Disuguaglianze dei numeri 1: un italiano su 10 in povertà assoluta, mentre il debito climatico dell’1% più ricco è oltre 27 miliardi di euro

16 Ottobre 2026 - 15:30
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Disuguaglianze dei numeri 1: un italiano su 10 in povertà assoluta, mentre il debito climatico dell’1% più ricco è oltre 27 miliardi di euro

Uno non vale uno. È questione di disuguaglianze, perché l’uguaglianza è principio alla base della giustizia e dello stato di diritto, che però ormai mal si concilia con giusto compenso e attuale stato delle cose.

L’1, si diceva. Eccolo declinato nelle sue molteplici versioni.

Un italiano su 10 è in condizioni di povertà assoluta. Ce lo dice l’Istat nell’aggiornamento relativo al 2025. Per la precisione, la percentuale comunicata dall’istituto di statistica è del 9,3%, 5,4 milioni di individui. Ma c’è da scommettere che la cifra è decisamente lievitata in questo 2026, caratterizzato da marzo in poi – a causa della guerra in Medio Oriente scatenata dai bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran – dall’impennata dei prezzi dei prodotti energetici, che a cascata ha fatto aumentare il costo anche degli altri beni di consumo e portato ultimamente l’inflazione a quota 4,2%. E c’è da scommetterci senza timore di sbagliare anche perché, lo segnala sempre l’Istat, già lo scorso anno ben più di una persona su 10 si trovava già in condizioni di povertà relativa: 14,8%, per la precisione, 8,7 milioni di individui.

La situazione è ancora più triste se si guarda nel dettaglio come sono composte queste percentuali, soprattutto se lette con la lente dell’ottica temporale, di quale presente stiamo vivendo e di quale futuro stiamo costruendo: l’incidenza di povertà assoluta è infatti massima tra i più giovani, passando dal 12,5% fra i minori (per un totale di 1 milione 136mila), al 12,1% fra le persone tra i 18 e i 34 anni (quasi 1 milione 198mila), all’8,9% per i 35-64enni e al 6,1% fra gli over 65 (oltre 891mila).

E triste è la situazione se si pensa a chi si lamenta del fatto che in Italia si facciano pochi figli, a chi si riempie la bocca di parole come «famiglia» e slogan a colpi di «io sono una mamma», a chi proprio un paio di giorni fa ha lanciato dall’Italia verso Bruxelles una «campagna europea per la natalità», mentre in questi anni nulla si è fatto per aiutare famiglie e mamme e aspiranti tali. Sempre i dati Istat lo dicono, sottolineando che i più poveri sono proprio i nuclei familiari con figli: «L’incidenza di povertà assoluta si conferma più alta tra le famiglie con un elevato numero di componenti: raggiunge il 19,2% tra quelle che ne hanno cinque o più e il 10,5% tra quelle con quattro, mentre scende all’8,4%, un valore comunque superiore alla media, tra le famiglie di tre componenti». E ancora: «Tra le coppie con tre o più figli, quasi una su sei è in povertà assoluta (16,9%); anche per le famiglie di “altra tipologia”, dove spesso coabitano più nuclei familiari e/o sono presenti membri aggregati, l’incidenza è elevata (16,4%). Superiori alla media i valori dell’incidenza per le famiglie monogenitore tra le quali più di una su 10 (11,5%) è in povertà assoluta».

Ma si parlava delle diverse facce dei numeri uno. Perché le diseguaglianze non finiscono con quell’1 su 10 in povertà assoluta. La disuguaglianza ha anche la faccia di quell’1% più ricco della popolazione che ha accumulato un debito climatico di oltre 27 miliardi di euro, se associato al patrimonio, mentre quello associato ai consumi supera gli 11 miliardi di euro. A fornire questi dati, relativi agli ultimi dati disponibili – anno 2022 – è invece Greenpeace, che segnala anche che nello stesso anno le perdite economiche legate al clima subite dall’Italia ammontavano a circa 5,4 miliardi di euro. Greenpeace Europa centro-orientale ha commissionato questo nuovo rapporto in cui si denuncia che l’1% più ricco della popolazione dell’Ue ha un debito climatico annuo associato al proprio patrimonio e agli investimenti di 301 miliardi di euro. Lo studio, realizzato dall’istituto Forum Ökologisch-Soziale Marktwirtschaft, è il primo in Europa a stimare il debito climatico dei super-ricchi, ovvero il valore dei danni climatici associati alle emissioni prodotte in eccesso rispetto a una quota pro-capite equa, sia rispetto al patrimonio che rispetto ai consumi. E per quanto riguarda l’Italia il quadro è chiaro, il debito climatico incrementa con l’aumentare della ricchezza: l’1% più ricco ha un debito climatico medio pro-capite in base al patrimonio di circa sei volte quello del 10% più ricco. Dal rapporto emerge inoltre che le emissioni dell’1% più ricco nel nostro Paese sono pari a circa 160 volte quelle del 50% più povero della popolazione.

Il rapporto ha come illustrazione di copertina un iceberg circondato di aerei e yacht, e il perché è presto detto: «I jet privati e gli stili di vita lussuosi sono solo la punta dell’iceberg, l’impatto climatico dei super-ricchi è molto più grande a causa delle loro proprietà, aziende e investimenti», spiega Clara Thompson, esperta di giustizia fiscale di Greenpeace Germania. «I governi hanno ora l’opportunità di agire: devono avvalersi della Convenzione fiscale delle Nazioni Unite per rafforzare la tassazione della ricchezza estrema e far luce su chi possiede patrimoni ad alto impatto climatico, in modo da far pagare i super-ricchi per i loro danni ambientali».

Per questo motivo fior di economisti si cimentano in analisi e proposte su come tassare i ricchi, affinché siano loro a pagare per la crisi climatica che hanno causato. E per questo motivo Greenpeace Italia, insieme alle principali organizzazioni ambientaliste e pacifiste italiane, ha scritto al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per chiedere un sistema fiscale più equo basato sul principio “chi inquina paga”, per tassare in modo adeguato e permanente le grandi fortune e i profitti derivanti dai combustibili fossili e dalla vendita di armi. «Per troppo tempo ai super-ricchi è stato permesso di alimentare con le loro emissioni ondate di calore letali, siccità e inondazioni, mentre alla stragrande maggioranza delle persone spetta pagare il conto dei danni. È arrivato il momento di far pagare chi inquina», spiega Ariadna Rodrigo, political campaigner di Greenpeace Ue. «L’unione europea sta tagliando il bilancio destinato alle energie rinnovabili, all’isolamento termico degli edifici, alle misure di protezione sociale e a una transizione equa per i lavoratori, ma i fondi per finanziare tutto questo ci sarebbero, basterebbe tassare i super-ricchi e le aziende dei combustibili fossili e degli armamenti, investendo i proventi in transizione energetica e adattamento climatico».

Basterebbe, se ci si decidesse a riconoscere tutte le facce dei numeri uno, senza continuare ad accettare che ci sia tutta questa disuguaglianza tra l’1 più povero, che tra l’altro paga profumatamente per una crisi climatica che non ha granché contribuito a provocare, e l’1 più ricco, che è indebitato fino al collo in termini di danni climatici associati alle emissioni prodotte ma che continua allegramente e indisturbato a cavalcare l’iceberg.

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