Come la retorica populista trasforma la rabbia in consenso

08 Settembre 2026 - 08:10
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Come la retorica populista trasforma la rabbia in consenso

President Donald Trump greets supporters after arriving on a Freedom 250 train, Wednesday, July 1, 2026, in Medora, N.D. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)

Le passioni oscure sono sempre con noi, ma non dominano costantemente la nostra vita sociale e politica. Le circostanze contano, così come conta il modo in cui i leader vi reagiscono. Nei periodi di pace e tranquillità interna, le paure si attenuano. Nei periodi di prosperità condivisa, il benessere di alcuni non si traduce in perdite per altri, e il risentimento tende a diminuire. Le condizioni che accendono o placano le passioni oscure sono plasmate dalle nostre scelte collettive. Negli ultimi decenni, per esempio, le politiche economiche statunitensi hanno favorito alcune regioni del Paese, lasciandone indietro altre. Peggio ancora, i leader statunitensi sono apparsi indifferenti alla sofferenza di chi stava perdendo terreno. Trasmettendo l’idea che alcuni cittadini contassero più di altri, questa indifferenza ha aggiunto all’esperienza della perdita l’umiliazione dell’invisibilità.

La risposta alla crisi finanziaria e alla Grande Recessione ha aggravato la situazione. Il salvataggio delle maggiori banche del Paese può essere stato necessario, ma sembrò ingiusto in un momento in cui milioni di statunitensi perdevano lavoro e casa senza tutele né compensazioni. I dirigenti d’azienda che si erano assunti rischi sconsiderati e avevano contribuito ad accelerare la crisi mantennero incarichi e bonus milionari.

Coloro che continuarono a prosperare nei tempi difficili sembravano guardare dall’alto in basso chi arrancava. Si consideravano vincitori nella competizione meritocratica della nuova economia. Avevano studiato duramente per conseguire una laurea e una formazione avanzata, e ora ne raccoglievano i frutti. Altri, che avrebbero potuto fare lo stesso e avevano scelto di non farlo, si rifiutavano di assumersi la responsabilità e davano invece la colpa della propria condizione ai vincitori. Nel 2008, durante la sua campagna elettorale in Pennsylvania, Barack Obama osservò che, quando chi perde sul piano economico si inasprisce, «si aggrappa alle armi, alla religione, all’antipatia per chi è diverso o a sentimenti contrari all’immigrazione o al libero scambio come modo per esprimere le proprie frustrazioni». Otto anni dopo, Hillary Clinton definì molti sostenitori di Donald Trump un «branco di miserabili».

In quegli anni, milioni di statunitensi che provavano rabbia, umiliazione, risentimento e paura faticavano a manifestare pubblicamente questi sentimenti. Come accade quasi sempre, fu il discorso pubblico a mobilitare tali passioni e a trasformarle in forza politica. In questo genere di retorica, gli oratori efficaci comprendono i sentimenti del loro pubblico (spesso perché li condividono) e danno loro voce. L’obiettivo non è persuadere, ma esprimere ciò che il pubblico già crede. Così facendo, gli oratori fanno sentire il pubblico ascoltato, compreso e rispettato, e contribuiscono a legittimare le sue convinzioni. Possono inoltre offrire ai loro ascoltatori un senso di liberazione dai vincoli, dicendo ciò che non si dovrebbe dire.

Tra oratore e pubblico si instaura un legame di fiducia. “Io sono la vostra voce” significa: «Parlo per voi, non per me stesso. I nostri sentimenti più profondi coincidono, così come i nostri obiettivi. Non vi tradirò come fanno gli altri politici, perché servire i miei interessi significa servire i vostri. Se vinco io, vincete anche voi». Questo legame implica non solo un interesse, ma anche un’identità condivisa. Come osservò un sostenitore di Trump: «Ciò che odiano di lui è ciò che odiano di me».

Il discorso pronunciato da Donald Trump alla Conservative Political Action Conference (CPAC) nel marzo 2023 offrì una lezione magistrale su come mobilitare le passioni oscure per promuovere un’agenda politica, esordendo con l’evocazione di una minaccia alla sopravvivenza stessa della nazione: parlò di «forze sinistre che cercano di uccidere l’America», trasformandola in una «discarica socialista per criminali, tossicodipendenti, marxisti, delinquenti, radicali e pericolosi rifugiati che nessun altro Paese vuole».

Alcune di queste forze sinistre erano Paesi stranieri che stavano «svuotando le loro carceri, i manicomi e gli istituti psichiatrici, inviando tutti i loro problemi nella loro discarica, gli Stati Uniti»; altre, invece, erano interne, incluso l’establishment del suo stesso partito. Nel 2015 Trump dichiarò: «Quando abbiamo iniziato questo viaggio avevamo un Partito repubblicano guidato da squilibrati, neoconservatori, globalisti, fanatici delle frontiere aperte e idioti». Il piano di far entrare nel Paese persone indesiderate sarebbe stato favorito anche da figure favorevoli all’immigrazione, come i Bush, e da un mondo imprenditoriale interessato a delocalizzare i posti di lavoro statunitensi alla ricerca di profitti più elevati.

Mentre alcuni repubblicani erano “idioti” animati da buone intenzioni, proseguì Trump, i membri dell’altro partito sapevano benissimo che cosa stavano facendo. «Fin dall’inizio siamo stati attaccati da un’opposizione malata e sinistra: i comunisti della sinistra radicale, i burocrati, i media delle fake news, i grandi interessi speciali finanziati dal denaro, i procuratori democratici corrotti». Non stanno soltanto cercando di distruggere me; stanno cercando di mettere a tacere voi. In questo siamo insieme.

La paura può immobilizzare chi si sente minacciato o spingerlo alla fuga nel panico. L’unico modo per salvarci, avvertì Trump, è contrattaccare: «Questa è la battaglia finale. O vincono loro o vinciamo noi. E se vincono loro, non avremo più un Paese».

Questa lotta non è soltanto una risposta a una minaccia grave; è alimentata da un risentimento profondo. Trump ricordò al suo pubblico: «Nel 2016 dichiarai di essere la vostra voce. Oggi aggiungo: sono il vostro guerriero, sono la vostra giustizia. E per coloro che sono stati offesi e traditi, sono la vostra vendetta».

La distinzione tra giustizia e vendetta è fondamentale: la prima può essere regolata dalla ragione e guidata dalla legge, mentre la seconda sfugge a ogni controllo ed è estranea alla legalità. Questa parola risonante, “vendetta”, coglie bene ciò che accade quando le passioni oscure vengono scatenate. Un discorso appassionato rivolto alle folle può dare a individui che si sentono impotenti e intrappolati un senso di forza collettiva e di possibilità. Questo potere della parola può essere usato per fini legittimi; ma quando indebolisce i vincoli che permettono alle società di funzionare nonostante le differenze interne, la ragione perde efficacia e subentra il caos.

Rabbia, paura, dominio. Passioni oscure e potere del discorso politico - William A. Galston - copertina

Tratto da “Rabbia, paura, dominio. Passioni oscure e potere del discorso politico” (Castelvecchi), di William A. Galston, 18,50 euro, 168 pagine.

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