell’Iowa sono tornati competitivi, nonostante lo Stato si sia spostato nettamente a destra nell’ultimo decennio. Queto perché i dazi trumpiani e l’aumento dei costi energetici hanno colpito un’economia fortemente legata all’agricoltura.

In Texas la corsa al Senato è diventata sorprendentemente competitiva. Il democratico James Talarico, giovane deputato statale dal profilo moderato e concentrato sui temi economici, affronta Ken Paxton, procuratore generale e candidato sostenuto da Trump, che si porta dietro un decennio di controversie, fra cui un’incriminazione per frode finanziaria poi chiusa con un accordo e accuse di aver usato il proprio ufficio per favorire un finanziatore. Per i Repubblicani sarebbe una sconfitta pesante in uno Stato che Trump aveva vinto nel 2024 con quasi quattordici punti di margine. La vulnerabilità texana nasce anche dalle scelte del presidente. Trump intervenne nelle primarie contro il senatore uscente John Cornyn, contribuendo alla vittoria di Paxton, politicamente più allineato ma più esposto nelle elezioni generali.

Per rimediare, maldestramente, Trump ha ottenuto una piccola vittoria che potrebbe costargli più di quanto renda. Jimmy Kimmel ha rinunciato a trasmettere su ABC un’intervista con Talarico, pubblicandola soltanto su YouTube, dopo quelle che ha definito minacce della Federal Communications Commission. La FCC, guidata dal trumpiano Brendan Carr, ha infatti rimesso in discussione l’esenzione dei talk show dalla regola dell’equal time, che impone alle televisioni locali di offrire opportunità comparabili ai candidati rivali. Una specie di par condicio americana. Il bersaglio più esposto è proprio il Texas: l’FCC aveva già aperto un’indagine su KTRK, la stazione ABC di Houston, dopo un’intervista a Talarico su The View. Kimmel ha quindi escluso l’intervista dalla televisione per non esporre le affiliate texane, titolari delle licenze federali, a nuove contestazioni. Kimmel ha quindi escluso l’intervista dalla televisione per non esporre le affiliate texane, titolari delle licenze federali, a nuove contestazioni. Il paradosso è che una simile pressione arriva in uno Stato che, sulla carta, i Repubblicani non dovrebbero neppure essere costretti a difendere con tanta apprensione.

Non tutto è perduto: il Gop parte da un buon vantaggio: 53 seggi contro 47. I Democratici saranno costretti a ottenere 51 scranni perché in caso di parità nelle votazioni è il vicepresidente degli Stati Uniti a esprimere il voto decisivo, e al momento alla Casa Bianca c’è JD Vance. Tra i seggi in palio, solo quello di Susan Collins nel Maine si trova in uno Stato che Trump aveva perso nel 2024. Quasi tutte le altre occasioni per i Democratici sono quindi in territori che due anni fa avevano votato repubblicano, spesso con margini ampi. Per arrivare alla maggioranza, il partito deve perciò riuscire a strappare almeno un seggio in uno Stato che Trump aveva vinto con più di dieci punti. Non sarà semplice.

Il North Carolina è oggi una delle occasioni migliori per i Democratici. Il seggio è aperto perché il repubblicano Thom Tillis si ritira, e l’ex governatore Roy Cooper parte con un vantaggio importante su Michael Whatley, già presidente del Republican National Committee e vicino a Trump. Cooper ha un profilo particolarmente forte per uno Stato in bilico: ha vinto sei elezioni che coinvolgevano tutti gli elettori del North Carolina, comprese due per il governatorato negli stessi anni in cui Trump conquistava lo Stato. Whatley, al contrario, non si è mai candidato prima a una carica elettiva. Anche Ohio, Alaska e Iowa sono diventati competitivi. In Ohio Sherrod Brown, senatore democratico sconfitto nel 2024 e da anni interprete di un populismo economico rivolto agli operai, tenta il ritorno contro Jon Husted, nominato al Senato nel 2025 dopo che JD Vance era diventato vicepresidente. Brown è avanti di tre o quattro punti in alcune rilevazioni, benché Trump avesse vinto lo Stato di undici punti due anni fa.

Il Michigan offre invece ai Repubblicani una delle poche vere possibilità di strappare un seggio oggi democratico. Il senatore Gary Peters si ritira e il suo successore si decide in una gara risicata tra Mike Rogers, ex deputato repubblicano già candidato al Senato nel 2024, e Abdul El-Sayed, progressista che ha vinto una primaria democratica divisiva. Le sue posizioni su Israele e i rapporti con la sinistra del partito hanno lasciato qualche diffidenza tra elettori afroamericani ed ebrei dello Stato, offrendo a Rogers spazio tra gli indipendenti. Se i Repubblicani dovessero perdere North Carolina o Maine, il Michigan diventerebbe uno dei pochi posti in cui potrebbero recuperare il seggio altrove.

Trump conserva però una risorsa enorme: il denaro. MAGA Inc., il principale super PAC che sostiene politicamente il presidente e finanzia campagne e pubblicità a favore dei candidati a lui vicini, ha accumulato 403 milioni di dollari e ha già cominciato a intervenire nelle corse più difficili, compresa quella di Ken Paxton in Texas. Anche la pubblicità resta costruita intorno a Trump: due spot nazionali del gruppo parlano quasi solo di lui e chiedono agli elettori di aiutarlo a «finire il lavoro», qualsiasi cosa voglia dire.

Da qui a novembre, ai Repubblicani servirà un equilibrio che Trump ha reso sempre più difficile: mobilitare il suo elettorato senza trasformare ogni campagna elettorale locale in un referendum sulla Casa Bianca. Nei collegi delle periferie urbane, dove spesso si concentra un elettorato più moderato e istruito, e negli Stati più incerti, i candidati dovranno riuscire a parlare di prezzi, salari e interessi locali con una voce almeno in parte propria, mentre il partito nazionale userà denaro e mappe favorevoli per limitare le perdite.

Ai Democratici spetta il compito opposto e forse più delicato: trasformare il malcontento verso Trump in voti per candidati specifici, soprattutto negli Stati che lui ha vinto due anni fa. Alla Camera può bastare una piccola oscillazione dell’elettorato. Al Senato serviranno invece candidati capaci di conquistare moderati e indipendenti in territori ancora tendenzialmente repubblicani. Per entrambi i partiti, tutto si giocherà sulla stessa fascia di elettori che decise il 2024 e che oggi appare meno stabile: abbastanza trumpiana da poter restare a casa senza di lui, ma abbastanza delusa da poter punire chi gli è rimasto troppo vicino.

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