Come l’intelligenza artificiale sta cambiando la comunicazione politica

04 Settembre 2026 - 08:15
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Come l’intelligenza artificiale sta cambiando la comunicazione politica

La musica de “Il Padrino” suona in sottofondo mentre il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli commenta l’attentato subito dal conduttore di “Report” Sigfrido Ranucci: «Penso che Ranucci abbia fatto investigazioni che non doveva fare, forse ha messo il naso dove non doveva metterlo». Nei giorni precedenti le sue dimissioni, l’ex ministra del Turismo Daniela Santanché in un audio ha detto che «se salto io allora salterà tutto il governo, da Meloni a La Russa. E tutti gli altri camerati». «Bisogna comprendere la strage dei carabinieri, frutto della disperazione, politica corresponsabile», ha detto in un video l’europarlamentare Ilaria Salis dopo che tre carabinieri hanno perso la vita in un’esplosione in Veneto. Se queste dichiarazioni così gravi non hanno guadagnato le prime pagine dei giornali il motivo è uno solo: non sono reali.

Sono tre esempi di deepfake, contenuti video, foto o audio che sembrano autentici, ma che in realtà sono stati creati o manipolati con l’intelligenza artificiale. Lo scopo è danneggiare l’immagine del politico rappresentato e ingannare gli utenti più vulnerabili dei social Audio falsi, video manipolati, immagini create dall’IA e contenuti sintetici sempre più persuasivi rendono più difficile distinguere tra realtà e finzione. L’obiettivo non è necessariamente convincere gli elettori o cambiare il risultato di un voto, ma è sufficiente alimentare dubbi, polarizzazione e sfiducia L network convincendoli che quanto vedono o sentono corrisponda alla realtà. Per ora contenuti del genere sono rari in Italia, ma dall’estero sono arrivati e continuano ad arrivare esempi inquietanti di quanto la situazione possa sfuggire di mano.

Le elezioni ungheresi, per esempio, sono state sommerse da contenuti creati con l’intelligenza artificiale che tentavano di disseminare disinformazione sui social allo scopo di screditare il leader dell’opposizione Peter Magyar. Magyar alla fine ha vinto lo stesso, ma sarebbe scorretto pensare che questi deepfake abbiano fallito nel loro obiettivo. La ricerca sul tema suggerisce che la disinformazione non deve necessariamente cambiare l’esito di un’elezione per fare danni: basta seminare dubbi, erodere la fiducia nelle istituzioni e radicalizzare chi è già convinto.

Nel caso ungherese, i contenuti falsi circolati prima del voto avevano lo scopo di dipingere Magyar come un agente straniero e un bugiardo. Una narrazione che, al netto delle smentite, lascia tracce nell’opinione pubblica. È il cosiddetto “effetto alone” della disinformazione: una volta che un’affermazione falsa viene associata a una persona, è difficile cancellarla del tutto anche dopo la correzione. L’intelligenza artificiale infatti ha reso possibile la produzione su larga scala di media “sintetici” altamente persuasivi. Immagini, video e audio generati dall’IA, e i deepfake in particolare, non si limitano ad aumentare la quantità di informazioni false, ma sfruttano meccanismi psicologici che rendono i destinatari più propensi a credere alle informazioni false. Sfruttando bias cognitivi, reazioni emotive e scarsa alfabetizzazione digitale, questi contenuti amplificano l’influenza della disinformazione negli ambienti digitali, contribuendo ad alimentare una polarizzazione che esaspera il dibattito politico e crea un clima di conflitto ideologico.

Tutti noi tendiamo ad attribuire maggiore credibilità ai contenuti visivi e audiovisivi rispetto alle informazioni testuali perché, semplicemente, crediamo ai nostri occhi. Video e immagini generati dall’intelligenza artificiale sfruttano questo bias presentando eventi inventati in formati sempre più realistici. Un video deepfake può quindi aumentare significativamente la credibilità percepita, soprattutto quando la fonte ci sembra autentica o autorevole. Perfino quando siamo consapevoli dell’esistenza di queste tecnologie e ci accorgiamo che un video è falso, i deepfake continuano a influenzare i nostri giudizi e le nostre percezioni. È il fenomeno della “post-verità”, per cui i fatti oggettivi arrivano a contare meno dell’emotività e delle credenze personali.

