Un No dal Pianeta delle scimmie

Anno 2670 Ultimo atto (1973) è il quinto ed ultimo episodio della serie cinematografica inaugurata nel 1968 con Il Pianeta delle scimmie, ed è probabilmente il meno riuscito sul piano delle idee e della realizzazione. Ma come ogni fanatico della serie, lo guardo e lo riguardo, ogni volta che ne ho l’occasione. Una scena, tutto sommato periferica nella cornice della trama già traballante. Un docente (umano) che si rivolge severamente ad un discente (scimmia) con un “no” che riporta ai tempi in cui le scimmie erano sotto il giogo degli umani. Mettendo in pericolo quella tregua instabile faticosamente costruita da un fronte (umano e animale) progressista e permettendo al gorilla Aldus di riaccendere l’antica faida.
Anche chi scrive ha avuto i suoi problemi con i “no”. Sono cresciuto in un ambiente che li considera come un segno di debolezza, una mancanza di personalità e, più in generale, una assenza di “fame professionale”. Meglio un “si”, anche se non del tutto sincero, possibilista e interlocutorio, indolente ed ozioso (e per i miei corregionali si legga “paraculo”) perché tanto gli scenari cambiano, le situazioni evolvono, le persone vengono sostituite.
Si erano scordati di dirmi, quegli inguaribili ottimisti, che i “si” generano aspettative, piuttosto consistenti nel momento in cui a quel “si” corrisponde anche un compenso.
Sulla mia stessa pelle professionale ho così imparato che i “no” non sono poi così drammatici. A patto che non siano assunti per partito preso, per antipatie viscerali o, peggio (ma accade, soprattutto in un ambiente polarizzato come quello ambientale) per motivi ideologici.
Sapere dire di no (anche considerando la prima percezione a cui andiamo incontro) vuole significare aver riflettuto a lungo e seriamente sulle condizioni poste dal nostro interlocutore; aver compreso che quelle stesse condizioni comportano instabilità nel medio come nel lungo periodo; aver metabolizzato che quell’intento (che sta a noi decidere di trasformare in progetto comunicativo) non sta semplicemente in piedi. Spiegandone sinceramente i motivi.
Non è semplice. Non è nemmeno buonista, in un’età che non lo contempla più. È semplicemente necessario, e non solo per le nostre singole sorti professionali.
Poter dire di no significa poter dire che anche nella comunicazione (ambientale e non) non tutto è possibile; che esistono dei limiti e dei confini che non devono e non possono essere oltrepassati. E che esistono delle regole di esecuzione dal cui rispetto non dipende solo l’esito di un progetto o di una strategia o di una campagna social o, ancora, di una azione di disseminazione culturale, ma la credibilità di un comparto. Oggi – non credo casualmente – sotto l’attacco di una narrativa che non temendo alcun vincolo deontologico e/o reputazionale, indugia senza troppi scrupoli in “si” che, per quanto tonanti e ben amplificati, non appaiono mai pienamente convinti. Né tantomeno convincenti.
P.S. Se qualcuno se lo stesse per caso chiedendo, quell’insegnante (umano) è stato salvato dal provvidenziale intervento dei leader della comunità. Resta da capire se, data la brutta avventura, troverà il coraggio, quando necessario, di ripetere quella parola o si rifugerà in più rassicuranti formule.
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