Non ci vuole molto a capire che il tema politico che più si presta all’utilizzo di questi contenuti è quello della sicurezza, che non a caso è sempre stato uno dei cavalli di battaglia degli alfieri della “post-verità” (citofonare Donald Trump). In Italia invece a usare l’intelligenza artificiale per creare contenuti social legati alla presunta emergenza sicurezza causata dall’immigrazione è soprattutto la Lega. La struttura dei post è quasi sempre la stessa: un titolo d’impatto e l’immagine. Il titolo riprende spesso articoli pubblicati da testate giornalistiche e racconta episodi di violenza contro pubblici ufficiali, abusi su minori e su donne, molestie, violenze sessuali o rapine. L’immagine, invece, è creata con l’intelligenza artificiale e “mette in scena” il reato descritto, rappresentando in modo più o meno realistico vittime e colpevoli, entrambi con il volto oscurato. In molti casi, nella didascalia del post si invoca l’espulsione o si chiedono pene esemplari per gli autori del crimine.

Poliziotti aggrediti, ragazze minacciate con un coltello, manifestazioni violente, bambini in pericolo: un conto è riportare i titoli di giornale, un altro è ricreare visivamente la scena del crimine. Con tanto di occhi e volti delle persone ritratte coperte dai pixel, quasi a voler tutelare la privacy di persone che, lo ricordiamo, non esistono davvero. Questa pratica è particolarmente insidiosa perché si muove in una zona grigia: il fatto di cronaca citato nel titolo è reale, ma l’immagine che lo accompagna è falsa. Il risultato è un contenuto ibrido che supera più facilmente i sistemi di moderazione delle piattaforme e che, agli occhi di chi scorre il feed velocemente, appare come un normale articolo di giornale corredato di fotografia.

Cosa fare allora per contrastare i rischi e i pericoli derivanti dall’uso più o meno legittimo delle nuove tecnologie? Alfabetizzazione digitale, fact-checking, ricerca delle fonti, certo. Regolamenti comunitari come l’AI Act possono intervenire a tutela degli utenti, etichettando per esempio tutti i contenuti generati artificialmente. Il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, entrato in vigore nell’agosto 2024, prevede infatti obblighi espliciti di trasparenza per chi produce o diffonde contenuti sintetici: audio, video e immagini generati dall’IA dovranno essere chiaramente etichettati come tali. Una misura che se applicata in modo efficace e uniforme dalle piattaforme potrebbe ridurre significativamente l’impatto dei deepfake politici, anche se resta aperta la questione di come far rispettare queste regole ai contenuti che circolano al di fuori dei canali ufficiali o che provengono da Paesi terzi.

Ma, a prescindere da questo, è auspicabile che tutte le forze politiche italiane si impegnino per astenersi da questo genere di pratiche, promuovendo al proprio interno una cultura del contrasto a questa forma di disinformazione politica. Lo scorso dicembre Pagella Politica e Facta hanno redatto un appello sull’uso dell’intelligenza artificiale nella propaganda politica, chiedendo ai partiti di sottoscriverlo. Nell’impegno sono elencati tre semplici punti: non creare e non diffondere deepfake dei propri avversari politici; se per caso viene diffuso un deepfake, credendolo vero, dare conto dell’errore e non limitarsi a rimuoverlo; informare e sensibilizzare i propri iscritti su questo tema. Il documento è stato un piccolo successo, visto che tutti i partiti in Parlamento hanno sottoscritto l’impegno. Tutti, da Fratelli d’Italia ad Alleanza Verdi- Sinistra, tranne la Lega di Matteo Salvini, secondo cui «è meglio esprimersi con i fatti e non con gli appelli ». Staremo a vedere.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 03/26 – “Inciviltà delle macchine”, ordinabile qui.

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